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La grazia è un atto di clemenza individuale concesso dal presidente della Repubblica previsto dall’articolo 87 della Costituzione italiana. Il procedimento prevede però un’istruttoria svolta dal ministro della Giustizia che raccoglie pareri, documentazione e valutazioni prima di sottoporre la proposta al Quirinale.
Nel caso di Nicole Minetti, la grazia è stata concessa per consentirle di assistere all’estero un minore gravemente malato, in ragione di motivazioni umanitarie. Il provvedimento, firmato il 18 febbraio scorso, ha estinto le condanne residue per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Nelle ultime ore, tuttavia, il Quirinale ha chiesto al ministero della Giustizia ulteriori verifiche su alcuni elementi contenuti nella domanda di clemenza, dopo dubbi emersi sulla documentazione presentata.
Oggi il Parlamento di Strasburgo discuterà l’introduzione di cinque nuovi balzelli destinati a incrementare il bilancio Ue: Ets, carbonio, rifiuti elettronici, prelievo sulle grandi imprese e accise sul tabacco. Per l’Italia si tratta di 8 miliardi di imposte in più.
Siamo alla commedia dell’assurdo: Bruxelles non solo non vuole che si sfori il patto del 3%, ma punta addirittura a introdurre tasse europee dell’ordine di 60 miliardi l’anno. Se un uomo venisse dalla Luna e gli spiegassimo cosa sta accadendo nella Ue, ci prenderebbe per matti. Purtroppo è tutto vero. Che poi 60 miliardi l’anno di cosiddette «entrate proprie» fanno a spanne circa 8 miliardi di balzelli per il nostro Paese, a spanne 300 euro a famiglia. Aggiuntivi ovviamente a quelli tricolore. E gli effetti della guerra? E la crisi energetica? E il Pil dell’eurozona che cresce un quarto rispetto a quello americano? E l’invasione cinese?
Si parla spesso di rilanciare la competitività europea, ma con questa trovata partorita dal Parlamento dell’Unione si affosserebbe la competitività. Altro che rilancio. Altro che obiettivi al 2035 o 2050: di questo passo non si arriva nemmeno al 2027. Figuriamoci al 2028, anno in cui entrerà in vigore il nuovo bilancio europeo. È questo il progetto suicida di cui si discute in queste ore al Parlamento europeo. Andiamo con ordine.
A luglio dello scorso anno la Commissione europea ha presentato la sua proposta per il Quadro finanziario pluriennale (Qfp), prevedendo già un aumento considerevole di risorse, circa 700 miliardi di euro in più, rispetto al quadro attuale. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito l’entità «irragionevole» in un momento in cui gli Stati membri stanno riducendo le spese. Ursula von der Leyen allora ha fatto sapere agli Stati: non volete inviare a Bruxelles maggiori contributi? Allora sarà inevitabile introdurre nuove entrate. Proprio intervenendo dopo l’ultimo vertice informale Ue a Cipro, la presidente della Commissione ha sottolineato la necessità di ripagare i prestiti contratti durante la pandemia nell’ambito del programma NextGenerationEu, di incrementare gli investimenti in settori quali la competitività, la difesa e l’energia e di preservare i finanziamenti per l’agricoltura e la coesione.
Come? «C’è una sola soluzione. Nuove risorse proprie sono indispensabili. Senza di esse, la scelta è netta: maggiori contributi nazionali o minore capacità di spesa. [...] Ciò significherebbe meno Europa proprio dove l’Europa ha bisogno di fare di più». C’è da aver paura a sentire certe frasi. Ma il Parlamento vuole spingersi ancora oltre. La commissione bilancio chiede un aumento del 10% rispetto alla proposta della Commissione, senza però incrementare i contributi nazionali diretti. Infatti al punto 13 della «Proposta di risoluzione del Parlamento europeo» che sarà votata tra oggi e domani si legge: servono «entrate sostenibili, prevedibili e resilienti per il bilancio dell’Ue [...] che dovrebbero corrispondere al versante delle spese nonché alle priorità strategiche e alle esigenze di finanziamento individuate dell’Ue».
E ancora: si chiede un «fermo impegno del Parlamento a introdurre nuove risorse proprie, non solo per il rimborso del debito» legato ai Pnrr, «ma anche per finanziare le maggiori ambizioni politiche dell’Unione». Per tanto si «invita il Consiglio a sbloccare la situazione di stallo registrata dal 2020 in relazione a un paniere di nuove risorse proprie autentiche, per giungere a un livello di entrate di almeno 60 miliardi di euro all’anno».
Quali sarebbero queste nuove tasse? Si inizia con le entrate derivanti dal sistema di scambio di quote di emissione (Ets) della Ue, compresa la sua estensione agli edifici e ai trasporti a partire dal 2027. L’Italia vorrebbe abolire l’Ets, A Bruxelles invece vogliono tenerlo per spartirsi i soldi. Così come puntano a tenere una buona detta degli introiti derivanti dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere: stiamo parlando del famoso Cbam, tanto odiato dalle nostre aziende, che di fatto è una tassa sul carbonio applicata alle importazioni che rischia di innescare tensioni commerciali. Terzo balzello: una tassa sulle imprese, nota come Core, in sostanza un onere annuale fisso sulle grandi aziende che operano nella Ue. Quarta gabella: una parte delle entrate nazionali derivanti dalle accise sul tabacco. Infine: una tassa sui rifiuti elettronici che mira ad allineare gli incentivi ambientali con la generazione di entrate.
E se la risoluzione non passasse? Punto 123: il Consiglio europeo «colmi la conseguente lacuna aumentando le aliquote di prelievo per altre fonti o sostituendole con un’altra fonte [...] le entrate potrebbero essere generate, tra l’altro, da un prelievo sui servizi digitali mirato alle principali piattaforme, da un prelievo sui servizi di gioco d’azzardo e scommesse online» e «da un prelievo sulle plusvalenze delle cripto-attività».
Che poi c’è un aspetto, come spiega alla Verità Paolo Borchia, capodelegazione della Lega al Parlamento europeo. «L’Italia versa più di quanto riceve dall’Unione: il nostro Paese è un contributore netto al bilancio. La parte di denaro che ci ritorna è sottoposto a vincoli: diamo, riceviamo una parte che dobbiamo spendere come ci dice Bruxelles. Già l’impianto di base non è esaltante», prosegue Borchia, «se iniziamo a guardare in quanti rivoli vengono sprecati i nostri soldi c’è da star male. Anziché parlare di aumenti di bilancio, sarebbe il caso di iniziare a spendere meno e meglio», conclude il capodelegazione leghista al Parlamento europeo, «senza avere l’illusione di poter arrivare ovunque: ogni ritocco verso l’alto, corrisponde a più soldi che dobbiamo versare nel calderone di Bruxelles».
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Donald Trump (Getty Images)
Fioccano pareri di esperti sui frutti dell’odio seminato dai Maga In alternativa, diventano buone persino le teorie complottiste.
Anche questa volta la versione più diffusa è che «se l’è andata a cercare». Tesi, appunto, non certo inedita che però si tinge ora di una sfumatura particolare. Più o meno i maestri del pensiero sono d’accordo sul fatto che Donald Trump sia la causa dell’ennesimo attentato ai suoi danni. Tuttavia qualcuno ritiene che il presidente abbia armato la mano (aspirante) assassina di Cole Tomas Allen alimentando l’odio e la divisione fra gli americani.
Altri invece ritengono che l’abbia armata letteralmente, cioè organizzando una messa in scena al fine di passare per vittima dell’astio progressista. In entrambe le versioni, la ricostruzione è piuttosto contestabile.
Anche a noi, da qualche tempo, Trump non è più così simpatico, per lo meno da quando - invece di portare la pace promessa - alimenta guerre e massacri per scopi discutibili. Il fatto, però, è che a sinistra The Donald era odiato da molto prima. Lo disprezzavano quando prometteva di far finire la guerra in Ucraina, lo detestavano quando prendeva di mira il woke. Che attacchi o meno l’Iran, in fondo, non fa troppa differenza per i suoi detrattori di sinistra: quel che affermano oggi lo sostenevano anche ieri. Ripetono, ad esempio, che sia un pazzo pericoloso esattamente come il suo attentatore, cosa che sostengono da quando è stato eletto la prima volta e che ultimamente ripetono solo con più veemenza.
Alan Friedman sulla Stampa lo ribadisce con decisione: Donald è vittima di sé stesso. Sul medesimo giornale lo scrittore Shalom Auslander spiega che «un pazzo ha sparato a un altro folle e i sociopatici High tech si arricchiscono». Un altro scrittore, Jonathan Safran Foer, sostiene che Trump abbia avvelenato con l’odio la sua America. Certamente ciascuno è libero di pensare del presidente americano ciò che vuole, ma queste dichiarazioni le sentiamo da ben prima che Trump se la prendesse con l’Iran mettendo in difficoltà tutta Europa. Nascono da un disprezzo che è lo stesso riversato contro Charlie Kirk e che è estremamente pericoloso perché tende a giustificare l’eliminazione fisica dell’avversario politico. La quale, per altro, negli Usa non è certo una novità. Però nessuno, per fortuna, ha mai sostenuto che i Kennedy se la siano andata a cercare, e di certo nessuno lo sosterrebbe se venissero colpiti Obama o Biden. Piaccia o meno Trump, è difficile sostenere che non vi sia una cultura dell’odio alimentata dal fronte progressista.
È lo stesso fronte che, guarda caso, ora dà credito alle teorie riguardanti l’auto attentato. Certo, tutti chiamano in causa il proverbiale «mondo Maga», a cui si attribuisce ogni suggestione cospirazionista. Eppure fa un certo effetto leggere i giornali italiani e scoprire che il Corriere della Sera rilancia in prima pagina tutti i dubbi su una possibile messa in scena organizzata proprio da The Donald. Sia chiaro: indagare su questa pista è sacrosanto, e noi non abbiamo alcun elemento per escluderla se non le nostre elucubrazioni. Come ha notato lo scrittore Don Winslow, se si trattasse di una sceneggiata forse il copione avrebbe dovuto prevedere l’eliminazione dell’aspirante killer. Il quale, per altro, non si capisce che convenienza avrebbe avuto nel rischiare la pelle e/o pesanti condanne.
A prescindere da ciò, a colpirci è la facilità con cui, trattandosi di Trump, viene sdoganato il complottismo. Questo, negli Usa, ha nobilissimi padri. Basti ricordare quel che hanno prodotto sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy autori come Don DeLillo e James Ellroy o cineasti come Oliver Stone. Eppure da qualche tempo a questa parte il mondo progressista si è distinto proprio per l’irrisione nei riguardi dei dietrologi. Quante volte abbiamo letto commenti feroci sui seguaci di Qanon e sui creduloni sovranisti e novax? Di nuovo: finché i pazzoidi e i paranoici possono essere arruolati a forza nelle file della destra, bisogna deprecarli e sbertucciarli. Ma se la teoria del complotto si rivela utile per demolire ulteriormente l’immagine del presidente-dittatore dal ciuffo biondo, allora anche gli austeri media mainstream possono divertirsi a sguazzare nel torbido. Eppure sono gli stessi che - pur di fronte all’evidenza - hanno sempre cercato di smorzare ogni indagine sulle ombre internazionali, a partire dalle inchieste sul sabotaggio del Nord Stream e più in generale sulle vicende ucraine. Ora invece guardali: persino il serissimo Massimo Gaggi suggerisce la pista dell’attentato «staged», ovvero organizzato ad arte. Fossero sempre così solerti, questi grandi media, avremmo avuto narrazioni diverse sul Covid, sulle guerre, sulla politica internazionale, l’immigrazione e mille altri temi.
Ed è esattamente questo il punto. Qui non si vogliono prendere le difese d’ufficio di Trump, che per quanto ci riguarda è attualmente indifendibile. Si tratta semmai di stigmatizzare coerentemente un atteggiamento intollerabile, un flusso di odio che promana dal fronte liberal-progressista verso tutti coloro che hanno posizioni diverse, e che arriva ogni volta a giustificare le peggiori nefandezze. Va fatta chiarezza su questo attentato a Trump, senza ombra di dubbio. E di certo bisogna continuare a contestare le scelte sbagliate degli Stati Uniti, quando ci sono. Ma su tutto resta anche un’altra certezza: a sinistra non vogliono la verità, vogliono soltanto la distruzione del nemico, con ogni mezzo necessario. Il che li rende, pure oggi, peggiori di Trump.
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Marina Calderone (Ansa)
Allungati i bonus per l’assunzione di under 35, donne e nell’area Zes solo a chi applica il «salario giusto» (definito dagli accordi delle sigle più rappresentative). Spid per i rider e polizze per i caregiver.
Il decreto Primo maggio arriva il 28 aprile. Non è solo un gioco di parole, ma una buona notizia per il lavoratori, visto che già oggi si terrà il consiglio dei ministri che conterrà i tanto attesi provvedimenti a favore di donne, giovani e occupazione. Buona notizia perché dopo un tira e molla che dura da settimane, il premier Giorgia Meloni stanca di rinvii e dispute tra le parti ha preso in mano il dossier. Decisivo l’ultimo vertice a Chigi alla presenza di Alfredo Mantovano (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio), Marina Calderone (ministro del Lavoro), Claudio Durigon (sottosegretario al Lavoro) e Luigi Sbarra (ha la delega al Sud per la presidenza del Consiglio). Novità? Innanzitutto le risorse, perché si parlava di una forchetta oscillante tra i 750 milioni e il miliardo e alla fine dovrebbero essere messi sul piatto non meno di 960 milioni.
Pochi problemi per le misure a costo zero. Per esempio quella sui rider: nell’ultima bozza è previsto che l’accesso alla piattaforma digitale può avvenire con Spid, Carta di identità elettronica (Cie) e Carta nazionale dei servizi (Cns). «La piattaforma», si legge, «non può rilasciare più di un account per ogni singolo codice fiscale, né commissionare prestazioni temporalmente inconciliabili allo stesso lavoratore. La violazione comporta una sanzione che nella bozza resta da quantificare».
Difficile invece il lavoro di mediazione per trovare la quadra sulle misure «onerose», anche perché ci sono delle agevolazioni in scadenza a fine aprile. Innanzitutto la premessa che dovrebbe accontentare i sindacati più rappresentativi, quindi Cgil, Cisl e Uil e le maggiori associazioni datoriali: «Gli incentivi all’occupazione», si legge nella bozza, «andranno solo alle aziende che applicano il salario giusto, ovvero il trattamento economico complessivo definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». «Per i settori non coperti da contrattazione collettiva», inoltre, «il trattamento economico complessivo non può essere inferiore a quello previsto dal contratto collettivo nazionale, stipulato dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale». Una definizione che dovrebbe arginare il pericolo della proliferazione di contratti pirata.
Ma veniamo al punto. Di quali incentivi parliamo? C’è per esempio il bonus per le assunzioni dei giovani under 35: il taglio dei contributi che le aziende devono versare ai neoassunti per i contratti a tempo indeterminato. È previsto un tetto per la decontribuzione che è di 500 euro mensili per le assunzioni in tutto il territorio nazionale e di 650 euro nelle regioni della Zes (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Marche e Umbria). Sarà estesa anche l’agevolazione per le donne che però già scade a fine anno e prevede un esonero totale dei contributi previdenziali, con un massimo di 650 euro al mese. L’altra leva è quella che porta alla necessità di ampliare o prorogare gli strumenti individuati per far crescere la retribuzione complessiva.
Da questo punto di vista la vera novità riguarda la previsione che gli incrementi retributivi stabiliti in sede di rinnovo dei contratti collettivi di lavoro scaduti decorreranno dalla data di scadenza naturale del precedente contratto.
Non solo. Perché nella bozza è anche previsto che in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi entro i primi dodici mesi successivi alla naturale scadenza, le retribuzioni siano adeguate, «a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo previsto dal comma 1, alla variazione dell’Ipca, entro il tetto massimo del 50% annuo della stessa, fatte salve eventuali diverse pattuizioni contrattuali in uso». E ancora: «Nei settori caratterizzati da elevata stagionalità e variabilità dei ricavi», si legge nella bozza, «l’adeguamento di cui al comma 2 non trova applicazione ed è legato a indicatori economici settoriali individuati dalla contrattazione collettiva».
Nel testo poi sono previsti anche incentivi al 31 dicembre per i disoccupati di lungo periodo e per la trasformazione dei contratti a tempo indeterminato.
Mentre in via sperimentale, è stata inserita la copertura assicurativa obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per le persone che svolgono l’attività di caregiver familiare. Copertura che viene viene finanziata con poco meno di 13 milioni l’anno.
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