L’attentatore a Solingen, che ha freddato 3 persone durante la festa dell’inclusione, era in attesa di espulsione. L’accoglienza indiscriminata mina la società. Bloccarla non è razzismo né islamofobia, ma solo senso pratico.
Provate a digitare sul vostro computer le seguenti parole: richiedente asilo e terrorismo. Insieme alle molte notizie che vi appariranno sul video, le prime riguarderanno il recente attentato di Solingen, città tedesca in cui un rifugiato siriano ha approfittato di una festa in piazza per accoltellare a morte tre persone e ferirne gravemente altre otto. Ma gli altri link faranno riferimento a migranti che in Francia, in Gran Bretagna, in Italia e in vari Paesi europei o hanno compiuto atti di terrorismo come quello di tre giorni fa nella regione del Nordreno-Vestfalia o sono stati fermati in tempo prima che li mettessero in atto. Provenienti dall’Iraq, dal Bangladesh, dalla Tunisia, dalla Libia o dalla Siria, tutti gli extracomunitari arrestati per aver progettato di ammazzare a caso delle persone o per aver sparato o tagliato la gola a degli sconosciuti che hanno avuto il solo torto di incrociarli per strada, sono mossi dallo stesso identico furore: l’integralismo islamico. Che si chiamino Issa, come il rifugiato di Solingen, Abdesalem, come l’uomo che un anno fa a Bruxelles ammazzò a caso due svedesi, o Khairi Saadallah, che a Forbury Gardens, in Gran Bretagna, pugnalò a morte quattro anni fa tre uomini, ad armare la loro mano con un kalashnikov o con un coltello è sempre una sola motivazione, ovvero vendicare i musulmani e perseguire la guerra santa contro gli infedeli.
Certo, le generalizzazioni sono sempre sbagliate e dunque non si deve incorrere nell’errore di fare di ogni migrante un fascio. Ma allo stesso tempo, non si può continuare a ignorare il fenomeno e non riconoscere che sulla spinta dell’accoglienza indiscriminata e dei motivi umanitari abbiamo aperto la porta delle nostre case anche ai terroristi. Quando Angela Merkel accolse i profughi siriani, su pressione delle aziende tedesche che richiedevano manodopera a basso costo e dell’ondata di persone in fuga dalla guerra a Damasco, certo non immaginava che stava offrendo ospitalità anche a quanti sognavano di portare il terrore nel cuore dell’Europa. Eppure questo è un fatto ormai incontestabile. Insieme a persone che desideravano lasciarsi alle spalle le bombe e lo Stato islamico, Merkel ha importato anche un certo numero di terroristi: alcuni già entrati in attività, altri ancora dormienti. Non solo, oltre ai seguaci della Jihad, la Germania ha accolto nei propri confini anche un bel numero di criminali. Non lo dico io, lo spiega l’ultimo rapporto del Bundeskriminalamt, ovvero lo stato della criminalità secondo la polizia tedesca. In generale, i reati sono aumentati del 5,5 per cento, raggiungendo il valore assoluto più alto degli ultimi otto anni. Ma il dato non genera sorpresa e allarme fino a che non si osservano le origini degli autori dei crimini. Secondo lo studio, il 34,4 per cento delle persone accusate di aver violato la legge compiendo furti, rapine o aggressioni non avrebbe un passaporto tedesco. Nulla di sconvolgente, perché non soltanto le cifre rientrano nella media di molti Paesi europei, come ad esempio l’Italia, ma confermano ciò che si poteva immaginare fin dal Capodanno del 2016, quando a Colonia, ma non solo, molte donne furono sessualmente aggredite da giovani accolti con tanto affetto e generosità dalla cancelliera.
Non c’è dunque esclusivamente il problema di richiedenti asilo che progettano di tagliare la gola a coloro che li hanno accolti. Esiste anche una questione più estesa che si chiama sicurezza della collettività. Vale per la Germania, che in questi anni con la scusa che i migranti erano necessari a sostenere l’economia non è andata troppo per il sottile spalancando le porte a chiunque, vale per tutto il resto d’Europa, dai Paesi del Nord a quelli del Sud. Forse, come sostiene la sinistra, gli extracomunitari sono necessari per pagarci le pensioni, perché aumenta il numero di chi vive con l’assegno previdenziale e diminuisce quello di chi lavora e paga contributi e tasse, ma molti di loro si portano dietro problemi che una comunità sempre più anziana e spesso sempre più spaventata non è certo in grado di affrontare. Non è razzismo, non è islamofobia: è senso pratico di chi sa che l’integrazione non è un pranzo di gala.
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