Il tribunale di Milano ha assolto costruttori e progettisti di un discusso condominio costruito con quello che ormai è chiamato il rito ambrosiano, ossia senza autorizzazione edilizia.
Insieme a imprenditori e architetti, il giudice ha prosciolto da ogni accusa anche i tecnici del Comune e questo è bastato per spingere il sindaco Beppe Sala ad attaccare la Procura, che non solo aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati a pene di oltre due anni, ma anche la confisca dell’edificio, ritenendolo totalmente abusivo.
Una sentenza a sorpresa, che giunge dopo diverse pronunce, del Tar e del Consiglio di Stato, che cristallizzano come illecite le cosiddette «rigenerazioni urbane», con cui nel capoluogo lombardo si trasformavano immobili a due o tre piani in palazzi alti anche 80 metri. Tutto ciò come se quella messa in atto dalle imprese fosse una semplice ristrutturazione edilizia, bisognosa della sola comunicazione di inizio attività. Secondo Sala, la sentenza riconosce la correttezza del Comune e dei suoi tecnici e questo lo spinge a criticare «la violenza dei pubblici ministeri», le cui parole a quanto pare lo avrebbero amareggiato.
Ma l’assoluzione significa che d’ora in poi tutti sono liberi di tirare su grattacieli spacciandoli per ristrutturazioni di garage e scantinati? Davvero da oggi si potrà edificare un condominio senza chiedere la concessione edilizia? La risposta è no, e se avesse avuto la pazienza di attendere le motivazioni con cui il giudice di primo grado ha assoluto costruttori, progettisti e funzionari probabilmente anche il sindaco di Milano avrebbe capito che il rito ambrosiano non è conforme alla legge. La sentenza non dice che il fatto non sussiste, come ci sarebbe stato da attendersi se il magistrato avesse ritenuto regolare la costruzione, ma che il fatto non costituisce reato. Cioè le imprese e i tecnici non avrebbero avuto la percezione di commettere un reato, ritenendo in buona fede che la trasformazione di un edificio di otto piani in una torre di 24 fosse possibile anche con una semplice Scia, senza cioè chiedere altri permessi. Come il giudice sia giunto a concludere che gli imputati agivano in buona fede lo capiremo fra 90 giorni con le motivazioni, ma a una prima lettura del dispositivo si comprende che il tribunale ha cercato di trovare una via d’uscita per evitare non soltanto di condannare imprenditori, architetti e dirigenti comunali, ma soprattutto di confiscare un palazzo dove già abitano stabilmente decine di famiglie.
La storia del condominio oggetto del pronunciamento dei giudici è infatti complessa. Alcuni anni fa un’impresa decise di trasformare una palazzina in un condominio, abbattendo la prima per edificare un grattacielo con 88 appartamenti e 150 box. Anche un bambino capirebbe che l’operazione non è esente da impatti sul quartiere. E anche una persona non esperta di regolamenti edilizi comprenderebbe che una nuova costruzione che non salvi niente della precedente ha bisogno di una concessione e non di quella comunicazione con cui si avvisa il Comune del rifacimento del bagno di casa. Ma nel Comune del sindaco verde e col calzino multigender per anni la si è pensata diversamente, fino a che la Procura, inondata da segnalazioni di cittadini esasperati che si vedevano crescere di fianco alla propria abitazione delle torri di 80 metri, ha deciso di vederci chiaro, contestando a immobiliaristi, funzionari e geometri il reato di abuso edilizio. Per il giudice di primo grado tutti hanno agito in buona fede, ingannati dalle consuetudini municipali, ma resta il problema che se quegli edifici non sono in regola, perché sprovvisti di autorizzazione, il Comune prima o poi dovrà esigere una sanatoria, ovvero trovare una via d’uscita che regolarizzi l’abuso.
In altre parole, per ora l’aspetto penale è messo da parte, ma resta quello civile. E soprattutto resta un concetto: nessuno vuole fermare lo sviluppo di Milano, ma se il Comune intende rispettare la legge, per ogni nuova costruzione deve concedere un’autorizzazione edilizia, chiedendo il pagamento degli oneri di urbanizzazione. Già, perché l’amministrazione di Beppe Sala, che piange miseria per i tagli del governo, con il rito ambrosiano ha «regalato» decine di milioni ai costruttori. Soldi che sarebbero potuti essere spesi per chiudere le buche delle strade, manutenere parchi e giardini, migliorare l’illuminazione nelle strade più a rischio. O Sala pensa che bastino le multe agli automobilisti per tenere in piedi il bilancio di una città di un milione e mezzo di abitanti?



