L’abuso urbanistico resta, il reato no. È questa, in estrema sintesi, la lettura che trapela dagli ambienti della Procura di Milano dopo la sentenza di assoluzione in primo grado nel processo Torre Milano.
Per gli inquirenti, il Tribunale avrebbe riconosciuto l’illegittimità del titolo edilizio utilizzato per realizzare il grattacielo di via Stresa, escludendo però la responsabilità penale degli otto imputati perché avrebbero agito in buona fede, in un quadro normativo ritenuto incerto. D’altra parte, un titolo edilizio può risultare illegittimo senza che questo comporti automaticamente una responsabilità penale per costruttori, progettisti o funzionari pubblici.
Secondo quanto emerge dalla breve nota del Tribunale di Milano, il giudice avrebbe escluso l’elemento soggettivo del reato - il dolo o quantomeno la colpa - ritenendo che gli imputati abbiano agito in un quadro normativo e interpretativo incerto, in applicazione del principio dell’ignoranza inevitabile della legge, previsto dall’ordinamento quando il contesto giuridico è talmente ambiguo da rendere scusabile l’errore. Se così fosse, il significato della sentenza sarebbe duplice. Da un lato, nessuna responsabilità penale personale. Dall’altro, la conferma implicita che quella prassi urbanistica oggi non sarebbe più percorribile.
Ed è qui che emerge il vero lascito delle inchieste milanesi. Per quasi un decennio il capoluogo lombardo ha fatto ricorso a una lettura estensiva della nozione di ristrutturazione edilizia, autorizzando interventi mediante Scia alternativa al permesso di costruire, in assenza di piani attuativi e senza il versamento di oneri di urbanizzazione adeguati all’impatto reale delle nuove edificazioni.
La Procura di Milano ha contestato proprio questo impianto. Secondo i pm Marina Petruzzella, Paolo Filippini e Mauro Clerici, numerosi interventi classificati come ristrutturazioni erano in realtà nuove edificazioni, capaci di incidere in modo significativo sul carico urbanistico con più residenti, più traffico e una maggiore domanda di parcheggi, verde, scuole e servizi pubblici.
Del resto, le sentenze amministrative degli ultimi anni hanno in larga misura confermato alcuni dei principi sostenuti dalla Procura. Il caso simbolo resta via Fauchè 9, anche perché prima il Tar, poi il Consiglio di Stato hanno stabilito che quell’intervento non poteva essere qualificato come semplice ristrutturazione. Non solo, il recente rigetto del ricorso contro l’ordine di demolizione ha chiarito che i vizi erano di natura sostanziale e non sanabili, tanto da imporre l’abbattimento integrale dell’edificio.
Anche altre decisioni, dalla giurisprudenza penale fino alla Corte costituzionale, hanno progressivamente ristretto gli spazi interpretativi utilizzati a Milano. Il risultato è che oggi operazioni come questa richiedono piani attuativi, maggiori oneri di urbanizzazione e una valutazione più rigorosa dell’impatto sul territorio. È questo il punto centrale, perché al di là dell’esito penale dei singoli processi, le inchieste hanno già modificato il modo di costruire nel capoluogo lombardo. Palazzo Marino e Sala hanno però poco da festeggiare. Torre Milano è soltanto il primo verdetto di una stagione giudiziaria ancora aperta, con procedimenti che riguardano via Fauchè, Bosconavigli, Park Towers e altri cantieri. Il sindaco ha trasformato l’assoluzione in un attacco alla Procura, accusando «una parte» dei pm di avere dato «un’impostazione politica» all’inchiesta e di avere usato una «violenza verbale» per «discreditare persone e istituzioni». L’imprenditore Carlo Rusconi (assolto) ha parlato della logica del «colpirne uno per educarne cento», mentre Giovanni Oggioni (assolto) si è detto «soddisfatto», ribadendo di essere sempre stato «limpido e trasparente». Alessandro Maggioni di Ccl e Assimpredil Ance hanno invece rilanciato la necessità di regole più chiare per l’urbanistica milanese. In Procura si attenderanno le motivazioni, attese entro 90 giorni, prima di valutare l’eventuale appello.



