Trasparenza salariale obbligatoria: in arrivo i paletti Ue sugli stipendi
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ai dipendenti sarà permesso chiedere le medie retributive per genere dei colleghi.

L’Italia ha meno di un anno di tempo (la scadenza è il 7 giugno 2026) per recepire la Direttiva europea 2023/970, entrata in vigore nell’agosto 2023, che abolisce il segreto salariale in nome della trasparenza e della parità di retribuzione tra uomini e donne. Vorrà dire che chiunque potrà sapere quanto guadagna un collega? No, malgrado molti giornali abbiano scritto il contrario.

Nessuno, in qualsivoglia azienda, pubblica o privata, potrà bussare alla porta del responsabile delle risorse umane e fare in conti in tasca agli altri dipendenti. E per fortuna. Lo scenario descritto ieri sui maggiori quotidiani italiani, infatti, illudeva il lettore di avere il diritto di violare la privacy altrui. In realtà, la Direttiva dice ben altro. Andando con ordine: la norma Ue obbligherà le aziende a fornire ai candidati lavoratori, già prima dell’assunzione, informazioni chiare e dettagliate sulla retribuzione iniziale o sulla fascia salariale associata alla posizione offerta. Inoltre, i datori di lavoro non potranno chiedere ai candidati informazioni sui precedenti stipendi, per evitare che i redditi percepiti sino a quel momento influenzino in modo ingiusto e al ribasso l’offerta salariale.

Ai dipendenti viene riconosciuto effettivamente un «diritto all’informazione» in virtù del quale, in prima persona o tramite loro rappresentanti, potranno «richiedere e ricevere per iscritto informazioni sul loro livello retributivo individuale e sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore».

Le informazioni che potranno essere richieste riguardano dunque dati aggregati e anonimi, sulle retribuzioni medie, non individuali. Per essere ancora più chiari: non si potrà chiedere all’azienda «Quanto guadagna Mario Rossi?», bensì «Qual è la media salariale delle donne e degli uomini che svolgono il mio stesso lavoro?».

La risposta da parte del datore dovrà arrivare entro due mesi. Inoltre, nei contratti non potranno essere inserite clausole che obblighino i dipendenti a mantenere un obbligo di riservatezza sulla propria retribuzione o gli impediscano di chiedere informazioni su quella degli altri dipendenti.

Le aziende con  più di 100 dipendenti dovranno pubblicare report dettagliati sul divario salariale di genere, ma ogni Stato europeo ha la possibilità di estendere l’obbligo a tutte le società, a prescindere dalle dimensioni.

La mancata trasparenza, la negazione dei dati richiesti, la mancata pubblicazione dei report (ne caso di aziende con più di 100 lavoratori), il mantenimento di un divario più alto del 5% ingiustificato e la discriminazione retributiva diretta o indiretta fondata sul genere costeranno alle aziende sanzioni «effettive, proporzionate e dissuasive». L’importo delle eventuali multe sarà deciso a livello nazionale. Inoltre, le aziende che non rispettano gli obblighi possono essere escluse dalle gare pubbliche. Le vittime di discriminazione hanno diritto al pieno risarcimento, inclusi arretrati, interessi e compensazione morale. Nel caso di controversie, sarà il datore di lavoro, e non il lavoratore, a dover dimostrare l’assenza di discriminazione.

La Direttiva Ue 2023/970 ha lo scopo di abbattere la differenza salariale tra donne e uomini (il cosiddetto gender pay gap) che in Europa si attesta intorno al 13%, ma che in molti Paesi raggiunge livelli più alti. L’Italia, secondo il Global gender gap report 2025 redatto dal World Economic Forum, si piazza al 79° posto su 148 Paesi.

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