L’Ue preferisce missioni impossibili a progetti anti emissioni realizzabili
Pietro Fiocchi (Imagoeconomica)
Bruxelles ha bocciato la proposta di incentivare gli Euro 6: deve spingere l’elettrico.

È duro indossare i panni della Cassandra. Anche la Corte dei conti europea manifesta chiaramente tutti i dubbi e le perplessità che in questi anni abbiamo sollevato sull’accelerazione del Green deal e sull’ingresso del motore totalmente elettrico nel mercato europeo: costi troppo elevati, mancanza di materie prime europee e produzione di batterie localizzata prevalentemente in Cina con forte rischio di dipendenza, desertificazione industriale, mancanza di infrastrutture di ricarica e di strutture di riciclo di materiali come il litio. In particolare l’insufficienza delle strutture di ricarica renderà assai difficile ai costruttori il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni. E forse vale la pena di ricordare che il 70% delle stazioni di ricarica presenti oggi in Europa è allocato in Francia, Olanda e Germania che insieme rappresenterebbero solo il 20% della totale superficie dell’Unione europea.

Sono criticità che abbiamo sollevato in tutte le sedi e le occasioni possibili evidenziando la sussistenza di troppa ideologia e di mancanza di realismo che ora la Corte dei conti ha confermato, auspicando una revisione delle proprie decisioni da parte della Commissione europea nei prossimi due anni. Inoltre, nonostante l’approvazione del regolamento sulle emissioni di CO2 nei veicoli automobilistici, le emissioni stesse non sono ancora diminuite.

Avevo avanzato una proposta per ridurre velocemente le emissioni di CO2 e cioè quella di rottamare definitivamente tutto il parco veicoli inquinante in circolazione in Europa (centinaia di milioni di veicoli al di sotto dello standard Euro 6) e incentivare, anche attraverso l’utilizzo delle risorse del Fondo sociale per il clima, l’acquisto da parte dei cittadini di veicoli non inferiori a Euro 6. Purtroppo però la Commissione non ha preso in considerazione una proposta che mi sembrava di buonsenso e praticabile. Oltretutto il costo elevato dell’autoveicolo elettrico non ne stimola l’acquisto nei Paesi con un Pil pro capite più basso, tant’è che in questi Paesi i proprietari di veicoli sono orientati a detenere le proprie auto inquinanti più a lungo. Accade quindi che l’età media di un’automobile in circolazione nell’Ue sia stimata intorno ai 12/13 anni di età. Nonostante quindi l’adozione del Regolamento per la riduzione delle emissioni non avesse portato risultati in linea con gli obiettivi climatici dell’Unione fin dal 2019, il pacchetto Fit for 55 varato nel 2023 ha introdotto obiettivi ulteriormente più ambiziosi a partire dal 2030, dimostrando di non aver approfondito assolutamente i motivi del mancato raggiungimento di quelli precedenti.

Spiace molto constatare che in questi anni la maggioranza ha ragionato a senso unico evitando di ascoltare le voci critiche o in aperto dissenso che pure si sono levate forti da diversi Stati membri. Cambiare le regole del gioco ripetutamente e frettolosamente e senza accettabilità sociale e industriale può mettere davvero l’Europa in una condizione di dipendenza economica dalla Cina e in una intollerabile rinuncia alla propria sovranità industriale. Si convinca la Commissione europea di oggi e di domani che l’industria e le imprese dell’automotive hanno tutto l’interesse a preservare l’ambiente, a investire e a indirizzare le loro produzioni verso metodologie sempre più ecologiche, ma hanno anche la necessità di tutelare i posti di lavoro e la dignità delle famiglie europee nonché di partecipare ai processi di transizione e non a vedersi calare dall’alto imposizioni e tempistiche irrealizzabili, che al contrario, come dimostrato dalla relazione della Corte dei conti europea, comporterebbero un sicuro insuccesso delle politiche ambientali europee.

*eurodeputato di Fdi e relatore
ombra in commissione Ambiente dei dossier su emissioni di veicoli leggeri e pesanti, batterie
e materie prime critiche

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