La campagna è morta. Di nuovo. Essendo nata nel mese di marzo dell’anno del Signore 1938, è la mia ottantaquattresima volta, è l’ottantaquattresima volta che il mondo qui fuori muore. Siamo a metà del mese di dicembre, i giorni della merla sono ancora lontani. Ciò nonostante, la temperatura resta prossima allo zero per l’intera giornata. Il cielo è grigio, in tre diverse tonalità, le acque del laghetto sembrano ghiacciate.
Gli alberi sono per lo più spogli, i kiwi sono lunghe liane appassite e i pioppi paiono lampi elettrici paralizzati sopra l’unità della campagna. Ha già nevicato nei giorni scorsi, ne è rimasta traccia sui tetti delle baracche e di alcune cascine. In qualche orto e a fianco di qualche stradella. Soltanto due mattine fa ci siamo svegliati con la violenza di un bianco abbacinante negli occhi, ora siamo tornati ai toni compassati, timidi, del paesaggio congelato di ogni inverno.
Ottantaquattro primavere, ottantaquattro estati, ottantaquattro autunni. Ed ora stiamo per celebrare ottantaquattro inverni. Tanta vita, in teoria, ma alla fine, fissandosi nel riflesso che il vetro della finestra restituisce, non sembra granché. Che cosa le è rimasto? Ricordi, qualche emozione, album di fotografie, qualche libro, i rimpianti.
Ornella non crede mai a coloro che dicono: «Ah, io proprio non ho rimpianti!». Diffida, e molto, di coloro che sono così felici di tutto, che vedono la vita soltanto come un immenso dono. Quanta retorica, quanto narcisismo. Non gli crede. Anche qualche sua amica di vecchia data, ogni tanto, se ne esce con queste frasi fatte. Lei conosce il rammarico, conosce lo sbaglio, conosce la malinconia. Certe persone le mancano, come certi sentimenti che pensa di aver vissuto alcuni decenni prima, magari da bambina, quando con le sue trecce a fiocchi bianchi se ne andava in giro sulla bicicletta scassata.
O quando conobbe Marino, il suo primo vero fidanzato e suo futuro marito. Un incidente glielo ha portato via che non aveva nemmeno trent’anni, una sera tornando dalla balera. C’era nebbia, avevano bevuto, ovviamente troppo, e quella buca che non hanno visto… Loro, senza casco, al tempo chi mai indossava un casco per uscire in motocicletta? Che cos’era poi un casco?
I rimorsi sono come il sale in cucina: se non lo metti manca qualcosa. Chi non conosce il rimorso di una scelta non fatta? O fatta per leggerezza, fatta per vendetta, fatta magari per noia? Quella persona che abbiamo lasciato andar via, oppure quella volta che ci siamo arresi e non abbiamo insistito… Troppi avvenimenti nel corso di ottantaquattro anni per non aver mai provato il rimorso, il senso di colpa, il rammarico. O sei un robot, o sei un insensibile: che cosa è peggio?
Un pettirosso si avvicina. Quando fa così freddo, lei apre la finestra e sbriciola un po’ di pane secco o qualche biscotto e lo lascia lì, in attesa che un becco aguzzo arrivi, saltelli e se lo porti via. Poveri uccelli, povere creature di Dio, con tutto questo freddo che vuoi che riscaldino quelle poche piume che hanno indosso? Poi dicono che Dio, se esistesse, pensa a tutti e a tutto. Eh, caro te, però vedi come sono piccoli questi uccelletti? Come vuoi che si difendano quando la temperatura ghiaccia l’acqua? Le tre pentole disseminate nel giardino e colme d’acqua sono gelate.
Tra poco sarà meglio uscire col bastone e picchiarle finché non si rompe lo strato ghiacciato che le sigilla. I gatti che girano qui intorno amano bere acqua fredda, pura, leggera, la preferiscono a quella del rubinetto che trovano nelle ciotole in casa. Nei campi, oltre il suo orticello, c’è un vecchio filare di gelsi. Alberelli oramai dimenticati, a parte un contadino del posto che viene ogni anno a tagliare i lunghi rami che l’estate ha germogliato.
Hanno tutti delle bocche sbilenche nei tronchi, lì dove i funghi lavorano, macinano, spremono. Ornella si è sempre sentita attratta dagli alberi, ma non da quelli grandi, quelli grossi e magari molto vecchi. Semmai dagli alberi ordinari, alberi che servono soprattutto, o sono serviti, a noi, all’umanità. Gli alberi da frutto, per esempio, come i peri, i meli, i ciliegi, certi castagni su nei monti. E i gelsi, di cui lei va matta a inizio giugno, quando sono ricoperti di piccole more bianche che, maturando, si gonfiano e assumono quel luccichio particolare, da pietra preziosa. I gelsi sono quasi uomini, sono tra gli alberi che più si sono adattati al vivere al nostro fianco. Lei ne ha sempre visti, fin da bambina. Ma certo, ai tempi, le donne li accudivano, c’era sempre una stanza nelle cascine per metter dentro, sui tavoli, dei rami di gelso per coltivare i bachi da seta.
Era la piccola economia di sostegno per tante persone, era uno dei contributi delle donne a quel che serviva in casa, per sfamare le non poche bocche. Da bambina lei e le sue sorelle li attendevano i bachi da seta, anche se poi andavano sempre cotti. Tutti quegli animaletti che si cibavano della pianta, alla fine, venivano sacrificati, era una strage silenziosa in nome del Dio sanguinario della seta. Ovviamente lei ci rimaneva male ma sono quei dolori che si dimenticano in fretta, arrivava sempre l’inverno a cancellare tutto, a far morire il mondo, a pietrificare le pianure.
Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ha visto un baco? Quei bozzoli di seta bianca che si ingrossavano attorno agli animaletti? Non era ancora sposata, o forse sì, ma pochi anni, poche stagioni e tutto si è rimescolato. Poveri gelsi abbandonati, pezzi di legno con qualche radice che resta lì a indicare un mondo spento. Ecco alcune cinciallegre che si avvicinano, hanno avvistato i biscotti sbriciolati, in genere arrivano in coppia, o in tre: una resta di guardia su un ramo del kiwi, gli altri due, a turno, vengono beccano e se ne volano via in fretta in fretta.
Forse per scaldarsi, anche, o forse per timore che un gatto possa notarli. In inverno ogni piccolo gesto è parte di una guerra per la sopravvivenza.
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