Tragedia in bianco e nero per la Signora. Lo racconta la penultima giornata di campionato, mutuando i colori sociali della più blasonata squadra sabauda, protagonista di una prestazione incolore in casa contro la Fiorentina: ha perso 2-0. Sesti in classifica, i ragazzi di Spalletti vedono l’obiettivo Champions lontanissimo. Sorride il Napoli di Conte: il 3-0 sul Pisa lo consegna aritmeticamente alla massima competizione europea. Il derby capitolino elegge Mancini eroe di giornata e celebra i giallorossi vittoriosi per 2-0. Con 70 punti, la Roma è appaiata al quarto posto assieme al Milan, terzo. Gli uomini di Allegri espugnano lo stadio Marassi, 2-1 sul Genoa, e come i romanisti accarezzano il traguardo Champions. Ma il miracolo è del Como, vincente in casa con il Parma e positivo contraltare della Juventus: come gli juventini, i lariani sono già in Europa League, ma per loro è un traguardo storico, e all’ultima giornata possono ancora puntare alla gloria continentale più alta. Ma si diceva della Juve. Il disastro comincia al minuto 34, quando Di Gregorio si fa infilare dal viola Ndour, bravo a capitalizzare l’imbeccata di Solomon. Al settantesimo Dusan Vlahovic segna, ma è in fuorigioco. Fino a quando Mandragora non compie un capolavoro balistico, piazza la sfera all’incrocio e raddoppia. Le speranze al lumicino di Spalletti di andare in Champions sono appese al derby col Torino e ai risultati delle concorrenti. Intanto su Napoli il cielo si rasserena. Il Pisa era già retrocesso, la pratica non era difficile. Già nel primo tempo, un destro preciso di McTominay e un gol di Rahnani decretano un doppio vantaggio. C’è tempo per il terzo gol allo scadere: lo realizza Hojlund. I partenopei centrano la Champions per la quarta volta nelle ultime cinque stagioni. Nel derby romano, i lupacchiotti di Gasperini celebrano un Gianluca Mancini in stato di grazia, realizzatore nei minuti 40 e 66. Nel primo tempo, la Lazio si mangia le mani. Un gol di Dia è annullato per fuorigioco e Gila con una sortita mette paura a Svilar. È la cinquantesima partita del portiere romanista senza subire reti. La Roma vince e, se si impone in settimana col Verona, torna a disputare l’ex Coppa Campioni. Stesso traguardo alla portata del Milan in versione «Ghostbuster», cacciatore dei fantasmi che infestano Milanello da troppo tempo e vincitore in casa del Genoa di Daniele De Rossi, romanista purosangue impegnato indirettamente a dare una mano al club in cui è cresciuto, ma senza successo. Il Diavolo segna al cinquantunesimo grazie a un retropassaggio tragicomico di Baldanzi. Nkunku è appostato, Bijlow lo abbatte e dal dischetto realizza lo stesso francese. Al minuto 81 raddoppia Athekame, e però c’è ancora tempo per il gol della bandiera di Vasquez. Quel ramo del lago di Como opposto alla sponda lecchese può sognare in grande. La compagine di Fabregas, dopo i pali colpiti da Baturina e Douvikas, sblocca la sfida col Parma al minuto 58, sfruttando un sinistro di Alberto Moreno. Gli emiliani pareggiano con Pellegrino, ma la posizione è irregolare. Già qualificati in Europa League, la trasferta contro la Cremonese stabilirà quale livello europeo competerà ai comaschi. Nel pomeriggio di ieri, il pareggio per 1-1 tra Inter e Hellas Verona ha scandito la festa del ventunesimo scudetto dei nerazzurri. Apre le marcature l’autorete di Edmundsson, chiude i conti lo scozzese Bowie, un cognome glamour che non stona nella musicalità dei festeggiamenti di San Siro. In classifica, l’Inter è prima con 86 punti, segue il Napoli con 73, Milan e Roma appaiate a 70, Como e Juventus a 68, Atalanta a 58. La Dea è qualificata per la Conference League. Nell’ultima disfida della stagione, toccherà a Milan, Roma, Como e Juve lo sprint finale per capire come collocarsi in Italia e in Europa.
Non è successo niente. Com’è normale in un duello scudetto al primo di marzo, la narrazione lascia il posto alla realtà. E sotto il Vesuvio, fra prima e seconda, si sparano solo mortaretti. Finisce 1-1 fra Napoli e Inter, con gli azzurri in veemente rimonta all’ultimo respiro e con i nerazzurri costretti alla trincea per un’ora dopo il gol capolavoro di Federico Dimarco su punizione, un colpo da biliardo di sinistro all’incrocio stile Maradona, allo stadio Maradona, per la prima volta da quando è stato chiamato così.
Sembrava un segno del destino, è solo una pennellata romantica perché la classifica rimane lì, pietrificata, con i milanesi un punto avanti ai napoletani, con l’Atalanta che si mangia le mani per aver buttato via un’occasione d’oro (0-0 in casa con il Venezia). E con una corazzata che si avvicina sbuffando e scricchiolando laggiù oltre Capri, la psycho Juventus del traballante Thiago Motta. Se domani batte il Verona va a -6 dalla vetta, e al gran ballo per lo scudetto s’iscrive anche lei.
«Godiamoci il percorso», mentiva Antonio Conte alla vigilia per scaricare la tensione. Non ci credeva nessuno e infatti è il più tosto, feroce Napoli della stagione quello che mette paura ai campioni d’Italia, li costringe alle corde dopo lo svantaggio, e chiude ruggendo, fermato solo dalla partita sontuosa di Alessandro Bastoni (niente di nuovo) e del portiere di riserva Josep Martinez (sorpresona), che impediscono ai padroni di casa di incassare il dividendo pieno.
Al Maradona va in scena una sfida strana, le due squadre più forti escono dall’inverno provate dopo un mese di «ciapa no». L’Inter per via degli infortuni e dei tre fronti di conquista (troppi per un organico anziano e sopravvalutato); il Napoli per la consueta accidia delle squadre di Conte a metà stagione, quando le batterie si stanno esaurendo e le colonnine di ricarica non si trovano. Morale: l’Inter guida il gruppo pur con 12 punti in meno rispetto allo scorso anno, il Napoli insegue a ridosso nonostante nelle ultime cinque partite abbia fatto 4 punti (marcia da retrocessione). Eppure sono prima e seconda. Più che spettacolo, questa è lotta laocoontica nel fango.
Il Napoli pressa altissimo e raddoppia con ferocia, l’Inter non passa la propria metà campo. E quando lo fa con Marcus Thuram, Amir Rrahmani lo stende da dietro: solo gamba. Tutto regolare per l’arbitro Daniele Doveri. La partita è subito dura e bloccata: squadre a specchio con il loro amato 3-5-2. Non tira aria di fioretto, si usa la mazza ferrata. Il tempo di notare che Romelu Lukaku sta bene e ha voglia di rivincite assortite, e l’Inter passa. Lo fa dopo un intervento molto sospetto di Scott McTominay su Denzel Dumfries in area. Lo fa al 22’ su punizione dal limite che Dimarco trasforma in un capolavoro: palla nel sette alla Diego nel tempio di Diego.
È uno sparo nel buio che potrebbe abbattere Polifemo. Invece ha l’effetto di un colpo di fucile in un accampamento addormentato all’alba: la reazione del Napoli è veemente. Gli azzurri prendono il comando del gioco e collezionano occasioni: al 31’ una legnata in mischia finisce su un braccio di Dumfries; Doveri a un metro decide che non è niente e non lo va a rivedere. Ormai c’è più Var nella Casa Bianca che negli stadi italiani. Al 33’ Lukaku al volo colpisce l’esterno della rete, al 34’ Raspadori pasticcia a tu per tu con il portiere nerazzurro, al 44’ ancora il gigante belga devia a filo d’erba su cross di Raspadori ma Bastoni salva il gol fatto.
Ora il Napoli domina e l’Inter è in apnea, alle corde come Muhammad Alì a Kinshasa. Ma quando si toglie dall’angolo è micidiale e il tempo si chiude con una pallagol di Dimarco (ancora lui) cancellata da un miracolo di Alessandro Buongiorno. Dopo metà partita lo scenario è chiaro: i nerazzurri soffrono, sembrano una squadra normale perché Hakan Calhanoglu ed Henrikh Mkhitaryan faticano a tenere il ritmo indemoniato di Stani Lobotka, Billy Gilmour, McTominay e soprattutto Matteo Politano, immarcabile sulla fascia destra. Quanto a Lautaro Martinez e Thuram, non pervenuti.
Si riparte con lo stesso copione: Inter in trincea. Ci rimane con ancora più apprensione quando escono per problemi muscolari Calhanoglu (dentro Piotr Zielinski) e Dimarco (dentro Benjamin Pavard). Non avendo più esterni, Simone Inzaghi passa a quattro dietro. Cambia poco, la differenza d’intensità è enorme. Lo specchio è l’atteggiamento degli allenatori: Inzaghi pare un filosofo presocratico, Conte è tarantolato. Quando un siluro di McTominay viene deviato dal portierino nerazzurro e Batman Bastoni tampona l’ennesimo forcing azzurro, sembra che la notte sia stregata.
Il Napoli merita almeno il pareggio, che arriva all’86’ per merito del perticone Philip Billing: su percussione di Lobotka (sontuoso), il danese ha bisogno di tirare due volte per far impazzire lo stadio. Sul primo pallone la riserva di Sommer c’era arrivata. Finisce 1-1 con il Napoli più vivo che mai e l’Inter davanti a tutti. Anche se non vince uno scontro diretto da agosto (contro l’Atalanta). Nell’indecifrabile geroglifico di questo campionato, vorrà pur dire qualcosa.
Zero gol, nessuna emozione in grado di far scaldare gli oltre 75.000 tifosi presenti a San Siro e un punticino a testa per il più classico dei pareggi che non serve a nessuno. Nel sabato in cui all’Inter basta un tempo per archiviare con estrema semplicità la pratica Hellas Verona, vincendo 5-0 al Bentegodi, e volare in testa alla classifica in attesa del Napoli impegnato oggi pomeriggio contro la prima versione della Roma targata Claudio Ranieri, Milan e Juventus si annullano a vicenda.
Lo 0-0 visto al Meazza è il prodotto naturale, quasi scontato, di una partita in cui nessuna delle due squadre ha voluto farsi male e che alla fine le allontana entrambe dal quel treno scudetto che dopo il primo terzo di stagione rischia sparire all’orizzonte. L’andamento incostante registrato fin qui da entrambe lascia presupporre che la vittoria del campionato non sia qualcosa che a oggi riguarda i due club e che l’obiettivo più concreto, e forse anche più importante in termini economici, è la qualificazione alla prossima Champions league. Soprattutto per il Milan, che si trova già con un ritardo di 10 punti dalla vetta e sei dal quarto posto. Venerdì il direttore tecnico del club di via Aldo Rossi, Geoffrey Moncada, in un’intervista rilasciata a MilanNews.it, aveva dichiarato che il Milan può lottare per lo scudetto già quest’anno. La realtà, però, dice che mai come in questa stagione l’accesso alla ricchissima coppa continentale può diventare più complicato del previsto se squadre come Atalanta, Lazio e Fiorentina saranno in grado di mantenere lungo tutto l’arco del campionato un livello così alto. Un discorso che vale anche per la Juve che, più del Milan, sarà costretta a intervenire a gennaio sul mercato per colmare i buchi nella rosa di Thiago Motta, falcidiata sì dagli infortuni ma con degli evidenti problemi lasciati in eredità dall’ultima sessione estiva di trasferimenti, quando si è deciso di non acquistare un vice Vlahovic, sperando forse in un recupero meno travagliato di Milik.
L’assenza del centravanti serbo ha obbligato Thiago Motta a presentarsi a San Siro con Koopmeiners nell’insolito ruolo di riferimento offensivo. Il trequartista olandese ha fatto quel che ha potuto uscendo più volte dalla morsa dei centrali rossoneri Gabbia-Thiaw e spostandosi sulla corsia destra per appoggiare le fiammate, a dire il vero quasi mai viste ieri, di Conceicao. In linea teorica ciò avrebbe dovuto favorire gli inserimenti centrali di McKennie, ma lo sviluppo della partita ha suggerito che la presenza dell’americano fosse più necessaria a centrocampo per sostenere Khéphren Thuram. I bianconeri hanno mostrato un buon movimento di palla in fase di costruzione ma di fatto, alla fine dei novanta minuti, le occasioni prodotte sono state quasi inesistenti eccetto un tentativo di Yildiz nel primo tempo finito di poco a lato e un diagonale di Cambiaso nella ripresa deviato in calcio d’angolo da un recupero in scivolata di Thiaw. Il Milan, dal canto suo, a differenza di quanto fatto vedere nei precedenti big match della stagione (le vittorie nel derby con l’Inter e il successo in Champions al Bernabeu contro il Real Madrid) ha scelto di non sbilanciarsi e fare una partita di contenimento. Considerando che la Juve si trovava praticamente priva di soluzioni offensive, osare qualcosa in più per Paulo Fonseca, in un confronto che avrebbe permesso ai rossoneri di accorciare in classifica su chi sta davanti, avrebbe dovuto quasi essere necessario. Invece il tecnico portoghese ha optato per un 4-2-3-1 orfano di Pulisic (in panchina per 70 minuti) e non ha concesso nemmeno uno spicciolo di gara ad Abraham, mossa che nel recente passato si era rivelata vincente per fornire a Morata una spalla con cui dialogare. L’attaccante spagnolo, come al solito, si è dato tanto da fare in fase di ripiego, prova ne è il fatto che si è visto più nella metà campo del Milan che in quella della Juve. Anche la scelta di puntare per quasi tutta la partita su Musah e Loftus-Cheek sulla linea dei trequartisti, è stato un chiaro segnale di rinuncia. Così come i bianconeri, anche la squadra di Fonseca si è dimostrata del tutto sterile negli ultimi 16 metri: fatta eccezione per un colpo di testa debole di Theo Hernandez in pieno recupero facilmente controllato da Di Gregorio, i rossoneri non hanno praticamente mai calciato verso lo specchio della porta juventina. È mancato il coraggio e l’intraprendenza che appartiene a chi punta al vertice e sia il Milan che la Juve hanno dimostrato evidenti limiti in tal senso. Inoltre, classifica a parte, a mancare è stato anche il minimo sindacabile di spettacolo che una partita di calcio di questo livello dovrebbe produrre. Chi aveva ancora negli occhi lo spumeggiante 4-4 di un mese fa, proprio a San Siro, tra Inter e Juve, non può che essere rimasto deluso. Una delusione ben manifestata da quegli oltre 75.000 presenti ieri a San Siro che al triplice fischio di Chiffi hanno accompagnato l’uscita dei giocatori dal campo con una bordata di fischi.
Gianni Agnelli lo definì «bello di notte» per la sua attitudine a brillare nelle serate di Coppa Campioni. Zbigniew Boniek quelle notti le illuminò a metà anni Ottanta con le maglie di Juventus e Roma. Dal 2021, dopo 9 anni alla guida della Federcalcio polacca, Zibì osserva il calcio, oltre che da grande appassionato ed esperto, anche nelle vesti di vicepresidente Uefa.
Le piace la nuova Champions?
«Mi sembra abbastanza interessante. Barcellona-Bayern ha offerto un grande spettacolo: prima non succedeva perché le squadre migliori nella fase a gruppi giocavano contro squadre di terza e quarta fascia. È vero che nella fase eliminatoria sono aumentate le partite, ma su richiesta dei club che hanno bisogno di guadagnare di più».
A proposito, l’argomento Superlega resta sempre di attualità.
«Eca e Uefa hanno prolungato la loro collaborazione fino al 2031 e fino ad allora non succederà niente. Ma questa nuova Champions è già una Superlega dove giocano le squadre migliori. Secondo me non c’è bisogno di quella Superlega così come era stata pensata, perché i tifosi vogliono che la loro squadra acceda alla Champions attraverso il campionato».
Le leghe faticano a vendere i diritti tv, i club incassano meno.
«Non è che faticano. Vorrebbero venderli a cifre astronomiche per non indebitarsi e far fronte a tutte le spese e agli stipendi dei calciatori, aumentati quasi del 50% dopo il Covid nonostante gli stadi vuoti. Le tv non sono più in grado di fronteggiare questo tipo di richieste».
Cosa pensa del ruolo degli intermediari e degli agenti?
«Succede in tutti i campi, anche nel cinema gli attori hanno gli agenti che curano i loro interessi. Ma se le società sono disposte a pagare, che fare? Chiaro, quando senti che un giocatore svincolato firma per un club e la commissione è di 20-30-40 milioni, questo fa male al calcio, perché sono soldi che vanno fuori dal nostro ambiente».
Tante partite, tanti infortuni?
«I giocatori non sono preparati bene. Un calciatore in media corre 10-12 chilometri a partita: sì, ci sono dei microtraumi, ma penso che il problema principale sia mentale e dei troppi spostamenti. Ma non possiamo parlare di stanchezza fisica per dei professionisti pagati per fare questo. Io oggi ho 68 anni e 10 chilometri li corro in un’ora».
Come giudica il livello del campionato italiano?
«Molto competitivo, ci sono sempre partite incerte perché anche le squadre di bassa classifica sono toste e ben organizzate e c’è molta tattica. Forse bisogna allenarsi di più per fare più pressing ed essere più veloci per giocare a certi ritmi per 90 minuti».
Chi è la favorita?
«Una tra Inter, Napoli e Juve».
Il Napoli ha fatto bene a scegliere Conte?
«Antonio garantisce una buonissima gestione e qualsiasi squadra di alta classifica allenata da lui è sempre una candidata allo Scudetto. In più non hanno le coppe. Non so se questo li aiuti o li disturbi, perché i grandi giocatori hanno bisogno di grandi competizioni per rimanere concentrati».
E della Juve di Motta cosa dice?
«Thiago Motta l’anno scorso con il Bologna ha fatto cose straordinarie. Ora l’asticella si è alzata, allenare la Juventus è diverso. Ho visto le ultime partite e mi sembra che potrebbe giocare un po’ meglio, però chi vuole vincere in Italia deve fare sempre i conti con la Juve».
Vlahovic le piace?
«Quando è andato via da Firenze ero convinto si trattasse di un crack assoluto. È pericolosissimo, può fare gol in ogni istante, ma ogni tanto ha dei momenti bui. Se riesce a eliminarli potrebbe essere uno dei migliori perché ha le qualità».
La Roma ha puntato su Dovbik.
«Lo conosco molto bene, è una punta sulla falsariga di Lukaku, nel campionato italiano può fare dai 13 ai 16 gol. Anche se non sarà facile giocando da unica punta in una squadra che non attacca sempre e produce poche palle gol».
Lautaro era da Pallone d’oro?
«Il Pallone d’oro ormai non mi interessa più, è solo marketing. Lautaro mi piace da morire: ha un tiro immediato, gioca per la squadra, è sempre pericoloso, sa fare tutto, ha una buona tecnica. Sono innamorato del suo gioco, però per vincere una cosa del genere servono anche le vittorie col club».
Quanto è difficile per un ex calciatore fare il dirigente?
«Non è difficile. Tutto si può imparare nella vita, chiaro che il calcio un po’ ti impigrisce e ti fa vivere in un mondo un po’ diverso. Poi quando i calciatori smettono e non riescono più a stare in prima pagina si calano nella vita normale e spesso trovano delle difficoltà di adattamento».
Perché bandiere come Totti, Maldini, Del Piero sono state allontanate dalle proprietà?
«Secondo me per gelosia. Mi sembra che spesso le proprietà, che non hanno un grande background del passato, abbiano paura di ex calciatori perché ingombranti. Ma questo è un problema tipicamente solo italiano: all’estero qualsiasi società vuole usufruire dell’esperienza di ex calciatori».
L’Italia organizzerà con la Turchia Euro 2032. Siamo pronti?
«Non lo so, ma mi auguravo che l’Italia partecipasse da sola. Penso che l’Italia come calcio è tra i primi tre Paesi in Europa, ma purtroppo le infrastrutture non sono buone».
Lo squalo tigre ha un nome, Marcus Thuram. Nella vasca da bagno dello stadio Olimpico il francese azzanna alla giugulare la Roma quando è in vantaggio e sta giocando meglio, tiene in piedi un’Inter per la prima volta sull’orlo dell’abisso, dà il via alla rimonta che porta la capolista a più sette in classifica sulla Juventus. E a dare l’impressione di avere disinnescato una trappola letale.
Roma-Inter finisce 2-4, con le squadre stremate dopo una battaglia spettacolare e cattiva, con un’altalena di punteggio che esalta il campionato troppo spesso depresso dai «corti musi» e da chi li ha inventati. Onore all’Inter che non muore mai, onore alla Roma che dopo un mese di Daniele De Rossi alla guida sembra una fuoriserie. Con Josè Mourinho era un camion, all’andata in 95 minuti non aveva fatto un tiro in porta, qui sette. Unico giocatore svanito e svampito, reduce da un’altra era geologica, sembra sempre Romelu Lukaku, il grande paracarro.
Sotto il diluvio, in uno stadio Olimpico fremente, va in scena anche la sfida fra i club più indebitati d’Italia: Roma 448 milioni di rosso, Inter 437, anche se John Elkann è pronto a staccare un assegno di 900 milioni (terzo rifinanziamento consecutivo in quattro anni) per la Juventus. Ma Exor può permetterselo. Al fischio d’inizio dell’arbitro Marco Guida, De Rossi mostra la barba e la grinta di Leonida alle Termopili. Sin qui non ha sbagliato una mossa: 9 punti in 3 partite, 8 gol fatti e solo 2 subiti. Finora ha un passo da scudetto e può seriamente ribaltare una stagione nata male sotto l’imperatore Mourinho in palese declino. Gli obiettivi sono due: tenere dietro la Lazio e fare la corsa sull’Atalanta per il quarto posto in Champions.
Si intuisce subito che sarà una sfida vera, senza tatticismi, perché i gladiatori di Trastevere non hanno nessuna intenzione di lasciar fare all’Inter il suo gioco euclideo, peraltro frenato dal terreno fradicio che trasforma il palleggio insistito in un ruminare calcio di stile breriano. I giallorossi aggrediscono e già nei primi dieci minuti ribaltano il cliché classico: è Yann Sommer a dover deviare con i guantoni sulla traversa una conclusione di Stephan El Shaarawy, destinato a trasformarsi in un giustiziere mancato. La Roma sta bene, ha gamba e facilità di pensiero, sembra l’Inter.
In partite come questa è sempre decisivo il centrocampo. E allora va subito sottolineato come Lorenzo Pellegrini (strepitoso nel primo tempo), Leandro Paredes, lo stesso Paulo Dybala siano giocatori rinati. Si muovono con sapienza e potenza, liberati dai fantasmi in testa e dalle scimmie sulle spalle, pesi insopportabili che nell’era Mou impedivano loro di giocare semplice, verticale, senza paura di sbagliare. Senza paura di finire inceneriti dalle occhiatacce di compatimento del guru portoghese.
L’Inter sembra mogia, inzacchererata nell’anima. Hakan Calhanoglu è in lotta con un pomeriggio sbagliato, Henrikh Mkitaryan si muove con i reumatismi addosso, Nicolò Barella spinge senza incidere, Lautaro Martinez non pervenuto. Ma alla prima pallagol (17’) è la capolista a passare con Francesco Acerbi su azione da corner. Su rinvio di Lukaku, l’ex laziale (gastrite giallorossa) di testa manda in rete. L’arbitro Guida viene richiamato dal Var per un possibile contatto di Thuram con Rui Patricio, ma nel calcio dei padri, dei nonni e anche dei bisnonni è tutto regolare.
Un lampo, potrebbe essere quello decisivo se di fronte non ci fossero 11 guerrieri. La Roma riparte senza paura e in un quarto d’ora la ribalta con merito. Al 28’ una punizione sciabolata da Pellegrini viene inzuccata con ferocia da Gianluca Mancini. Gran gol, con il difensore tenuto in gioco da Acerbi. Al 44’ El Shaarawy merita il premio ciabatta d’oro: conclude con un «traversa-palo-gol» un contropiede perfetto orchestrato ancora una volta dal terribile Pellegrini. Inter tramortita, al riposo fra incertezze e dolori. E l’ombra della Juventus addosso.
Il tè caldo però funziona e al rientro i nerazzurri tornano in vantaggio con due morsi dello squalo Thuram. La Roma sembra appagata e sbaglia a pensare di avere domato la partita con quel primo tempo da cineteca. Al 48’ il francese insacca su cross di Matteo Darmian, sette minuti dopo (azione allo specchio) costringe Angelino a deviare nella sua porta un cross al millimetro di Mkhitaryan. Adesso è un’Inter con una marcia in più e il motivo è semplice: quest’ultimo ha deciso di far vedere ai suoi ex tifosi che è sempre «l’armeno che corre come un treno». I nerazzurri potrebbero dilagare se Rui Patricio e il palo non ribattessero un tiro al volo di Benjamin Pavard da 20 metri.
Dopo un’ora e la solita roulette dei cambi, la partita diventa una battaglia stanca. La Roma non ne ha più, i nerazzurri pasticciano ma tengono il pallino. Gattone Sommer toglie la palla del pareggio dai piedi di cemento di Lukaku. E in un perfetto contropiede lanciato da Marko Arnautovic, Alessandro Bastoni (incredibile, ne ha ancora) chiude il conto del sabato romano.
Alla fine piove sul mondo, piove sul campionato. Ma l’Inter, dopo aver rischiato di annegare, si asciuga a più sette. Meglio di un cognac col camino acceso.







