Il professor Stefano Capolongo: «Nel capoluogo lombardo le strutture sanitarie, situate non in centro ma ai margini della città, possono aver bloccato l’entrata del Covid. La maggiore incidenza nella zona Nord coincide con la presenza di autostrade, ferrovie e aeroporti».

Sono tantissimi gli studi che dimostrano lo stretto legame che esiste tra ambiente e salute. L’epidemia del Covid-19 ha costretto il mondo a riconsiderare anche questo aspetto chiave della vita umana. La stessa diffusione del virus infatti non è casuale. «In questo periodo sono stati pubblicati molti articoli scientifici e ricerche che mettono in luce la forte correlazione tra aspetti ambientali e diffusione della pandemia», dice alla Verità Stefano Capolongo, direttore del dipartimento di Architettura, ingegneria delle costruzioni e ambiente costruito (Abc) del politecnico di Milano. «Alcune ricerche in pubblicazione stanno dimostrando una stretta correlazione tra inquinamento e Covid, oltre al ruolo del clima».

Sull’argomento sono particolarmente interessanti i dati di diffusione del virus Sars-Cov-2 a Milano città, in base al Cap di residenza dei pazienti, forniti dell’Azienda territoriale sanitaria (Ats) del capoluogo lombardo. Come si vede dalla cartina, «le zone più colpite sono quelle a Nord della città, che corrispondono alle aree dove ci sono i principali snodi infrastrutturali di trasporto: ferrovie, autostrade e aeroporti», fa notare il professore. L’altra area critica, infatti, è nell’asse periferico che porta verso l’imbocco della tangenziale Est.

Il virus si è mosso lungo le vie più trafficate. Del resto, la sua stessa rapida diffusione si deve alla velocità dei trasferimenti possibili da una parte all’altra del mondo con un volo aereo. Colpisce la bassa incidenza di casi nelle zone centrali di Milano. «Possiamo formulare delle ipotesi», osserva Capolongo.

«La prima spiegazione potrebbe essere che la popolazione residente è minore rispetto ad altre zone della città e, quotidianamente, si sposta di meno. Un altro possibile motivo è legato alla situazione socioeconomica più elevata che, come riduce l’incidenza di varie malattie, abbia funzionato anche per il virus». Milano, rispetto ad altri contesti urbani, nonostante la sua compattezza abitativa, ha comunque retto alla pandemia. «Probabilmente per la collocazione delle strutture sanitarie», dice il professore. «Gli ospedali sono infatti ai margini della città e sono nelle vie di comunicazione importanti come l’autostrada A1 che raggiunge il lodigiano, dove il virus si è diffuso. La presenza di questi presidi sanitari potrebbe, in qualche modo, aver bloccato l’entrata del Sars-Cov-2 in città». Si deve però ricordare che molti focolai si sono verificati in ospedali e in residenze per anziani (Rsa). Tra le varie cause di questo fenomeno, non si può escludere il ruolo della ventilazione meccanica che caratterizza proprio questi ambienti.

«Ci sono studi che dimostrano come gli impianti meccanici potrebbero facilitare la diffusione del virus, magari per una questione di filtri. Del resto», ricorda l’esperto, «la migliore ventilazione è quella naturale». A tal proposito, sembra quasi che il Covid-19 costringa a ritornare al passato. Per difendersi dal contagio si sono recuperare pratiche e norme comportamentali in parte rimpiazzate, negli ultimi cento anni, da vaccini e medicine. «Contro il virus ci siamo difesi principalmente agendo sull’ambiente», fa notare Capolongo, «ricorrendo al distanziamento e all’isolamento fisico, al lavarsi spesso le mani, all’arieggiare gli ambienti per migliorare la qualità dell’aria». In linea con queste osservazioni arrivano anche dei suggerimenti per come debbano essere le città del dopo Covid-19, per difendere e promuovere la salute. «Sicuramente serve la promozione di una mobilità lenta, alternativa al mezzo pubblico», continua l’esperto. «Bisogna creare la possibilità di andare a piedi, in bici non solo per ridurre la trasmissione del virus, ma per favorire l’attività fisica, che è un fattore chiave per la prevenzione delle malattie croniche come diabete, obesità e disturbi cardiovascolari», già considerate, a causa dell’invecchiamento della popolazione, la prossima epidemia. Sul piano strutturale servono anche una programmazione e una pianificazione adeguate per la gestione di una epidemia.

«Sappiamo gestire le maxi emergenze come terremoti e disastri idrogeologici, ma non le epidemie», dice il professore. Le città devono essere più «flessibili e resilienti, capaci di adattarsi in base a quadri epidemiologici in continuo cambiamento».

Servono aree verdi che possano velocemente essere attrezzate per costruire ospedali o strutture modulari dove accogliere e curare i pazienti. La resilienza si riferisce alla capacitò di garantire le prestazioni per la salute, anche in emergenza. Ci vogliono in pratica polmoni verdi che, oltre a migliorare la qualità dell’aria e dell’abitare, dato che riducono l’innalzamento della temperatura, siano convertibili in sede di cura, quando serve, per poi tornare come prima.

A New York, in pochi giorni, hanno eretto un ospedale a Central Park. L’urbanizzazione va quindi controllata, soprattutto per contenere l’allargamento delle città che, sottraendo aree rurali, possono compromettere l’equilibrio ambientale. Tutto questo però richiede anche il coinvolgimento del cittadino, nessuno escluso.

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