Andrea Tosatto analizza il doppio pesismo del sistema culturale italiano e il caso di Enrico Ruggeri a Codogno dimostra una realtà amara: la caccia alle streghe non è mai finita. Se sei un artista e ti uniformi alla narrazione di volta in volta imposta dal potere vieni applaudito e coccolato dal sistema ma se provi ad avere "spina dorsale", se esprimi dubbi legittimi o mostri onestà intellettuale, scatta immediatamente il veto politico. Arrivano le richieste di cancellazione, i boicottaggi nei teatri e il linciaggio mediatico.
Andrea Tosatto analizza il doppio pesismo del sistema culturale italiano e il caso di Enrico Ruggeri a Codogno dimostra una realtà amara: la caccia alle streghe non è mai finita. Se sei un artista e ti uniformi alla narrazione di volta in volta imposta dal potere vieni applaudito e coccolato dal sistema ma se provi ad avere "spina dorsale", se esprimi dubbi legittimi o mostri onestà intellettuale, scatta immediatamente il veto politico. Arrivano le richieste di cancellazione, i boicottaggi nei teatri e il linciaggio mediatico.
Auto bianche contro la macchina del fango mediatica che diffonde notizie fuorvianti sui loro guadagni: «Non dichiariamo 19.000 euro l’anno, quello è l’imponibile al netto dei costi. L’80% di noi è indebitato...».
Dicono che l’auto bianca non sia poi così candida, che sia una «guida» all’evasione. Possibile? Il «tiro al tassista» è ormai un evergreen con cui abbagliare l’opinione pubblica nella caccia alle partite Iva che farebbero più «nero» in Italia, e in effetti, da tempo, la categoria è spesso percepita dal cittadino come una casta di furbetti.
Non solo a causa di qualche video virale dove il cliente litiga con il tassista a cui non funziona il Pos (le mele marce esistono dappertutto), ma soprattutto per certi articoli superficiali che mettono alla berlina i conducenti e i loro presunti guadagni.
Nei giorni scorsi, per esempio, il Sole 24 Ore, ripreso anche dal Corriere della Sera, ha scritto che il reddito lordo medio di un tassista è pari a 18.983,09 euro, praticamente 1.582 euro al mese. Pochini. Quanto basta per aizzare un semplice impiegato che magari ne percepisce altrettanti, con la differenza che il primo, il tassista, è un lavoratore autonomo assai richiesto in città invase da turisti e popolate da manager allergici alla giungla del metrò, tant’è vero che a Milano «non ci sono mai abbastanza taxi e si creano code interminabili», fa notare talvolta chi sbarca alla stazione Centrale. Dunque, penserà il nostro impiegato fantozziano, «se l’autista guadagna quanto me… è perché evade». Peccato che il Sole non abbia raccontato tutta la verità nel riportare i dati fotografati dal ministero dell’Economia tra il 2017 e il 2024 in sette province (Torino, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo): i quasi 19.000 euro, infatti, non rappresentano il ricavo annuale dei tassisti bensì l’imponibile fiscale su cui vengono pagate le tasse.
«È un danno reputazionale. Lo scenario è ben diverso da quello che si vuole far apparire», tuona Loreno Bittarelli, presidente di itTaxi e del Radiotaxi romano 3570, «l’incasso complessivo dichiarato è di gran lunga superiore, non c’è sommerso, ma da questo vengono poi sottratti i costi vivi per l’attività: carburante, assicurazione, bollo, manutenzione, quota Radiotaxi e spese per l’assistenza fiscale, per un totale di circa 10.500 euro. Non solo. Si portano in deduzione anche gli ammortamenti della licenza, che incide per 10.000 euro l’anno, e dell’auto acquistata per il servizio (5/6.000 euro)». E poiché la matematica non è un’opinione, Bittarelli fa presente che «se un tassista ha un imponibile di 19.000 euro significa che ha indicato in dichiarazione fiscale ricavi per circa 45.000 euro, 3.800 euro al mese». Più del doppio rispetto a quanto riportato da Sole e Corriere. Ce ne dà prova con un modello fiscale tipo. «Siamo i soggetti meno adatti a evadere. Il motivo? Le nostre tariffe sono stabilite dai Comuni e il contachilometri non mente, basta incrociare i dati. Tant’è vero che le dichiarazioni dei tassisti sono perfettamente conformi agli Indici sintetici di affidabilità (Isa), altrimenti saremmo un bersaglio della Guardia di finanza. Oggi, oltre l’80% dei clienti è «digitale» e paga via app o Pos». Nella sua memoria difensiva, Bittarelli confessa che «devi avere il fegato grosso per fare 40 anni di servizio: non abbiamo ferie pagate, malattia, 104. Insomma, non siamo dei privilegiati, c’è chi resta in strada anche dopo la pensione, perché l’assegno difficilmente supera i 1.000 euro».
Gli fa eco, da Firenze, Claudio Giudici, presidente nazionale del sindacato Uritaxi: «Non conosco tassisti ricchi. Almeno sull’80% delle auto bianche, oggi, ci sono giovani indebitati con le banche e con l’ipoteca sulla casa per via dell’investimento professionale. Questo abbatte di molto il reddito. Così come le spese per il miglioramento dei mezzi per soddisfare l’utenza». Anche lui porta numeri, dichiarazioni fiscali, dimostrando come 67.000 euro di ricavi restituiscano un utile lordo (tassabile, ndr) di 29.000 euro. Come si spiega questa gogna mediatica? «Diciamo che è iniziata la campagna elettorale e qualcuno ci usa come clava politica per colpire quei partiti più vicini ai lavoratori autonomi. Ma questo voyeurismo ideologico sulle piccole imprese, che impattano sull’evasione al 5% (Associazione contribuenti italiani), produce solo una guerra tra poveri, lasciando al riparo le vere oligarchie multinazionali». Si riferisce a Uber? «Prendiamo il loro bilancio italiano», pungola Giudici, «su un fatturato di 11,6 milioni hanno un utile lordo di appena 660.000 euro…». L’Unione sindacale di base raccoglie l’assist: «Ma quali sarebbero i costi di gestione di Uber? Non ha mezzi di proprietà né deve pagare meccanici e gommisti, non mette carburante e nel nostro Paese conta appena 22 dipendenti». «Se applicassimo questo coefficiente ai tassisti», conclude il presidente di Uritaxi, «avrebbero utili sotto i 3.000 euro. Eppure, i demoni siamo noi, gli evasori siamo noi…».
Animi caldi anche a Milano. Per Guido Grassi, rappresentante di Federtaxi Cisal, «l’articolo del Sole è una sconnessa analisi che mette insieme anche tassisti pensionati, part time, cooperative e contribuenti forfettari. La grande evasione va ricercata nella multinazionale americana Uber».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Nato su iniziativa del gruppo Renew (Macron), tra i relatori dell’incontro di domani all’Eurocamera persino dei «bambini queer». Inselvini (Fdi-Ecr) insorge: lettera di protesta alla presidente Metsola e interrogazione.
Ci sono i finanziamenti dell’Unione europea dietro l’evento che dovrebbe (e speriamo che il condizionale sia d’obbligo) tenersi domani all’Europarlamento di Bruxelles sui diritti dei «bambini Lgbtiq+».
Una categoria che non si sa esattamente se esista davvero o se sia, piuttosto, un prodotto dell’ideologia woke in salsa Ue, sposata a quanto pare dalle presidenti delle due istituzioni europee, Roberta Metsola - che ha concesso i locali per organizzare il simposio liberal - e Ursula von der Leyen che l’ha finanziato. Entrambe sulla carta condividono la stessa famiglia politica, quella del Partito popolare europeo (Ppe), ma pur di tutelare i traballanti equilibri della maggioranza parlamentare che le ha votate, sono disposte a chiudere entrambi gli occhi di fronte alle folli istanze ideologiche delle opposizioni, in questo caso di Renew Europe, piccolo gruppo macroniano del Parlamento europeo cui aderiscono Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda. L’organizzatore dell’evento sui bambini Lgbtiq+ è infatti l’europarlamentare tedesco Lukas Sieper, recentemente entrato in Renew per promuovere un’agenda fortemente orientata ai temi del politicamente corretto e del progressismo: il solito commercio equo e solidale, la lotta all’omofobia, il fact-checking, il contrasto ai cambiamenti climatici, la rapida integrazione dei migranti, la depenalizzazione della cannabis, eccetera.
L’evento, convocato all’insegna dello sconclusionato slogan «queer rights are children rights» («i diritti delle persone queer sono i diritti dei bambini», sic), è stato organizzato in collaborazione con Save the Children Youth Sweden, l’organizzazione Iglyo e Save The Children Europe, e promuove la normalizzazione dell’incongruenza di genere anche tra i più piccoli («Not too young to be myself»). L’iniziativa ha scatenato la dura contestazione di Fratelli d’Italia: «I bambini non sono categorie ideologiche, non sono etichette politiche, non sono strumenti per promuovere agende progressiste. I bambini sono bambini e non si devono toccare», ha commentato Paolo Inselvini, eurodeputato Fdi-Ecr. «Già il titolo dovrebbe far riflettere chiunque abbia un minimo di buon senso. Esistono veramente bambini Lgbtiq+? Leggendo il programma dell’evento si scopre che si parlerà di giovani queer, di come l’Ue possa “proteggere e includere bambini Lgbtiq+”, di come questi si debbano “autodeterminare”. Una deriva folle, che vuole trasformare l’infanzia e la realtà naturale in un terreno di sperimentazione ideologica. Ogni bambino», osserva Inselvini, «ha il diritto ad essere protetto, anzitutto dalle folli ideologie che vogliono convincerlo che è nato nel corpo sbagliato. Dicono nella loro locandina che ogni bambino deve sentirsi libero di essere ciò che vuole. Lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer o altro. Ma veramente vogliono catalogare i bambini secondo i presunti gusti sessuali? Un bambino è la propria attrazione sessuale? Ogni bambino deve sottomettersi alla falsa fede arcobaleno? È una pazzia».
L’eurodeputato di Fratelli d’Italia ha incalzato Metsola, chiedendole di riesaminare l’opportunità di ospitare l’iniziativa prevista domani nei locali del Parlamento europeo: «Siamo sconcertati e contrariati, i bambini non sono terreno di sperimentazione culturale da parte di movimenti politici o attivisti», si legge nella lettera inviata alla presidente del Parlamento europeo. «Dal programma dell’evento emerge chiaramente un approccio unilaterale, privo di qualsiasi reale contraddittorio culturale, scientifico, medico o pedagogico, nonostante si tratti di questioni sulle quali esistono sensibilità profondamente diverse all’interno degli Stati membri e della stessa società europea», scrive Inselvini. «Risulta particolarmente inquietante, inoltre, il coinvolgimento diretto di minori all’interno di un evento dal marcato carattere militante, dove si incoraggiano concetti quali la «autodeterminazione». Già, perché al meeting interverranno alcuni «bambini Lgbtiq+» svedesi per parlare dello «stato dei loro diritti», mentre il panel su cosa può fare l’Ue per loro sarà addirittura «moderato», sic, da alcuni minori. Il tutto per gentile concessione dell’Ue, tanto che Inselvini ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea domandandone conferma e chiedendo quali altri finanziamenti siano stati concessi negli ultimi cinque anni alle organizzazioni dietro l’evento. «Ritiene un valore europeo l’affermazione secondo cui “i diritti queer sono diritti dei bambini”, nonché la catalogazione dei bambini e dei loro diritti secondo i presunti gusti sessuali?», si legge nel testo indirizzato all’esecutivo Ue, guidato dalla popolare von der Leyen. Nessuno stupore, del resto, se si pensa che l’Oms Europe, negli «Standard per l’educazione sessuale in Europa», ha celebrato la sessualizzazione precoce dei bambini evocando, per la fascia dai 6 ai 9 anni, l’opportunità di parlare di eiaculazione, metodi contraccettivi, «gioia e piacere nel toccare il proprio corpo (masturbazione)» e, ça va sans dire, ruoli di genere. Il tutto, graziosamente, con i soldi dei contribuenti europei.
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Emanuel Macron (Ansa)
Revocato l’articolo dal testo sulla tutela dei minori. I vescovi: assalto alla libertà di culto.
In Francia, il sacramento della confessione ha rischiato di essere soppresso da una proposta di legge presentata dai deputati di Ensemble pour la République, il partito fondato dal presidente Emmanuel Macron.
Il testo, volto a «proteggere i bambini e contrastare le violenze in ambito scolastico», conteneva infatti una disposizione che avrebbe abolito il segreto della confessione.
La proposta nasceva dalle conclusioni della Commissione parlamentare istituita dopo lo scoppio dello scandalo dell’istituto scolastico cattolico Notre-Dame de Bétharram dove, tra il 1950 e il 2010, sarebbero stati commessi abusi fisici, psicologici e sessuali su minori. Dal 2023 a oggi, sono state presentate circa 200 denunce e aperte diverse inchieste. La Commissione parlamentare ha sostenuto nelle sue conclusioni, presentate l’anno scorso, che lo Stato francese fosse stato «inadempiente» nei controlli e ha denunciato una «mancanza d’azione» da parte dell’ex premier François Bayrou che, negli anni Novanta, era ministro dell’Educazione nazionale.
L’articolo 9 del progetto di legge prevedeva che «i ministri di culto sono soggetti all’obbligo di denunciare i fatti di violenza sui minori, anche quando ne siano venuti a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni: nessun “segreto della confessione” può essere opposto a tale obbligo». Tuttavia, durante l’esame parlamentare, questo passaggio è stato soppresso e il testo finale è stato approvato all’unanimità poco prima della mezzanotte di lunedì. Ora il testo passerà al Senato.
Pur riconoscendo l’urgenza nel fare piena luce sugli abusi e di rafforzare la tutela dei minori, molti osservatori hanno visto in questa disposizione un attacco, neanche tanto velato, a uno dei pilastri della fede cattolica: il perdono. La Conferenza episcopale francese (Cef), in una nota citata da Le Figaro, ha espresso il proprio sostegno alla necessità di «prevenire e combattere le violenze in ambito scolastico» così come il «progetto di legge per la protezione dell’infanzia promosso dal governo». Allo stesso tempo però, i vescovi transalpini hanno criticato alcuni aspetti del testo che, a loro giudizio, mettevano in discussione «diverse libertà fondamentali, come la libertà di coscienza, il segreto professionale, la libertà d’insegnamento o la libertà di culto».
Tra i sostenitori della soppressione del segreto della confessione vi è stato anche Louis Sarkozy, figlio dell’ex presidente francese. Intervenendo lunedì ai microfoni di radio Rmc, ha affermato di rispettare «tutte le credenze religiose e, in particolare, il cattolicesimo», ricordando che esso «ha plasmato la Francia per 15 secoli» e che «non si può cancellare la nostra storia a colpi di legge» perché «fa parte di noi, fa parte di me». Tuttavia, il giovane Sarkozy ha poi sostenuto apertamente la necessità di «spezzare un sacramento vecchio di mille anni».
Resta indiscutibile e sacrosanta la necessità di perseguire e punire tutti i responsabili di abusi sui minori, dentro e fuori la Chiesa. Tuttavia, secondo i critici della proposta, gli errori commessi da alcuni non possono giustificare l’abolizione di un principio considerato essenziale per la libertà religiosa. Di fronte a questa vicenda, qualcuno, nelle curie e le sagrestie francesi, potrebbe aver fatto un mea culpa ripensando al sostegno accordato, da certi membri del clero e da tanti cattolici nella campagna per le elezioni parlamentari del 2024, al cosiddetto fronte repubblicano anti Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen. E pazienza se questo fronte fosse composto anche da partiti favorevoli all’aborto e all’eutanasia (come alcuni parlamentari Rn) palesemente in contrasto con le posizioni della Chiesa cattolica.
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Gli esperti svelano che, tramite intermediari e doppie polizze, la flotta ombra copre i viaggi con cui continua a trasportare greggio, nonostante l’embargo. Macron e Sánchez acquirenti record del gas liquido di Mosca.
Ipocrisia: «Simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni». Così la Treccani ci aiuta a descrivere il comportamento dell’Europa, che con il volto buono inneggia agli eroi ucraini e con la mano santa attinge al portafogli per sostenere la loro resistenza all’invasore russo, ma intanto foraggia la guerra di Vladimir Putin.
Nonostante i venti pacchetti di (inutili) sanzioni già approvati e il ventunesimo in arrivo, forse entro la fine del mese.
L’ultimo capolavoro di ambiguità riguarda le petroliere fantasma. Il giorno dopo la spacconata di Emmanuel Macron, che fa incetta di gas liquefatto di Mosca mentre pubblica su X il video dell’abbordaggio di un tanker della flotta ombra dello zar, Politico ha informato che le navi della Federazione riescono ancora a utilizzare coperture assicurative riconducibili ai mercati finanziari europei.
La testata cita le analisi di una società d’intelligence, Deft9 solutions, e le dichiarazioni del coordinatore della commissione dell’Eurocamera per l’Industria, la ricerca e l’energia, Ville Niinistö. Secondo l’onorevole finlandese, le imbarcazioni clandestine si servono di intermediari e persino di «organizzazioni bancarie europee e occidentali», per garantire le coperture miliardarie necessarie alle decine e decine di traversate con cui trasportano il greggio sotto embargo. Gli esperti anonimi parlano di «1.700 navi che effettuano continuamente viaggi di andata e ritorno e hanno bisogno ogni volta di un’assicurazione». In Russia, però, mancano le risorse. E allora, ha scritto Politico, «attraverso accordi di riassicurazione», cioè vere e proprie assicurazioni sulle assicurazioni, «strutture assicurative secondarie e altri prodotti finanziari», parte del rischio «starebbe tornando nei marcati finanziari europei».
Non è facile risalire alle compagnie coinvolte in questo sistema di scatole cinesi - anzi, vista la situazione, è il caso di chiamarle matrioske. Il fatto è che, fuori dall’ipocrisia dei palazzi di Bruxelles, c’è un Vecchio continente che ha ancora bisogno di procurarsi combustibili fossili per mandare avanti l’economia. Specie nel bel mezzo di una congiuntura globale così complicata. Lo dimostrano le cifre sciorinate dal Center for research on energy and clean air (Crea): la gran parte del greggio di Putin si muove su petroliere ombra, oppure su natanti colpiti dalle sanzioni di Usa, Ue, Regno Unito, Canada e Australia, tutti capaci di eludere il tetto ai prezzi, fissato ufficialmente per limitare gli incassi con cui, poi, il Cremlino finanzia la sua guerra contro l’Ucraina.
Tra i Paesi che fanno il doppio gioco figurano, in realtà, anche quelli guidati dai leader più moralisti. Fino a un paio di mesi fa, ad esempio, il campione di import di Gnl russo era Pedro Sánchez; ad aprile, la Spagna è stata surclassata dalla Francia di Macron, che prende d’assalto i barili di contrabbando, forse perché non ne ha bisogno, però ha sborsato 413 milioni di dollari in 30 giorni per il gas liquido, a fronte dei 363 del Belgio e dei 181 di Madrid. Nel frattempo, la Slovacchia e l’Ungheria, alla faccia dell’avvento di Péter Magyar, benedetto da Ursula von der Leyen, comprano sia metano russo via gasdotti, sia petrolio. Dunque, non stupisce che, come hanno spiegato alcune fonti a Politico, dal ventunesimo pacchetto di sanzioni siano già stati espunti i provvedimenti diretti a interrompere i meccanismi di cooperazione tra Mosca e l’Occidente che resistono alle barriere.
Per di più - a proposito di ipocrisia - nel momento in cui l’Ue appare irrevocabilmente votata alla desertificazione industriale in nome della transizione ecologica, la flotta ombra dello zar, con cui in un modo o nell’altro nel Vecchio continente si continua a fare affari, rappresenta un’autentica minaccia ambientale: le navi sono vecchie ferraglie, scarsamente manutenute e a elevato rischio di naufragio. Anche perché gli ucraini non si fanno scrupolo a bersagliarle. Un paio di precedenti riguardano da vicino l’Italia: a febbraio 2025, un tanker era stato danneggiato da un’esplosione davanti alle coste liguri; lo scorso marzo, una metaniera, la Arctic Metagaz, era finita in balia delle correnti marine al largo di Malta, in seguito a un attacco di droni. A due passi dalla Sicilia. Sarebbe davvero il colmo se, a pagare per questi incidenti, alla fine, fossero compagnie o istituti di credito europei.
Può ben darsi che il momento favorevole alla Russia si stia esaurendo: le fonti di profitto si sono assottigliate, le truppe sono impantanate, le forze armate di Volodymyr Zelensky reagiscono con bombardamenti in profondità, specie sulle raffinerie. Ma se Mosca non indietreggia nel Donbass, è anche grazie al nostro paradossale contributo. Putin non poteva avere un nemico migliore di noi.
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