A Roma si fanno riunioni straordinarie per trovare la quadra in vista della prossima manovra. Ci vogliono almeno 32 miliardi. Non ci sono tutti e servirà quasi sicuramente rivedere gli obiettivi di deficit.
I motivi sono numerosi e si intersecano. Il Superbonus è quello di cui si parla su tutti i giornali, ma c’è anche il calo del Pil, la produttività che resta inchiodata e le risorse vincolate a piani sul modello quinquennale come quelli del Pnrr. Il governo Meloni, però, non è il solo a confrontarsi con la realtà e a dover cercare il modo per non finire imbrogliato nei vincoli di bilancio pre Covid. La Francia in queste ore sta facendo i conti con una crisi immobiliare dovuta ovviamente al rialzo brusco dei tassi, ma anche (e torniamo al dirigismo di Bruxelles) alle normative green sulla casa che oltre a ridurre il valore degli immobili contribuiscono a mettere benzina sul fuoco dell’inflazione. Non parliamo poi della Germania che viaggia dentro e fuori dalla recessione tecnica.
Il Pil di Berlino continua a contrarsi, il clima economico e di fiducia si fa sempre più cupo e pure il settore del mattone vacilla. Così l’idea degli esperti è che anche le previsioni economiche future siano più fosche che in passato a causa di una crisi che è più strutturale e insidiosa di quanto non si immagini. Secondo il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, «La Germania non è il malato d’Europa. Penso che sia una diagnosi errata», ha spiegato in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblatt. Facendo riferimento alla situazione economica di vent’anni fa ha aggiunto: «L’attuale situazione non è paragonabile a quella di allora. Vero che siamo scivolati in una recessione tecnica durante la stagione invernale e da allora lo sviluppo economico non è stato soddisfacente. La pandemia di Covid, l’alta inflazione e quindi l’attacco russo all’Ucraina hanno lasciato il loro segno. Ma prevediamo che l’immagine si rischiarerà l’anno prossimo». Ovviamente Nagel fa il suo dovere, quello dell’oste che celebra il proprio vino.
La realtà però si complica e non è mai come la si vuole mostrare. Come emerso due giorni fa, gli interventi di spesa, per ben 69,1 miliardi di euro, erano ben noti a tutti: ma erano stati appostati in maniera tale da non essere computati ai fini del deficit pubblico, quasi prossimo al pareggio: il solito fiore all’occhiello, con un rosso di appena 16,6 miliardi, pari allo 0,4% del Pil. Ora, questo rapporto aumenta di due punti, arrivando al 2,4% di deficit. La virtù tedesca si fonda spesso su una doppia verità, quella della garanzia pubblica sulle banche locali e regionali, Sparkasse e Landeskasse, che le ha indotte a condurre operazioni spericolate che avevano come sottostante i mutui subprime, impegnando poi il governo a robusti salvataggi. Tanto per fare un esempio non troppo lontano nel tempo. Così come corre l’obbligo ricordare che la Germania campeggia come primo Paese per importo di deroghe ottenute: come lo fu in occasione degli interventi ammessi a favore delle banche dopo la crisi del 2008, lo è nuovamente per i sussidi erogati per agevolare la transizione energetica. Il punto adesso però non è la ramanzina da fare ai tedeschi o almeno questa ci porterebbe poco lontano.
L’analisi che va fatta è semplice: la realtà bussa alla porta. Non possiamo più farci guidare su temi così delicati come il bilancio dello Stato da euroburocrati che agiscono solo a tavolino. E quindi è l’occasione giusta per evitare il ritorno al tradizionale Patto di stabilità o peggio ancora alla nuova versione. Magari più leggera nei numeri, ma più invasiva nelle modalità di imbavagliamento delle scelte economiche. Oggi Parigi punta a far slittare il nuovo Patto al 2025, perché il prossimo anno potrebbe trovarsi con un deficit troppo elevato. Ma al tempo stesso non appoggia la proposta italiana (e di altra mezza dozzina di nazioni) di scorporare singole voci dal calcolo complessivo. Da noi si teme (giustamente) che un modello di rientro come quello sul tavolo di Bruxelles penalizzi chi ha più debito. Paura che ora coglie anche Berlino. Non sappiamo come andrà a finire. Ma ciò che è certo è che tutte e tre le principali economie hanno le proprie ragioni per tornare al sano pragmatismo. Atteggiamento che sembra imperniare l’intervista rilasciata ieri da Mario Draghi, già numero uno di Bce e presidente del Consiglio, all’Economist. «Le strategie del passato sono diventate insufficienti o inaccettabili», ha detto sentenziando: «Tornare alle vecchie regole del Patto di stabilità sarebbe il peggior risultato possibile». Un macigno anche sulle ipotesi di nuovo Patto ancora sul tavolo e un pietra tombale sulla classe dirigente che sta salutando la Commissione.
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