Se Roberto Burioni fosse Lucio Dalla, avrebbe già dedicato una canzone al vaccino: Tu non mi basti mai. Ma benché coltivi indubbie ambizioni da showman, quando si reca nel salottino catodico di Fabio Fazio, preferisce ancora il format della lectio magistralis.
Domenica sera, dopo essersi iniettato una dose di onestà intellettuale, il professore ha dovuto riconoscere che l’antidoto per il Covid «ha mostrato un lato debole: la protezione che offre non è di lunga durata». Però, ha giurato, «non era possibile prevederlo». Eh già: la scienza non ha mica la palla cristallo. Peccato che, sette mesi fa, con altrettanta sicurezza – o sicumera – e sempre nello stesso programma di Rai 3, la virostar avesse chiosato: «Il vaccino contro il Covid è un vaccino a tre dosi». Se non poteva saperlo, per quale motivo l’ha detto?
Come dimenticare, d’altronde, gli altri suoi colleghi sedicenti esperti, tipo Sergio Abrignani? L’allora membro del Cts, circa un anno fa, volle spararla più grossa possibile: «Con la terza dose», proclamò, «il vaccino protegge fino a 5-10 anni». E invece, erano sì e no quattro mesi.
Insomma, oggi i competenti mettono tutti le mani avanti: quando mai ci avevano sedotti con mirabolanti promesse? Abbiamo immaginato tutto, quindi? Eh no: basta scorrere i motori di ricerca, per rendersi conto che costoro hanno proprio la faccia di tolla.
Pure i Cdc americani, nel frattempo, hanno pubblicato un report aggiornato sui booster, segnalando che la terza punturina, nello scenario Omicron 5 – tuttora prevalente, sebbene gli orfani del virus ci stiano minacciando con la comparsa di ulteriori, contagiosissime varianti – a 120 giorni, presenta un’efficacia per prevenire i ricoveri pari al 29%. Un crollo verticale, che però, stando alla prolusione del dottore, habitué di prime alla Scala, era assolutamente impossibile prefigurare.
Sia l’ente guidato da Rochelle Walensky (la quale, manco a farlo apposta, s’è beccata il Covid), sia il telepredicatore di Che tempo che fa (anche lui reduce dall’infezione), dai dati sul rapido declino dello scudo offerto dal booster, inferiscono la prova definitiva che è necessario sottoporsi alla quarta dose. In verità, in Italia, alcune categorie, tra over 60 e over 80, sono già arrivate alla quinta. Per l’ennesima siringata, torneranno utili i bivalenti tarati sul ceppo sudafricano. Che però, siano essi pensati per Ba.1, siano essi progettati per neutralizzare Ba.4 e Ba.5, scontano il medesimo difetto dei predecessori: «Quanto durerà la protezione», ha sospirato infatti Burioni, «non lo sappiamo». Ma nel dubbio, «meglio prendersi questo». Tanto, per un quinto o sesto buchetto al braccio, non mancherà occasione.
L’inarrestabile giostra delle iniezioni ha spinto alcuni scienziati statunitensi a interrogarsi sull’opportunità di continuare a utilizzare la definizione di persona «completamente vaccinata». Al massimo, si leggeva giorni fa su un articolo di Msnbc, si può dire che un individuo è «al passo con i booster». Come se quei medicinali fossero i sistemi operativi di un iPhone: un apparecchio non avrà mai requie, usciranno altre versioni del software da scaricare e installare. Nessuno, sulle due sponde dell’Atlantico, sembra disposto ad ammettere che il limite »imprevedibile» dei sieri, il calo repentino della loro capacità di schermare non solo dall’infezione, ma addirittura dalle conseguenze gravi del Covid e i conseguenti, via via più ravvicinati appelli a lasciarsi inoculare di nuovo, sono la dimostrazione del fallimento della strategia adottata praticamente da tutti i Paesi occidentali.
Le politiche sanitarie di risposta alla pandemia, negli Usa e in Europa, si sono basate su un mantra, anzi, su un vero e proprio dogma: vaccino sola salus. Un’impostazione che ha portato a trascurare, se non a occultare deliberatamente, il ruolo delle terapie. A volte sminuite, altre volte ostacolate, altre ancora considerate pericolose, poiché certificarne l’efficacia avrebbe offerto un assist a chi non voleva recarsi negli hub.
La realtà, tuttavia, sta presentando il conto. Per fortuna, con il riassorbirsi dell’ultima ondata, i morti stanno diminuendo: ieri sono stati 39. Al netto della divisione tra decessi per Covid e con Covid, che i bollettini ufficiali si ostinano a ignorare, rimane comunque il monito che Andrea Crisanti formulò, prima di candidarsi con il Pd, sulle colonne della Verità: a perdere la vita a causa del virus sono soprattutto soggetti fragili vaccinati. A questo fenomeno si può rispondere vaccinandoli in eterno? I richiami dovevano essere annuali, come quelli per l’influenza; adesso sono diventati tri o quadrimestrali.
Non resta che compiere l’ultimo sforzo analitico. Comprendendo che inseguire la gente con l’ago non è la soluzione. Dunque, si lanci una moratoria sulle vaccinazioni, specialmente sugli under 40, specialmente finché non ci sarà più chiarezza sugli effetti avversi di prime, seconde dosi e booster. E a chi rimane esposto al Covid, si somministrino con tempestività le cure. A partire da quelle precoci, domiciliari. Certo, si tratta di un lavoro logistico oneroso e da svolgere lontano dai riflettori. Di un’attività che richiede poche chiacchiere e tanti fatti. Ma ai probi scienziati come Burioni non spiace sparire dalle scene, no?
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