L’innovatore sbriciolò il muro scienza-fede
Per Benedetto XVI non sono avversarie ma si compenetrano. La ragione è supporto di chi crede e a sua volta viene aiutata a restare ragionevole, altrimenti sfocia nell’oppressione. Come negli ultimi anni, quando si è voluta tramutare in culto sanitario.

Ha fatto comodo a molti, nel corso degli anni, etichettare Benedetto XVI come un «Papa di destra», il pastore tedesco oscurantista e retrogrado, nemico dei diritti e delle «diversità». In parte, tale visione sopravvive ancora oggi, e purtroppo fa sì che vada perso quello che è forse il principale dono lasciato da Joseph Ratzinger alla cultura europea, proprio sbriciolando la divisione binaria tra destra e sinistra. Benedetto XVI è da considerarsi, prima di tutto, il Papa della ragione. In questo senso, egli è realmente stato un clamoroso innovatore, un pensatore con lo sguardo rivolto al futuro e i piedi ben piantati nel presente, cioè aderenti alla realtà.

Ratzinger è riuscito a prendere atto della ragione senza subirne la tirannia. Così come ha saputo superare la risibile distinzione fra destra e sinistra, egli ha sbriciolato anche il muro retorico costruito tra scienza e fede creando una sintesi delle due. E il risultato non è stato un pasticcio artificioso, bensì un’armonia di opposti solo apparenti.

Nel 2008, un manipolo di ottusi accademici gli impedì di parlare alla Sapienza di Roma, accusandolo di essere nemico dei Lumi, di voler gettare la tenebra della superstizione sullo splendore dell’intelligenza. Peccato che, in tutta la sua produzione teorica, Ratzinger abbia fatto l’esatto contrario, riconoscendo all’Illuminismo un ruolo capitale nella storia e nella formazione del pensiero contemporaneo (cosa che potrebbe semmai esporlo a critiche dal lato diciamo «tradizionalista»).

Fede e ragione, in Benedetto XVI, non sono avversarie ma si compenetrano. La fede è prima di tutto «ragionevole»: «La tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione», scriveva Ratzinger (in Una sola Chiesa, Rizzoli). Semmai, la ragione è supporto alla fede – ed è veicolo che può condurre a Dio – e allo stesso tempo la fede permette alla ragione di salvarsi da sé stessa.

È proprio qui che risiede la straordinaria attualità dell’insegnamento di Ratzinger. Se è vero, come ha scritto il filosofo Riccardo Campa, che negli ultimi due-tre anni abbiamo assistito a un ritorno del positivismo e alla riedificazione del culto perverso de «La Scienza», le opere di Benedetto XVI costituiscono una lettura balsamica anche e forse soprattutto per i non credenti.

In particolare, vale la pena di riprendere ciò che egli disse a Monaco di Baviera nel 1979, durante un’omelia contenuta nel volume La vera Europa. Identità e missione (Cantagalli). In quella circostanza espresse alcuni concetti poi ripresi successivamente e ripetutamente nel corso del pontificato (come dimostra la bella antologia curata qualche anno fa da Umberto Casale per l’editore Lindau: Fede e scienza. Un dialogo necessario). «Il Vangelo ha assunto lo spirito greco, ha assunto la ragione del mondo greco», disse Ratzinger. «La fede consente all’uomo di essere ragionevole; e, all’inverso, la ragione non rende la fede inutile, ma da essa la ragione riceve quel sostegno che la protegge dal precipizio, che le permette di rimanere veramente sé stessa. Se la ragione perde questo suo sostegno e vede solamente sé stessa, diventa come un occhio che non vede altro che sé stesso: un occhio cieco. Mi viene in mente ancora un’altra immagine: una ragione che vede solamente sé stessa e non riceve più alcun aiuto è come un pianeta che deraglia dalla propria orbita per seguire solamente sé stesso. Si muove nel vuoto come impazzito per precipitare nel nulla. La fede àncora la ragione alle grandi e fondamentali verità che la ragione non è in grado di dimostrare, ma che può unicamente riconoscere, e proprio così la fede fa sì che la ragione rimanga veramente sé stessa, resti ragionevole. La fede non assorbe la ragione, ma la rende libera».

Ecco i medicamenti utili al nostro tempo. Da un lato, spiega Ratzinger, la fede non deve essere irrazionale, non può abbandonarsi al sentimentalismo e all’emotività, come oggi sempre più spesso avviene, e non soltanto in ambito cristiano. Dall’altra parte, però, la fede aiuta la ragione (ricordandole i suoi limiti) a restare ragionevole. Cosa che, purtroppo, non è accaduta in questi anni di Covid. Da tale visione si ricava anche un insegnamento politico, di nuovo molto utile dopo l’esperienza dell’autoritarismo sanitario.

«La fede cristiana sin dal principio ha riconosciuto allo Stato il dominio nel suo proprio ambito», dice Ratzinger. «Così come ragione e fede non si annullano l’una nell’altra, allo stesso modo anche Stato e Chiesa devono rimanere distinti, ognuno nel proprio ambito. Noi cristiani non aspiriamo a una teocrazia, a un dominio della Chiesa sullo Stato, e sappiamo che Chiesa e partito non devono mescolarsi; non abbiamo bisogno che qualcuno ce lo ricordi dal di fuori. Ma sappiamo anche che Stato e Chiesa possono rimanere liberi solamente se la ragione dello Stato rimane ragionevole, se non perde quell’unità di misura, vale a dire quei criteri che non è in grado di darsi da sé». È nel momento in cui la ragione di Stato diviene appunto irragionevole, sfociando nella tirannia e nell’oppressione, che la cultura cristiana deve tentare di trattenerla, di arginarla. Per Ratzinger, la ragione può sostenere una critica del progresso utile e non pretestuosa, consente ai credenti di rimanere dentro la storia e il mondo vedendone però i lati oscuri.

Negli ultimi anni, oltre alla fede, anche la ragione è andata perduta. Anzi: la ragione sfrenata si è voluta tramutare in fede, imponendo il totalitarismo antiumano della Cattedrale sanitaria. Un nuovo oscurantismo che non può certo dirsi cristiano.

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