La giustizia non deve difendere i colpevoli
Carlo Nordio (Ansa)
Un assassino libero dopo pochi anni, un immigrato violento «graziato» da una pm… Altro che intercettazioni, Carlo Nordio pensi alle vittime innocenti: riduca i «permessi premio» e chieda conto ai magistrati delle loro azioni.

Da qualche tempo noto una curiosa tendenza a parteggiare più per i colpevoli che per le vittime. Si comincia dal caso di Nweke Chukwuka, il nigeriano che ha massacrato di botte Iris Setti in un parco di Rovereto, e si finisce con Lucio Marzo, il giovane che sette anni fa uccise una ragazza di 16 anni seppellendola ancora agonizzante sotto un cumulo di pietre. Ad andare in soccorso dell’immigrato senzatetto è stata una pm, che colpita dal fisico prestante dell’uomo, lo ha lasciato in libertà, non sentendosela di adottare le misure cautelari sollecitate dalla polizia. Ad aiutare l’assassino di una ragazza neppure maggiorenne è invece la legge che premia i detenuti dopo pochi anni di carcere.

Già, la legge. Nel primo caso è stata amministrata con discrezione da un magistrato che oggi dovrebbe riflettere sul proprio ruolo, così come la politica dovrebbe decidersi a introdurre i reati colposi anche nei confronti delle toghe e non soltanto per chi guida un’auto o opera un paziente. Se al direttore di un giornale, ma anche a un pubblico ufficiale che non agisca come dovrebbe, può essere contestato il reato di omesso controllo, non si comprende come mai un sostituto procuratore che non intervenga di fronte alla segnalazione delle forze dell’ordine debba restare impunito. La legge è uguale per tutti, dice la Costituzione e dunque a maggior ragione dovrebbe essere uguale anche per chi è chiamato ad applicarla. E se la legge è sbagliata, o non prevede un reato come nel caso che riguarda il mancato fermo del nigeriano, è ora di cambiare la legge. Altro che discutere di intercettazioni e separazioni delle carriere: il ministro della Giustizia metta mano a fatti più di sostanza, come gli arresti ingiustificati e quelli mancati.

A Carlo Nordio tuttavia è richiesto un supplemento di riflessione anche sulla legge Gozzini, quella che per prima introdusse i benefici per i condannati. Il caso del ventiquattrenne condannato a 18 anni di carcere per aver assassinato Noemi Durini, ma già libero dopo appena sei anni trascorsi dietro le sbarre, è insopportabile, soprattutto dopo che l’omicida è stato fermato alla guida di un’auto completamente ubriaco. I magistrati che gli avevano concesso il permesso di uscire dal carcere per lavorare, gli avevano vietato di condurre veicoli a motore, ma Lucio Marzo, questo il nome del giovane omicida, non soltanto ha ignorato la disposizione, ma ha pure alzato il gomito. Che sarebbe successo se invece di incontrare i carabinieri, il giovanotto premiato dai giudici avesse provocato un incidente con vittime? Chi avrebbero dovuto ringraziare i familiari delle persone investite? Soprattutto, chi deve ringraziare la madre di Noemi per aver appreso che l’assassino di sua figlia, ossia colui che la picchiò, la colpi con un sasso, la pugnalò e infine la nascose ancora viva sotto un cumulo di pietre, dopo pochi anni ha potuto uscire di cella grazie a «permessi premio» che gli consentono di lavorare?

Certo, conosco le obiezioni di chi si mette nei panni dei colpevoli e mai delle vittime. Il carcere, secondo la nostra Costituzione, serve a rieducare e dunque anche chi è stato condannato per delitti orrendi va messo alla prova. Sarà, ma io penso che la prova di non essere più pericoloso per la società e per gli altri la debbano dare i delinquenti e non a parole, ma con fatti concreti. Non è lo Stato a dover dimostrare di essere buono. Lo Stato deve solo dimostrare che chi sbaglia paga, senza sconti e senza favori. Soprattutto nei confronti degli assassini. Insomma, invece di perdere tempo con le intercettazioni, Nordio metta la testa sulla legge Gozzini e sulla responsabilità dei magistrati. Gli italiani gli saranno grati.

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