- Le indossano proprio tutti, dalle modelle Bella Hadid e Kendall Jenner alle influencer di tutto il mondo. Sono le sneaker, conosciute dai più come «le scarpe da ginnastica». Divenute un fenomeno della moda globale, i grandi marchi che le snobbavano ora fanno a gara per averle nelle loro collezioni. Le più vendute? Le Balenciaga Triple S, sold out ovunque.
- Running, tennis, calcio: Lotto si conferma leader nel settore e porta le sue scarpe in oltre 100 Paesi. Il segreto dell'azienda è andare oltre allo sport con approcci e stili che anticipano gusti e tendenze in evoluzione.
- Alla conquista dell'Oriente. Atlantic Star porta le sue stelle fino a Osaka, in Giappone. L'azienda prevede per il 2018 un fatturato globale di 17 milioni di euro, affermandosi come uno dei marchi di maggiore successo nella fascia premium del mercato.
- Suola importante, multicolor, perfette sia per l'uomo che per la donna, da indossare con i jeans, la tuta, ma anche con gli abiti da sera. Guida alle cinque sneaker di lusso più ricercate al mondo.
- Se l'high end continua ad alzare i prezzi, l'high street si mantiene stabile e anzi a volte il costo medio del prodotto si abbassa. Questo non significa minore qualità o richiesta. Lo sa bene Nike che per il ventesimo anniversario del modello cult anni Novanta «Silver» è tornato a produrre l'iconica calzatura collezionando tutto esaurito in tutto il mondo.
Lo speciale contiene cinque articoli e una gallery fotografica.
Non c'è scarpa al mondo che faccia notizia quanto le sneakers. L'ultima è la richiesta del ritiro immediato del modello di Nike Air Max 270, perché la scritta impressa nella suola è ritenuta blasfema e offensiva in quanto simile al nome di Allah in arabo. L'elenco è lungo a cominciare dai vari personaggi noti che le indossano e subito fan tendenza. Se ogni uscita di Cristiano Ronaldo è una passerella di moda, quando è apparso con la celebre sneaker bianca di Alexander McQueen, immediato è stato il balzo in avanti delle vendite. Da Bella Hadid, Kendall Jenner, Gilda Ambrosio, Caro Daur è tutto un contendersi le nuove chunky sneakers, incredibilmente brutte eppure cool che più di così non si potrebbe immaginare. Suola grossa e spessa, para alta e irregolare, colori fluo: la verità è che non se ne hanno mai abbastanza e si vorrebbe collezionarle tutte.
A rilanciare il trend delle chunky è stata Demna Gvasalia, tanto che le sue Balenciaga Triple S sono sold out ovunque. Ma Gucci, Stella McCartney, Nike (praticamente tutte le Air Max, basti pensare alle mitiche Silver, sono chunky sneakers ante litteram), Adidas (con le Falcon), Fila (modello Distruptor), Dior Homme (modello B22 firmato Kris van Assche) non sono da meno e subito hanno proposto modelli simili e altrettanto trendy. Ma non pensiamo che siano le scarpe democratiche per eccellenza e accessibili a tutti, perché guardando a quelle citate i prezzi sono proibitivi. Star e influencer hanno contribuito e farne dei pezzi da collezione, capaci di scatenare risse virtuali nelle aste live per l'ultima Yeezy 500 (il modello chunky delle sneaker cult nate dalla collaborazione tra Adidas e il rapper Kanye West) o per le limited edition che i brand propongono in continuazione al mai sazio pubblico di appassionati. Dalle Air Jordan identiche a quelle indossate dalla leggenda Nba, Michael Jordan, durante una delle sue tante vittorie, con la suola invecchiata, un po' ingiallita, alle Puma del gruppo trap Dark Polo Gang, le sneakers sono l'accessorio che più di tutti identifica lo stile di una persona. Una mania in grado di unire fanatici ed entusiasti in una comunità globale che periodicamente celebra la propria passione. Il 2019 sarà un anno ricco di appuntamenti.
A maggio a Zurigo, in giugno ad Amsterdam in settembre a Parigi. Poi Colonia e Londra fino ad approdare, per la seconda volta, a Milano in ottobre. Sneakerness, il Festival Internazionale delle sneakers fondato da Sergio Muster, è nato dieci anni fa in Svizzera. Allora gli organizzatori si aspettavano un'affluenza di 500 visitatori ma ne arrivarono più del doppio. Non poteva che essere così, per una manifestazione che aveva come protagonista la scarpa più gettonata, più usata e amata del mondo.
Il format che celebra il mondo delle sneakers mette insieme moda, lifestyle, musica e reselling con un occhio di riguardo allo streetwear e al fashion. Era quindi facile imbattersi in artisti, atleti, musicisti, chef, ballerini, dj e designer. Stessa formula per quest'anno. Presenti i più famosi brand e un'occasione d'incontro tra privati e venditori con la possibilità di acquistare non solo l'ultima scarpa must have da copertina ma anche i modelli fuori produzione che impazzano sul mercato del vintage e pure come richieste di pezzi introvabili ma anche la scarpa da ginnastica datata e mai dimenticata. La conferma che le sneakers sono diventate un accessorio di costume ai piedi di attori, attrici, cantanti e vip di ogni genere. E vengono indossate in qualsiasi momento della giornata, perfino con gli abiti da sera. Un successo inarrestabile anche dopo le passerelle americane, milanesi e parigine, dove le sneakers l'hanno fatta da padrone nelle collezioni dei marchi più prestigiosi.
Paola Bulbarelli
Running, tennis, calcio: Lotto si conferma leader nel settore e porta le sue scarpe in oltre 100 Paesi al mondo

Lotto
Un campo da tennis e uno da calcio sovrapposti a formare una losanga. Nulla di più appropriato per definire Lotto e il suo dna. Un logo che racconta le origini e la storia del brand, un'idea grafica che rappresenta la passione per lo sport e valori quali rispetto e fair-play. «Una storia nata nel 1973», racconta Stefano Taboga, Head of communication & Digital sales di Lotto. «L'esordio avviene, grazie all'intuizione dei fratelli Caberlotto che inizialmente producevano gli scarponi da sci Caber, con le scarpe da tennis, ben presto seguite da modelli da basket, pallavolo, atletica e dalle prime scarpe da calcio. In breve tempo la gamma prodotti si amplia anche alla produzione di abbigliamento sportivo. Tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta nascono le collaborazioni con atleti di fama internazionale: John Newcombe e Alberto Mancini nel tennis, Dino Zoff, Ruud Gullit e la Nazionale Olandese nel calcio. Inizia così lo sviluppo dell'azienda fuori dai confini italiani e, nel giro di un decennio, il marchio viene distribuito in oltre 60 paesi in tutto il mondo». A quel tempo erano scarpe tecniche, non esistevano ancora le sneaker come concetto. Il trend nasce intorno agli anni Ottanta e si sviluppa negli anni Novanta. E si va al di là dello sport. «Negli anni Lotto ha sviluppato scarpe da running portate anche nella vita di tutti i giorni. Così le scarpe escono dai campi per andare nella vita di tutti i giorni. Lotto lancia Lotto Leggenda, ispirata dalla grande storia delle scarpe Lotto, calzature che vengono prese dal nostro archivio. Una di successo è stata la Autographe, quelle di John Newcombe del 1973, rifatte in varie materiali, perfino il glitter nei modelli da donna e la nappa proprio come il modello di allora. È una scarpa autentica».
«Negli ultimi anni lo sport sta influenzando il mondo della moda. Da lì sono nate delle collaborazioni con diversi designer tanto che abbiamo sfilato con il marchio Numero 00, producendo sneaker personalizzate per la collezione». L'active well-being è un modo nuovo di intendere lo sport che riparte dalle origini. «Un modo di essere attivi per migliorare la propria vita, il proprio corpo, la mente e lo spirito. Un concetto di sport che è proprio alla base della disciplina più diffusa al mondo: la vita che viviamo. Alla luce della nuova filosofia Lotto introduce Life's, una collezione di calzature e abbigliamento, dedicata a coloro che vivono la vita sportivamente, in modo leggero e divertente, che interpreta appieno il nuovo spirito di Lotto». Dai modelli retrò fino alle nuove tendenze advanced, nuovi materiali e colori compongono la collezione Leggenda ispirata alle calzature che storicamente hanno accompagnato i grandi campioni Lotto nello sport: Syn Stabi e Run Light, grandi novità di questa edizione di Pitti Uomo.
«Tre i mondi ispiratori della collezione: il running, il tennis e il calcio. Mondi attraverso i quali Lotto Leggenda riesce a soddisfare i desideri e le frenesie sempre più estreme degli "sneaker addicted", con approcci e stili che anticipano gusti e tendenze in evoluzione».
L'azienda avvia inoltre un percorso per potenziare la propria presenza sui canali digitali, sia per quanto riguarda la vendita via web attraverso l'e-commerce, che per il rafforzamento della presenza online e sui social network. Lotto, oggi, distribuisce i propri prodotti in più di 100 Paesi attraverso negozi monomarca e multimarca, catene e grandi superfici con reparti sportivi specializzati. «Design italiano grazie a un team interno, prototipi in Italia e produzione sparsa per il mondo. Il peso della produzione performance, cioè le scarpe tecniche, è intorno al 24%, il restante 74% tempo libero e 2/3% infortunistica». In linea con la nuova filosofia del brand, Lotto ha aperto nuove strade nel mondo delle sponsorizzazioni . «Ha fatto il suo ingresso nel mondo del Padel sponsorizzando le nazionali italiane maschile e femminile e diventando sponsor tecnico della Federazione spagnola. È inoltre sponsor tecnico del torneo Atp Next Gen dedicato alla nuova generazione del tennis mondiale e ha fatto il suo ingresso nel mondo degli eSport, diventando sponsor tecnico di Mkers, uno dei più affermati team italiani professionisti. Inoltre prosegue il rafforzamento di Lotto oltre il mondo dello sport, affiancando il brand a vip e testimonial come Vittorio Brumotti e Giorgia Palmas, ma anche blogger e influencer della rete, per raccontare un brand in evoluzione anche nel segmento fashion, ma sportivamente fedele al suo dna».
Paola Bulbarelli
Alla conquista dell'Oriente. Atlantic Star porta le scarpe con le stelle fino a Osaka

Atlantic Star
Ne hanno fatta di strada: tanto che dalla sede di Fucecchio, in Toscana, ora sono arrivate persino in Giappone, a Tokyo e Osaka con due monomarca. Non hanno paura di consumare le suole le Atlantic Stars brand emergente di sneaker made in Italy, posizionato nella fascia alta di mercato, segmento premium recentemente acquisito (per il 60%) dal fondo Alcedo (che ha creduto nella potenzialità di un marchio totalmente Made in Italy).
Le sneakers con le stelle, che rileggono in chiave moderna il meglio degli anni Ottanta, vanno ora alla conquista del mondo. «Il boom di questo tipo di calzature era in cantiere già agli inizi di questo secolo», è il parere di Luigi Rebellato, ceo di Finest Shoes srl ed esperienze trentennali in Diadora e Superga. «L'abbigliamento stava già radicalmente cambiando con il modo di vestire casual, scomparivano le cravatte, si vedevano sempre più maglioni e le sneaker hanno seguito questa destrutturazione di abbigliarsi. Prima appartenevano al fine settimana poi hanno iniziato a entrare negli uffici e sempre di più prepotentemente usate nel guardaroba di tutti i giorni. Negli ultimi dieci anni si vede anche molta più gente praticare sport e camminare e ora questo ha intaccato tutto l'abbigliamento. I capi tecnici, ad esempio con zip termosaldate, sono entrate nella moda e così è accaduto per le collezioni in genere».
Una scarpa sportiva, contemporanea e versatile che si adatta a tutte le occasioni grazie alla vasta proposta di modelli e colori, brillanti ed empatici, in grado di soddisfare tutte le richieste: da quelle più fashion a quelle più tecniche. «Basta guardare ai piedi delle persone e o nei negozi, ormai la sneaker ha preso un posto preponderante rispetto a una scarpa tradizionale. Gli stilisti le propongono anche con gli abiti da sera. Tutto il mondi luxury è atterrato sulla sneaker con soluzioni care ed spesso estreme».
La lavorazione artigianale e la grande personalità sono i tratti distintivi di queste sneakers sempre più di tendenza. Concetti cari e condivisi anche con Alessandro Squarzi, imprenditore di moda, co-fondatore del marchio e socio che ha creduto fortemente in questo progetto e nel suo sviluppo internazionale dopo aver portato al successo numerosi altri brand (Dondup, AS65, Jucca, Fortela). Uomo web per eccellenza Squarzi è considerato in diversi paesi un vero simbolo della moda italiana: tra questi anche il Giappone, nuova terra di conquista per Atlantic Stars. Le nuove boutique sono due veri templi della scarpa che offrono al cliente un'ampia panoramica sul mondo con i tanti modelli che fanno bella mostra di sé in un ambiente moderno ed essenziale valorizzato dalle immagini in bianco e nero appese alle pareti relative alle fasi di lavorazione delle sneakers.
Un nuovo traguardo per questo brand emergente, tra i più riconoscibili con i suoi colori accesi, il logo stilizzato e i materiali selezionatissimi e che corre con le sue running di grande personalità in un mercato nazionale e internazionale (la quota export è al 35%) in cui si distingue per l'originalità della proposta, puntando ad offrire in ogni angolo del globo un prodotto di grande qualità e di alta gamma. «Le nostre scarpe sono costruite con la stessa tecnica calzaturiera delle scarpe fini, costruzioni tradizionali con confort, durata, traspirabilità che di solito non è caratteristica della scarpa sportiva, quindi piedi che non puzzano». Un'azienda riconvertita al 100% solo a produzione di sneaker, 200.000 paia all'anno. «Due terzi della produzione viene venduto in Italia, 1/3 va in Giappone, dove abbiamo un partner giapponese e dove abbiamo una storia parallela di crescita continua. Stiamo affrontando la nuova stagione in Francia , Benelux e Germania». Atlantic Stars prevede per il 2018 un fatturato globale di 17 milioni di euro, affermandosi come uno dei marchi di maggiore successo nella fascia premium di un mercato che sta conoscendo un'espansione straordinaria a livello globale.
Paola Bulbarelli
Balenciaga, Gucci, Vuitton, Dior e Dolce e Gabbana: le cinque sneakers di lusso più ricercate al mondo
GiphyPrima regola delle sneakers: non esiste sesso. Queste scarpe sono perfette per uomo e per donna e sono queste ultime che sempre più spesso vanno a pescare nelle collezioni maschili per il paio perfetto. Seconda regola: più sono introvabili, più le vedrete ai piedi di influencer, celebrità e hipster. Ecco quindi una lista delle cinque sneaker più amate del momento da aggiungere alla vostra collezione.
Balenciaga. La sua chunky sneaker è ai piedi di tutti, ma proprio tutti. Da Chiara Ferragni al nuovo direttore di Vanity Fair Simone Marchetti, queste scarpe sembrano aver conquistato ogni tipo di cliente. Coloratissime e dalla suola spessa, riportano sulla punta il numero indossato. Nel 2018 sono andate completamente sold out in soli 108 giorni e ancora oggi i negozi del marchio faticano a mantenere i magazzini pieni. Chi l'avrebbe mai detto che una sneaker avrebbe fatto balzare in marchio francese in terza posizione nella classifica dei brand più desiderati del momento.
Gucci. Il marchio capitanato da Alessandro Michele è al numero uno dei brand più desiderati del momento anche grazie alle sue calzature. Ultimo arrivato in casa Gucci è il modello Flashtrek, ispirato dalle più classiche scarpe per il trekking ma dalla tomaia «intrappolata» in una fascia stretch rimovibile sormontata da cristalli scintillanti. Per non dimenticare un tocco glamour.
Louis Vuitton. Protagonista esclusiva della sfilata primavera, estate 2018, la Archilte sneaker è caratterizzata dalla suola a forma di onda e dalla linguetta oversize che fa contrasto al design basso intorno alla caviglia, per un look femminile anche quando si tratta di scarpe da ginnastica. La variante bianca con dettagli monogama è la più ricercata, ma nella stagione estiva anche le versioni fluo giallo o rosa saranno un successo.
Dior. Arriva dalla collezione uomo presentata a Tokyo da Kim Jones, la nuova sneaker firmata Dior. Si chiama B23 (in onore del suo predecessore, il modello B22) e ripropone la forma della classica Converse, in versione alta o bassa. Il dettaglio glamour? Il motivo Dior Oblique stampato su tutta la scarpa che le conferisce un effetto quasi camouflage.
Dolce & Gabbana. #DGYourself è il messaggio lanciato da Stefano Gabbana e Domenico Dolce attraverso le loro sneaker. Una base bianca, dalla forma che vagamente rimanda alle Stan Smith Adidas da personalizzare come si vuole. Patch e scritte dipinte a mano aiutano a rendere le vostre sneaker uniche nel loro genere.
Mariella Baroli
Falcon, Air max o le più classiche Chuck Taylor: il sold out è sempre dietro l'angolo
GiphyIl mercato delle calzature cresce grazie alla sneaker e di tutta risposta i prezzi salgono. Ma mentre i cartellini dei brand di lusso oscillano sui 500-800 euro, esistono sono una serie di marchi leader nel settore dello sportswear che propongono alternative più economiche (e qualche limited edition che arriva ai 200 euro). Se infatti l'high end continua ad alzare i prezzi, l'high street si mantiene stabile e anzi a volte il costo medio del prodotto si abbassa. Questo non vuole certo dire che queste sneaker siano meno ambite: il sold out è sempre dietro l'angolo.
Lo sa bene Nike che per il ventesimo anniversario del modello cult anni Novanta «Silver» ha deciso di tornare a produrre l'iconica calzatura, mandando in visibilio fan in tutto il mondo. Le Air Max sono così diventate un modello iconico per il brand di sportswear. Simbolo del mondo giovanile si distinguono da tutte le altre per merito del famoso sistema di ammortizzazione Air visibile sul tallone.
Anche Adidas sa bene come rendere i suoi prodotti delle vere e proprie icone di stile. Il modello Stan Smith nasce nel 1964 e ancora oggi è una delle scarpe sportive più vendute al mondo. Inconfondibile per il suo look minimal e total white con il tallone dai colori sgargianti. Confezionata totalmente in pelle, mentre si usavano quasi esclusivamente scarpe in tela avevano rivoluzionato il modo di concepire la sneaker, specialmente sul campo in terra rossa. Insieme alle Stan Smith troviamo anche le Falcon, ispirate alla moda degli anni 90. Coloratissime e con finiture metallizzate sono le perfette sostitute alle costosissime Balenciaga.
Infine non potevamo che menzionare le Converse. Suola di gomma spessa e tela alta per abbracciare la caviglia, le All-Stars nascono in America nel 1917. Se le Stan Smith conquistano il mondo del tennis, le Chuck Taylor (così chiamate in onore del giocatore che le ha rese famose) sono le numero uno per tutti i giocatori di basket. Negli anni Settanta ed Ottanta vengono da numerosi gruppi rock tra cui gli Ac/Dc, i Ramones, i Nirvana che le rendono simbolo della gioventù ribelle. Ad aiutare la nascita di questa fama ci aveva pensato anche l'attore bello e dannato James Dean che le portava sempre ai piedi. Poco sorprende che siano molti gli stilisti che negli anni hanno collaborato con Converse. Per un tocco di colore in più, non perdetevi la versione prodotta da Missoni.
Mariella Baroli
- La celebre scrittrice pubblica un libro manifesto pro eutanasia. E spiega perché favorire l'omosessualità: «Limita le nascite».
- Intanto, a Milano una coppia di genitori chiama la figlia Blu, la Procura non approva: «Non corrisponde al sesso». Ma cresce la tendenza unisex.
Quando, nel 1996, uscì il suo romanzo Un clandestino a bordo, Dacia Maraini scatenò una focosa discussione nel piccolo universo femminista. Sulla rivista mondadoriana Nuovi Argomenti, allora diretta da Enzo Siciliano, pubblicò una lunga lettera autobiografica, in cui raccontò di aver subìto un aborto spontaneo all'età di 24 anni: prima, cioè, della sua relazione con Alberto Moravia. «L'aborto», spiegò la scrittrice, «sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. È l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro sé stesse e il figlio che si è concepito».
In realtà, la Maraini non ha mai contestato la legge 194, di cui proprio in questi giorni ricorre il quarantennale. Anzi, l'ha sempre apprezzata poiché, a suo parere, responsabile di avere eliminato gli aborti clandestini. Tuttavia, le sue riflessioni amare sull'interruzione di gravidanza suscitarono l'approvazione di un parte del mondo cattolico, a partire dai sacerdoti paolini. Dopo tutto, che un'autrice nota per le sue posizioni femministe e di sinistra osasse mettere in discussione il «diritto ad abortire» non era piccola cosa.
Da qualche tempo, però, la Dacia sembra aver cambiato nuovamente idea. Nel 2017, commentando le mosse dell'amministrazione Trump negli Stati Uniti, dichiarò preoccupata: «I diritti si possono perdere. Non sono per sempre. Guardate l'America in questo momento, sta discutendo sui diritti della pace, la difesa dell'ambiente, l'aborto. Dopo aver faticato tanto per cambiare le cose arriva uno, votato - ma non è detto che il mondo porti avanti il migliore - e i diritti possono essere revocati. Bisogna difenderli». L'aborto, d'un tratto, era ritornato un diritto da difendere a tutti i costi. Ed è ugualmente un diritto, a parere della scrittrice, quello di morire. Dacia Maraini, infatti, ha appena dato alle stampe un libro-intervista, a cura di Claudio Volpe, che è un manifesto a favore dell'eutanasia (si intitola appunto Il diritto di morire, e lo pubblica Sem).
«La libertà di morire con dolcezza, e senza sofferenza, si scontra con i privilegi di chi vorrebbe imporre una legge divina superiore a quella umana», scrive la Maraini, «si scontra con i privilegi di una legge che pretende di guidare l'individuo anche nei suoi più segreti pensieri e volontà». La signora, ovviamente, è liberissima di pensarla come vuole, e non perderemo tempo, ora, a notare alcune profonde contraddizioni del suo pensiero in merito al suicidio assistito. Ci interessa molto di più esaminare ciò che la Maraini scrive a proposito dell'omosessualità. In quanto intellettuale militante, Dacia è favorevolissima alle unioni gay ed è molto critica sulle posizioni della Chiesa. «Mi chiedo, rileggendo il Vangelo, se Cristo sarebbe oggi così indignato contro chi proclama il diritto all'amore», scrisse sul Corriere della Sera nel 2016. «Dopo tutto anche la sua famiglia aveva poco di “naturale": non era nato da una vergine e da un uomo costretto alla castità?».
Negli ultimi anni, ha cambiato idea pure sull'utero in affitto. Inizialmente era contraria, e firmò pure un appello di Se non ora quando contro la gestazione per altri. Poi, nel 2016, confessò a Vanity Fair che la sua firma fu «un atto di fiducia verso una organizzazione che conoscevo da anni e di cui mi fido. Non sapevo che anche loro erano divise». Quindi illustrò il suo pensiero sull'utero in affitto: «Se fatto con amore, perché no? Il mondo cambia, nascono nuove realtà, nuove esigenze».
Sfogliando il suo nuovo libro, però, sorge il sospetto che la Maraini abbia di nuovo mutato opinione. Soprattutto, però, sconcerta un pochettino leggere ciò che teorizza: «Probabilmente», scrive, «in passato le comunità erano più deboli, la mortalità infantile era una realtà quotidiana, e quindi per la continuazione della specie era necessario che si facessero molti figli. [...] Per questo l'omosessualità era da considerarsi un delitto contro la comunità, un modo di interrompere la catena della procreazione». E adesso tenetevi forti, perché viene il bello. «Ora invece», prosegue la Maraini, «in tempi di sovrappopolazione, in un mondo che sta diventando pericolosamente ed eccessivamente affollato, con miliardi di esseri viventi che stanno già combattendo per la carenza d'acqua, di cibo e di energia, è comprensibile che l'omosessualità venga accettata e magari favorita. Nonostante le grandi teorie sul come vincere la denatalità incalzante, chi ha uno sguardo più ampio sul mondo e sul futuro sa che il mondo, arrivando a quasi dieci miliardi di persone da nutrire e curare, ha bisogno di limitare le nascite».
Chiaro, no? Su questo pianeta siamo in troppi, dunque è opportuno che ci siano sempre più omosessuali, così si riuscirà a tenere sotto controllo la popolazione. In pratica, l'essere gay è una sorta di anticoncezionale. Chissà che ne pensano gli attivisti Lgbti...
Purtroppo, però, nelle teorie di Dacia c'è una falla: con l'utero in affitto, anche i gay potranno riprodursi, dunque la popolazione mondiale continuerà ad aumentare. È vero che gli eterosessuali occidentali, ormai, di figli non fanno più. Ma è anche vero che nel Sud del mondo la crescita demografica è notevole.
Che fare, dunque? La Maraini, con il suo manifesto pro eutanasia, offre una parte della soluzione (spingere un po' di anziani e malati ad autoeliminarsi). Ma forse servono risposte più radicali. Chissà, magari il prossimo libro di Dacia sarà dedicato alla castrazione...
Riccardo Torrescura
La nuova moda: nomi asessuati per bambini «neutri»
In Ricomincio da tre, Massimo Troisi si domandava se chiamare il figlio Massimiliano avesse delle ripercussioni sull'educazione: «La mamma prima di chiamare Mas-si-mi-lia-no, il ragazzo già chissà dove è andato, chissà cosa sta facendo! Non ubbidisce, perché è troppo lungo». Molto meglio Ugo, sosteneva l'attore napoletano: breve, secco, il bambino lo sente subito ed è costretto a obbedire. Anche Blu è un nome breve, ma la coppia milanese che ha scelto di chiamare così la propria bambina non sembra aver seguito gli stessi criteri di praticità indicati da Troisi. Il fatto è che la scelta non rispetta neanche i criteri previsti dalla legge italiana. E infatti i genitori della piccola, che ha un anno e mezzo, sono stati convocati dalla Procura della Repubblica di Milano per rettificare l'atto di nascita. Altrimenti, spiega la coppia, «sarà il giudice a decidere il nome di nostra figlia».
Per il nostro ordinamento, infatti, «il nome imposto al bambino deve corrispondere al sesso». E non sembra certo facile, di primo acchito, capire se Blu sia un lui o una lei. «Considerato che si tratta di nome moderno legato al termine inglese Blue, ossia il colore Blu, e che non può ritenersi attribuibile in modo inequivoco a persona di sesso femminile», si legge nella lettera di convocazione in tribunale, «l'atto di nascita deve essere rettificato, anteponendo altro nome onomastico femminile che potrà essere indicato dai genitori nel corso del giudizio». In assenza di un'alternativa, sarà il giudice a decidere il nome della figlia.
Se le tempistiche del tribunale lasciano decisamente a desiderare (una bimba di un anno e mezzo ha già preso consapevolezza da molti mesi del proprio nome), la ratio della decisione sembra invece assolutamente condivisibile, anche se, ahinoi, decisamente fuori dallo spirito del tempo. Se già da qualche anno si vanno imponendo in giro per il mondo presunti pronomi «gender neutral» (hen, in svedese, zie, nel Regno Unito, o anche il plurale unisex they usato al posto dei singolari he o she), era solo questione di tempo prima che si arrivasse a rendere neutri pure i nomi di battesimo. Nella solita Svezia sono già stati approvati per legge 170 nomi unisex. La tendenza si sta imponendo spontaneamente anche in America, dove peraltro la cosa è favorita da una certa fluidità della lingua (i ragazzi degli anni Novanta ricorderanno ancora lo stupore provato quando apparve in tv il personaggio femminile del telefilm Beverly Hills 90210 di nome Andrea...).
Secondo il sito Quartz, nel 1910 solo il 5% dei bambini americani di nome Charlie era di sesso femminile. Nel 2016, invece, c'erano più Charlie donne che uomini. Secondo il sito names.org (ne parla Francesco Dell'Acqua sul sito del Sole 24 ore) la percentuale di bambini con un nome gender neutral è passata dal 3,1% del 1880 al 15,4% del 2016. L'idea di base soggiacente alla moda dei nomi neutri è sempre la stessa: non condizionare il bambino, in modo che da grande possa decidere da solo cosa diventare, a partire dalla propria stessa identità di genere. Tutto questo come se chiamare una bambina Blu, Giuseppe o Spirito della Brughiera la esentasse dall'effetto degli estrogeni, dall'avere un seno prominente, dal ciclo mensile, dalla capacità di procreare o come se un bimbo chiamato con nomi femminili non subisse l'effetto del testosterone.
È la natura a definirci, a farci essere questo e non quest'altro, anche se talvolta l'impazzimento della cultura vorrebbe tentare l'esperimento della tabula rasa. Tanto varrebbe, allora, non dare alcun nome: perché imporre al bambino la «violenza» di un identificativo che egli non ha scelto e che riflette inevitabilmente i gusti e la cultura di riferimento dei genitori? Lasciamo direttamente i bimbi senza nome, saranno poi loro a sceglierlo al momento opportuno.
Sarebbe una follia, ma comunque coerente in massimo grado con l'ideologia del momento. Se non deve definire una persona, in un modo che è necessariamente arbitrario e imposto da altri, un nome non serve a niente. Ma queste sono le tesi che escono dai campus americani: un sogno di autofondazione assoluta, in cui l'uomo non è più erede di nulla: di nessuna tradizione, di nessuna cultura. Persino di nessun nome.
Adriano Scianca
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