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Mario Roggero
Una vedova di un militare morto nell’attentato del 2003 in Iraq restò a bocca asciutta, in quanto «convivente non sposata». Per i congiunti dei delinquenti invece nessun problema: sono già 15 a essersi costituiti in massa.
A breve Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato per aver sparato a tre rapinatori, uccidendone due e ferendo il terzo, dovrà dire addio a ogni suo bene. La sua casa e i soldi guadagnati in una vita da lui e dalla sua famiglia serviranno a pagare i parenti dei rapinatori, i quali hanno chiesto un indennizzo del valore di 3,3 milioni e il tribunale ha già concesso loro una provvisionale esecutiva di 780.000 euro, cui si devono aggiungere decine di migliaia di euro di parcelle degli avvocati. Le famiglie dei banditi, del resto, si sono costituite in massa: madri, figli, sorelle, fratelli e conviventi. In totale 15 persone, tutte a rivendicare un risarcimento per la morte dei loro cari, che, impegnati in una rapina, sono stati inseguiti da Roggero.
Il gioielliere avrebbe dovuto lasciarli scappare anche se avevano minacciato con una pistola moglie e figlia e legato quest’ultima. Invece di affrontare, a sua volta con un’arma, i criminali, forse avrebbe dovuto alzare le mani in segno di resa. Probabilmente i delinquenti gli avrebbero svaligiato il negozio, ma almeno si sarebbe risparmiato non soltanto una condanna a 14 anni di carcere ma pure di finire sul lastrico a 71 anni. Invece questo è ciò che sta accadendo dopo che la Corte d’Appello ha sostanzialmente confermato la sentenza di primo grado, riducendo in parte la pena. Oltre a finire in carcere nel caso in cui la Cassazione confermasse il giudizio, Roggero si vede costretto a pagare i parenti di chi lo voleva rapinare. Nonostante il perito nominato dalla Procura abbia ritenuto che quel giorno, dopo essere stato vittima di altre rapine violente e dopo aver visto la moglie e la figlia in pericolo, la sua capacità di intendere e soprattutto di volere si sia alterata fino al punto da renderla «grandemente scemata», Roggero deve risarcire i famigliari di chi ha rovinato la sua vita e quella della sua famiglia. Non solo i parenti, ma anche le conviventi, le quali evidentemente hanno diritto a essere indennizzate nonostante non siano legalmente coniugate.
Ricordo che anni fa, alla compagna di una vittima dell’attentato di Nassirya fu negato ogni risarcimento perché non era sposata. Ma quella era appunto la donna che aveva trascorso anni al fianco di un uomo ucciso durante una missione umanitaria in Iraq, non la convivente di un rapinatore. E nemmeno la figlia di una convivente.
Vi sembra tutto assurdo? Beh, tenetevi forte: il risarcimento andrà anche al patrigno di uno dei rapinatori, per la sofferenza patita. Ma soprattutto andrà pure a uno dei tre banditi, quello ferito e costituitosi parte offesa mentre è detenuto presso la casa di reclusione di Chiavari. Il componente del terzetto scampato all’assalto alla gioielleria di Grinzane Cavour, oltre a un’invalidità parziale, di fronte ai giudici ha lamentato un danno biologico e chiesto un risarcimento di 250.000 euro.
Insomma, tutti in fila per riscuotere da Roggero. Il quale ha già sborsato 300.000 euro e aggiungendo il resto deciso dal tribunale, oltre alle parcelle legali delle parti avverse e pure quelle per la sua difesa, ha visto bruciare più di 1 milione di euro. Ora tocca alla casa, ai terreni e a un edificio comprato negli anni. Dopo il pignoramento (il sequestro cautelare dei beni immobili è stato disposto subito) si procederà all’asta. Ma questo non è che l’inizio, perché con la vendita dell’abitazione della famiglia i parenti dei rapinatori riscuoteranno la cosiddetta provvisionale, cioè la somma stabilita dai giudici in via provvisoria, perché poi probabilmente seguirà la causa civile, per ottenere il resto di quei 3,3 milioni rivendicati dai familiari dei banditi.
Vi sembra giusto? A me no. Io credo che risarcire i parenti di un rapinatore, cioè di colui che accetta il rischio di uccidere o di farsi uccidere, sia sbagliato. Ne ho scritto anche a proposito della condanna del vicebrigadiere Emanuele Marroccella, il quale è stato condannato a indennizzare anche lontani parenti che vivono all’estero (in tutto 13). Se il loro congiunto non avesse cercato di rubare, ferendo un carabiniere, nessuno gli avrebbe sparato. Insomma, lo avete capito: la reazione a un crimine non può trasformare una vittima in un bancomat.
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Ansa
Il premier visita i militari con i nuovi mezzi a Termini: «Altro che depotenziare la missione». La sinistra polemizza ancora sull’Ice alle Olimpiadi. In ansia persino l’Onu. Ma Matteo Salvini chiarisce: «Solo tecnici in sala operativa». Antonio Tajani: «Protestano per tre persone».
Quelli di Avs dicono che, «con le ricette di Matteo Salvini in tema di sicurezza, l’Ice sarebbe già in Italia». Per il momento ci sono i militari di «Strade sicure». Il giorno dopo l’annuncio del potenziamento del presidio di Termini e del Colosseo, con l’impiego di altri tre blindati e 12 uomini, Giorgia Meloni è andata alla stazione di Roma «a ringraziare i nostri militari impegnati a difesa della sicurezza dei cittadini». «Altro che depotenziamento di “Strade sicure”», ha scritto su Instagram, dove ha pubblicato una sua foto con i soldati, accanto ai Puma dell’esercito. Il suo intervento pone fine alla querelle sorta nel centrodestra sui fondi del riarmo: il vicepremier leghista e Guido Crosetto avevano bisticciato a proposito del rifinanziamento della missione di pattugliamento delle città. Il leader del Carroccio chiedeva di stanziare più soldi per quella che per gli arsenali; e il ministro della Difesa parlava di «polemica inutile», poiché i soldi c’erano già.
Ma soprattutto, quello del premier è un segnale politico all’opposizione. La quale invoca più polizia nello stesso momento in cui denuncia la «deriva securitaria» del governo. Incartandosi sul caso degli agenti americani dell’Ice alle Olimpiadi. Il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, ha escluso che parteciperà alla manifestazione di protesta di domani, citando impegni istituzionali. Però, ha aggiunto, «quello che dovevo dire sull’Ice credo di averlo detto, l’idea che sul nostro territorio ci sia questa milizia non mi va». Persino Antonio Guterres, segretario Onu, si è preoccupato: «La sovranità dell’Italia sia rispettata». Ansia mal riposta. Salvini, ieri, ha precisato che «ci saranno due tecnici civili nelle sale operative, quindi non ci saranno poliziotti americani per le strade di Milano, di Cortina, di Bormio». Perciò Antonio Tajani ha definito «inutile fare manifestazioni per tre funzionari che vanno al consolato». Per non sbagliare, +Europa, a Roma, ha anticipato gli attivisti di Pd, Cgil, Anpi e compagnia che si ritroveranno Milano: ieri, con i fischietti, i radicali si sono messi a rumoreggiare davanti l’ambasciata Usa di via Veneto.
Anche Giovanni Donzelli di Fdi, sentito da Rai Radio 1, ha ricordato che «in Italia ci sono leggi ben chiare e ci sono le nostre forze di sicurezza», quindi al personale dell’Ice è preclusa la possibilità di «fare cose come le vediamo negli Stati Uniti». Non dovesse bastare, mercoledì prossimo, alle Camere, il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, terrà un’informativa sullo scandalo montato come la panna dai progressisti. «Il governo ha dato subito disponibilità a riferire», ha sottolineato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Maurizio Lupi, di Noi moderati, ha riconosciuto che, dopo i chiarimenti sulle attività degli agenti Usa, «continuare con le polemiche è assurdo e dimostra solo la loro strumentalità». «Voglio che ci sia sicurezza», si è limitata a commentare Daniela Santanchè, ministro del Turismo. «Più sicurezza, più libertà». Eppure, nella maggioranza qualcuno continua a borbottare. L’azzurra Letizia Moratti, ai microfoni di Sky, pur ribadendo che «l’Ice non avrà nessun ruolo rispetto all’operatività, che è un compito esclusivo dello Stato italiano», ha fatto sapere che reputa «inopportuno» l’intervento di un «corpo dedicato alle tematiche che riguardano l’immigrazione».
L’opposizione non molla l’osso. Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi di Roma, ha detto di ritenere «una provocazione» la presenza dell’Ice. La stessa formula usata, in un’intervista alla Stampa, da Romano Prodi. Nicola Fratoianni la considera «assolutamente folle». La capogruppo renziana in Senato, Raffaella Paita, ha chiesto all’esecutivo di «puntare i piedi con gli Stati Uniti», giacché l’invio dei membri dell’agenzia è «squalificante per il Paese».
Sarebbe stato peggio ritrovarsi i pasdaran, che l’Ue si appresta a qualificare come terroristi. Tajani, ieri, ha confermato che non è previsto il loro arrivo. «La stessa ambasciata dell’Iran», ha rilevato il titolare della Farnesina, «ha smentito». Nessun problema, invece (e giustamente), per i consulenti per la sicurezza della polizia criminale tedeschi, i quali, come ha comunicato il Comitato olimpico della Germania, saranno «collegati tramite funzionari presso le rappresentanze in Italia con le autorità locali».
La controversia sugli americani, intanto, rischia di estendersi al di là delle Alpi: si è appreso che il colosso tecnologico francese Capgemini ha siglato un contratto con l’Ice, che comunque, ha specificato l’azienda, è «oggetto di un ricorso».
Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega in Senato, ha rivendicato le «priorità» della destra: «Scendere nelle piazze», anziché «per protestare contro l’eventuale presenza dell’Ice alle Olimpiadi, per la tutela delle forze dell’ordine», che grazie al pacchetto Sicurezza non saranno indagate «automaticamente quando si difendono nell’espletamento del loro dovere».
Per Milano, in fondo, rimane valido il dato statistico: è più probabile che un cittadino finisca conciato per le feste da una delle «risorse» libere di scorrazzare per la metropoli, che per mano di uno scherano di Donald Trump.
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Ansa
Il centro sociale respinge la mediazione del prefetto. Perquisite le case di due attivisti.
Nessuna mediazione. Gli attivisti del centro sociale Askatasuna hanno respinto le richieste del prefetto di Torino di sfilare in un unico corteo indetto contro lo sgombero avvenuto il 18 dicembre scorso. «Avreste dovuto pensarci prima», hanno replicato, confermando i tre cortei che marceranno sotto lo slogan «Ci riprenderemo la città». Partiranno dalle stazioni ferroviarie di Porta Nuova e Porta Susa e a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, confluiranno in piazza Vittorio Veneto, in centro città, per poi ripartire in un unico serpentone. E proprio per l’occupazione di Palazzo Novo, ieri, il ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha avuto un colloquio telefonico con la rettrice dell’Università, Cristina Prandi, alla quale ha espresso forte preoccupazione per le condizioni di sicurezza degli ambienti coinvolti, assicurando alla rettrice il pieno supporto del Ministero per affrontare una situazione definita inaccettabile: «L’università non è e non diventerà mai un centro sociale, è uno spazio di libertà e dialogo non di violenza».
Oltre 200 realtà provenienti da tutta Italia hanno aderito alla piattaforma lanciata il 17 gennaio dall’assemblea nazionale compresi i radicali torinesi che, per Askatasuna ma contro la violenza saranno in piazza, stesi a terra. «Non sappiamo ancora con esattezza quali saranno i percorsi, perché abbiamo bisogno di un po’ di tempo per definire alcuni dettagli tecnici», ha spiegato Michele, portavoce di Askatasuna. «Sicuramente il corteo passerà nelle prossimità del quartiere Vanchiglia e del centro sociale sgomberato, per poi concludersi in Regio Parco».
Un percorso che il Comitato per l’ordine e la sicurezza aveva definito «un’articolazione complessa» e da qui la richiesta, respinta, di una rimodulazione che «contemperi il diritto di manifestare pacificamente con le esigenze dei cittadini e dei numerosi visitatori attratti dalle giornate prefestiva e festiva, caratterizzate da eventi sociali, sportivi e culturali». Ma gli autonomi hanno respinto la proposta, sottolineando: «Abbiamo di fronte un governo che, in linea con un indirizzo politico dichiaratamente securitario, repressivo e intrinsecamente razzista, interpreta sistematicamente il conflitto sociale come un ostacolo da neutralizzare. Non è un problema di ordine pubblico, è l’opposizione sociale che rompe gli argini e si prende lo spazio che le spetta».
Intanto, ieri all’alba, la Digos ha effettuato perquisizioni a casa di due attivisti di Aska. Sequestrati alcuni indumenti per accertarne un eventuale utilizzo in occasione della manifestazione del 20 dicembre contro lo sgombero del centro sociale, da cui sono scaturiti disordini e scontri.
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Ansa
Non si placa la polemica sul questionario di Azione studentesca Sull’iniziativa analoga dei collettivi, invece, nessuno ha da ridire.
Basterebbe memorizzare il format e confinarlo lì dove dovrebbe stare, in mezzo alla spazzatura mediatica. E invece per l’ennesima volta, riguardo l’ennesima polemica montata sul nulla cosmico, sono state riempite intere pagine di giornale e dedicate puntate di talk show che hanno avvelenato il dibattito. Tutto nasce da un’iniziativa di Azione studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia che, in un sondaggio dedicato alla scuola, tra le varie domande sottoposte a chi ha deciso di rispondere al questionario («Quali sono le condizioni dal punto di vista strutturale della tua scuola?», «Quali sono le principali problematiche?», «La tua classe andrà in gita quest’anno? Se no, per quale motivo?» e via dicendo) ne ha inserita una in cui è stato chiesto «Hai uno o più professori di sinistra che fanno propaganda durante le lezioni?».
L’opzione di risposta non contemplava l’inserimento del nome dell’istituto né tanto meno quello dell’insegnante ma semplicemente «sì» o «no» e, se sì, l’invito a «descrivere uno dei casi più eclatanti». Eppure alle opposizioni e ai loro megafoni, accucciati intorno ai maggiori quotidiani italiani, non è parso vero di poter scatenare una bella polemica con cui andare avanti per una settimana, evocando «modalità squadriste» e parlando di «atto intimidatorio gravissimo e inaccettabile». E così, nonostante non ci sia «alcuna schedatura perché non si chiedono nomi e cognomi», come ha sottolineato anche l’onorevole Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, dal fronte rosso è partita la solita raffica di interrogazioni, ondate di sdegno e richieste al governo, nientemeno, di «riferire in Aula». Pd e Avs hanno addirittura accusato il movimento studentesco vicino a Fratelli d’Italia di voler stilare «liste di proscrizione». Sarà che a Largo Fochetti hanno dimestichezza con le liste (indimenticabile quella stilata da Gianni Riotta sui cosiddetti «Putinversteher») ma Repubblica è balzata con entrambi i piedi sulla vicenda, scomodando professori e opinionisti in merito alla vicenda alla panna montata pur di attaccare il governo.
«Cosa aspetta Fratelli d’Italia a prendere le distanze da Azione studentesca? Quando parlerà Arianna Meloni? O dobbiamo pensare che il partito sia d’accordo con la schedatura?», hanno dichiarato gli esponenti M5s in commissione Cultura. Poteva mancare Alleanza Verdi e Sinistra (Avs)? No. E infatti hanno immediatamente fatto sapere che per loro «è necessario che il ministro Valditara spieghi a questa organizzazione che non accetterà alcuna segnalazione di provenienza politica sugli insegnanti e che la scuola pubblica è per sua natura pluralista e motore di conoscenza e di emancipazione del Paese». Un motore di conoscenza che consente agli studenti di sinistra di «okkupare» regolarmente le scuole bloccando lo svolgimento del programma scolastico e che, peggio ancora, durante la pandemia ha consentito che fossero stilate vere liste di proscrizione nei confronti degli studenti non vaccinati. Ma quelle schedature, reali e non immaginarie, non le condannò nessuno. Così come nessuno ha battuto ciglio di fronte alla «schedatura», documentata da Sarina Biraghi sulla Verità di martedì scorso, dei prof di destra sollecitata dall’Uds Pordenone, l’associazione che si definisce autonoma e d’ispirazione sindacale nata dall’Onda, il movimento che nel 2008 animò la protesta studentesca contro il ddl dell’allora ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. «Hai notato degli episodi da parte degli studenti o dei professori di discriminazione, razziale o di genere? Hai qualche considerazione a riguardo? Un’esperienza che vuoi condividere?». Il sondaggio realizzato dagli studenti di sinistra per quantificare i presunti prof discriminatori è stato deciso, secondo gli autori, «per avere una scuola migliore» e questa versione alle opposizioni scatenate contro i diciottenni di destra è andata bene. Soltanto contro gli autori del sondaggio di Azione studentesca, invece, si è rovesciata l’ondata di odio a mezzo social: centinaia di messaggi di ragazzi, sobillati dagli istigatori delle opposizioni, che nel migliore dei casi hanno promesso di «riempire di botte i fasci ritardati». «Vi dovrebbero impiccare in piazza come il vostro caro amichetto preferito», «Meloni ti vogliamo nel bagagliaio di una Renault 4 (la macchina in cui fu trovato il corpo senza vita di Aldo Moro, leader Dc assassinato dalle Brigate rosse nel 1978, ndr), «il nostro prof ci ha raccontato di quando è andato a manganellare i fasci e gli ho chiesto di invitarmi la prossima volta». Non risulta, ad oggi, alcuna presa di distanza dei «compagni» dalle minacce dei giovani estremisti incitati dalle mille parole irresponsabili.
«Chi vuole vedere del marcio all’interno di un sondaggio che chiede agli studenti lo stato dell’istruzione in cui si trovano a crescere è in totale malafede», commenta il presidente nazionale di Azione studentesca, Riccardo Ponzio, «peggio ancora, vuol dire difendere una parte della classe docente di questa nazione, che si arroga il diritto di fare propaganda ai ragazzi da una cattedra. Probabilmente per qualcuno il vero scandalo è che Azione studentesca oggi è il primo movimento studentesco di Italia, per numero di eletti e militanti. Capiamo che possa essere difficile da accettare ma i ragazzi e le ragazze non si riconoscono più a sinistra e nel mito del ’68, se ne facciano una ragione». «La sinistra», ha aggiunto Donzelli, «vuole tappare la bocca anche ai ragazzini di 15 anni. Emergono racconti di professori che fanno propaganda invece di insegnare». E l’indottrinamento, spesso, parte dai libri di testo. Ma si sa, la prassi «due pesi e due misure» è ormai la cifra distintiva delle forze di opposizione.
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