La sfida dell’autonomia. Serve fermare gli sprechi e finire di piangersi addosso
Ansa
A dividere il Paese hanno contribuito decenni di scellerata amministrazione unitaria e una classe politica locale inefficiente, clientelare, senza regole, degradata e corrotta.

Pino Aprile è un collega appassionato, convinto da anni che il Sud d’Italia sia vittima del Nord. Attorno a questo concetto ha costruito una serie di fortunati saggi, il primo dei quali si intitola Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali. L’appello del professor Gianfranco Viesti contro la richiesta di autonomia del Veneto e della Lombardia deve dunque essergli parsa una manna caduta dal cielo, prova provata di ciò che da tempo va ripetendo. Pino, dunque, non ha avuto alcuna esitazione a sottoscrivere il documento sulla «Secessione dei ricchi» e come lui tanti altri. Al momento i firmatari sarebbero qualche migliaio, tutti convinti che la tanto criticata divisione dell’Italia vagheggiata negli anni passati da Umberto Bossi, una volta uscita dalla porta sia rientrata dalla finestra, con Luca Zaia e Roberto Maroni che nell’inverno scorso hanno promosso i referendum per reclamare maggiore autonomia. A Pino Aprile quella richiesta dei due governatori leghisti di poter amministrare senza interferenze materie come scuola, sanità, ma anche musei e concessioni idroelettriche oltre che strade e autostrade, appare come una specie di dichiarazione di guerra. Secondo lui l’autonomia segna la fine dello Stato unitario e l’inizio della stagione dell’egoismo, dove ogni regione fa da sé e ovviamente quelle del Sud fanno peggio, perché senza i soldi del Nord sarebbero condannate al declino. Lo Stato secondo Pino, invece, deve amministrare in maniera solidale, usando le tasse del Nord per aiutare quelle regioni che non ce la fanno. Una specie di buon padre di famiglia che distribuisce le risorse in base alle esigenze dei figli, evitando di lasciare in tasca troppo denaro ai più fortunati e niente a chi invece non sia stato premiato da altrettanto successo.

Ma le cose stanno davvero così, come racconta l’appassionato collega? La risposta è no. Veneto e Lombardia chiedono maggiore autonomia in 23 ambiti della cosa pubblica perché pensano di poter fare meglio dello Stato e perché ritengono che l’amministrazione centrale, imponendo regole calate dall’alto e applicate con la consueta burocrazia del potere centrale, sprechi molti soldi. Non è solo questione di essere padroni in casa propria, anche se non c’è niente di male a esserlo. Né c’è solo la questione del vil denaro, che pure non è secondaria. C’è che i lombardi pensano di essere più bravi ad amministrare la loro regione di quanto finora abbia fatto lo Stato e lo stesso pensano i veneti, ma anche gli emiliani. Che male c’è a pretendere di poter decidere una concessione idroelettrica senza che lo faccia Roma? E qual è il problema se in materia di sanità o scuola si stabiliscono contratti e regole adeguate?

Pino spiega che in questo modo si divide il Paese tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Semmai, a dividere il Paese hanno contribuito decenni di scellerata amministrazione unitaria che, grazie a una classe politica inetta e corrotta, hanno istituito una scuola di serie A e una di serie B. Non è un caso se da Palermo o da altre città del Sud gli studenti vadano a iscriversi nelle scuole del Nord. E non è colpa di Maroni o di Zaia se ogni anno decine di migliaia di pazienti meridionali emigrano al Nord per farsi curare. Eppure oggi i trasferimenti delle tasse del Nord verso il Sud non sono toccati. Nessun leghista, nessun secessionista, ricco o povero che sia, ha chiuso il rubinetto dei finanziamenti. Ma da Roma in giù, per molti servizi dello Stato, i meridionali si sentono cittadini di serie B. La verità è che la pioggia di soldi in questa faccenda non c’entra niente. Il Paese non è diviso in un Nord ricco è un Sud povero e per rendersene conto è sufficiente dare un’occhiata alle auto di lusso in certe zone del meridione.

No, caro Pino. Il tema che dobbiamo affrontare è quello che contrappone una classe politica che, pur non essendo perfetta e pur avendo spesso rubato, ha garantito al Nord un livello di efficienza che al Sud non c’è. La questione meridionale è tutta qui. Da una parte c’è chi vuole livelli di servizio standard in tutta Italia, ma agli stessi costi e con le stesse regole, senza togliere niente a nessuno se non ai ladri e ai profittatori che da anni campano sui meridionali. Dall’altra chi preferisce continuare così, con gli sprechi, l’inefficienza, il clientelismo, la mancanza di regole, il degrado.

L’Italia del Nord vuole migliorare. E l’Italia del Sud che cosa vuole fare? Continuare a piangersi addosso? Se tu o il professor Viesti aveste dedicato il tempo che avete speso per l’appello contro la «Secessione dei ricchi» scrivendo un manifesto per la rinascita del Mezzogiorno, con un piano per avere maggiore autonomia da una classe politica inetta, oggi plaudirei alla vostra iniziativa. Invece non posso farlo perché penso che il vittimismo sia il grande male del Sud. Tocca a voi darvi da fare e non agli altri smettere di farlo.

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