Caro Mancini,  l’Italia in paradiso a noi piace. Non fiscale, però

Caro Roberto Mancini, caro ct della Nazionale, le scrivo perché quest’estate, con la vittoria agli europei, ci ha portati in paradiso. Ma ora ha fatto un passo avanti: ci ha portati in un paradiso fiscale.

Le confesso che aver scoperto il suo nome, insieme a quello del suo amico Gianluca Vialli, nella lista dei Pandora Papers ci ha provocato più dolore che la sconfitta dell’Italia nella Uefa Nations League (anche perché tra l’altro, ancora non abbiamo ben capito che cosa sia questa Uefa Nations League, a che cosa serva, chi vi partecipi e perché. Ricorda un po’ il sorbetto che in certi pessimi ristoranti servono dopo il primo: lo mandi giù anche se non sa di niente, aspettando che arrivino cose più serie). Ma non divaghiamo: la prima sconfitta della Nazionale dopo 37 partite in fondo era prevedibile. Il suo nome fra i Paperoni off shore invece no. E fa venire lo spiacevole sospetto che perfino lei, sempre così attento all’immagine, preferisca perdere la faccia. Piuttosto che perdere qualche soldo.

Per l’amor del cielo (azzurro), precisiamolo subito: di sicuro è tutto regolare. Di sicuro lei non ha commesso nessun reato. Così come di sicuro non ha commesso nessun reato Gianluca Vialli, che infatti si è affrettato a definirsi «cittadino britannico», dicendo che i suoi «investimenti commerciali sono nel pieno rispetto della normativa fiscale». Non è una colpa avere un tesoro ai Caraibi. Non è una colpa incassare abbondanti buonuscite (8 milioni di euro dall’Inter) e cercare di farle fruttare al meglio. Non è una colpa comprare e vendere aerei privati da 6 milioni di euro così come noi compriamo e vendiamo il motorino dei nostri figli. E non è una colpa cercare di sfruttare al meglio le leggi italiane, come quelle dello scudo fiscale. Ci mancherebbe. Tanto più che lei nella lista dei Paperoni off shore, secondo quanto rivelato dai Pandora Papers, è in compagnia del meglio del belmondo planetario: da Elton John a Ringo Starr, da Claudia Schiffer a Tony Blair, da Carlo Ancelotti a Monica Bellucci. Certo: in quella lista ci sono anche nomi più discutibili, persino un boss della camorra e un ex di Ordine Nuovo, ma non sarà certo questo a guastare la santità immacolata del paradiso fiscale.

Ci lasci dire, però, che trovarla in quella squadra ci ha un po’ delusi. Lei è stato, quest’estate, il simbolo della nuova Italia, della voglia di ricominciare, della voglia di tornare a vivere. Lei non ha solo vinto: ha mostrato il volto di un’Italia diversa, gradevole, piacevole, da ammirare. Un’Italia che non era solo capace di fare gol, ma anche di affermare valori profondi, uno spirito diverso. Questo abbiamo festeggiato in quelle notti magiche di luglio, questo continuiamo a festeggiare oggi, forse fin troppo (non sarebbe il caso di smetterla?) nelle feste nazionali delle gazzette sportive. E per questo siamo delusi nello scoprire che la nuova Italia che lei rappresenta rischia di ricominciare dagli stessi vizietti della vecchia Italia. Proprio gli stessi. Forse peggiori. Anche se in campo mettiamo le facce pulite di Chiesa e Barella, insomma, là dietro le quinte siamo sempre i soliti. Ed è questa la sconfitta che brucia di più.

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