«Facciamo le primarie di centrodestra. Lasciamo scegliere il sindaco ai cittadini. Risvegliamo quella parte di elettorato che non vota più da tempo: solo così riconquisteremo Milano».
Silvia Sardone, vicesegretario della Lega e parlamentare europeo, ha appena vinto la sfida dei gazebo, cioè la libera consultazione del partito per la corsa a sindaco di Milano. Con lei, in testa alle preferenze, figura il leader Matteo Salvini. Dopo questa indicazione «popolare», Lega e centrodestra devono trovare la quadra per un nome in vista del dopo-Sala. Sardone accetta la sfida, e propone di allargare la consultazione pre voto a tutto il centrodestra. «Sicurezza al primo punto, bisogna riportare la legalità in città. Milano deve avere un progetto che faccia sognare i cittadini, il centrodestra deve essere in grado di proporre una nuova visione della città. Una Milano che non si accontenta e che ritrovi l’orgoglio e lo slancio di grande città internazionale. Vannacci? Si è messo fuori dalla coalizione votando la sfiducia al governo e rivelandosi per ciò che davvero è: il miglior alleato della sinistra».
Alle ultime comunali lei è stata la più votata di tutto il centrodestra. E oggi incassa questa «incoronazione» dei gazebo.
«La considero una bellissima riconferma dell’affetto, ricambiato, che i milanesi nutrono nei miei confronti. Detto questo, so bene che si tratta di primarie di partito, e non di coalizione. La strada è lunga».
Ce la farete a riconquistare Milano, terra carica di ricordi per il centrodestra? Di nomi per la corsa a Palazzo Marino ne circolano fin troppi. Da Lupi a Cottarelli, passando per Pietro Tatarella.
«Cinque anni fa, facevamo fatica a trovare un candidato per Milano, perché ci muovemmo tardi. Stavolta di nomi ce ne sono diversi, ed è una cosa positiva, un segno di vitalità. Abbiamo tutti i titoli per giocare la partita. Adesso però è tempo di chiudere sul nome, il prima possibile».
Lei è una figura molto identitaria, assai conosciuta in città e in tv per le sue battaglie sulla sicurezza e contro l’immigrazione illegale. Ma in tanti pensano che per vincere a Milano serva un profilo più moderato, per rassicurare la borghesia e gli imprenditori. Che ne pensa?
«Cosa vuol dire oggi essere moderati? Ho militato per 19 anni in Forza Italia, che certamente non è un partito radicale. Sono liberale e atlantista. Alle comunali ho ricevuto preferenze da ogni settore. A Bruxelles ho buoni rapporti con tutti. Porto avanti alcune battaglie, in particolare sull’immigrazione, che non sono “estremiste”, ma semplicemente necessarie. Qualcuno, strumentalmente, mi giudica sulla base di qualche video che diventa virale sui social? Mi pare riduttivo».
Quindi?
«Alle ultime tornate elettorale la metà dei milanesi non è andata a votare quindi per vincere a Milano non si devono convincere quelli di sinistra a votare noi, ma far uscire di casa quelli di centrodestra che, se non hanno di fronte un candidato credibile, difficilmente vanno a votare. Mobilitare quel voto che si è rifugiato nell’astensione. Cominciando però dai nostri elettori, non da quelli degli altri».
Ma come?
«Ho una proposta: ci lascino fare le primarie di centrodestra. Facciamo decidere il candidato sindaco ai cittadini».
Difficile trovare un accordo su una soluzione del genere, non trova?
«Decideranno i leader della coalizione: troviamo in fretta un nome, altrimenti facciamo le primarie».
Qual è il rischio nella designazione di un candidato dall’alto?
«Mi permetto di far notare che calare dall’alto un candidato civico significa consegnarsi alla sconfitta. Come è accaduto nell’ultima tornata amministrativa. È fattuale, come direbbe Vittorio Feltri».
E dunque, si immagina una grande kermesse cittadina?
«Prendiamo esempio dall’ex sindaco Giuliano Pisapia. Ve la ricordate la “rivoluzione arancione” che lo portò a strappare Milano al centrodestra, imperniata sulle primarie? Tutti i cittadini si devono sentire protagonisti nella scelta del futuro della città».
È quello che si aspetta oggi dalla sua coalizione?
«Sì, dobbiamo puntare a una campagna lunga con le primarie, un confronto aperto per galvanizzare gli elettori, spingerli a partecipare, discutere dei problemi della città, quelli che Sala non ha mai voluto risolvere. Chiunque risulterà vincitore, avrà una legittimazione popolare, godrà dell’appoggio dell’intera coalizione. Ci guadagnano tutti».
Purché siano primarie vere. Spesso a sinistra il vincitore lo decidono prima…
«Assolutamente. Più sono vere, e più avremo possibilità di vincere. L’altro giorno ero al telefono con Tatarella, ci conosciamo da una vita, siamo stati anche compagni di banco in consiglio comunale. Anche a lui piace l’idea».
Immagino che il suo cavallo di battaglia sarebbe la sicurezza?
«È risultato il tema più sentito nei gazebo della Lega. E lo comprendo. A Milano l’insicurezza e il degrado non riguardano più solo le periferie, ma ormai interessano tutti i quartieri. Lo spaccio e gli accoltellamenti sono all’ordine del giorno. Ovunque ci sono immigrati irregolari che, nonostante il foglio di via, continuano a girare. Bisogna aumentare i filtri per il rilascio della cittadinanza, e introdurre un test che valuti l’integrazione prima di concederla».
Parla delle seconde generazioni?
«Va fatta una distinzione tra chi rispetta le regole e i molti che non hanno nessuna intenzione di integrarsi. A livello nazionale la Lega ha promosso nuove norme contro i cosiddetti “maranza”. In futuro serve sicuramente una linea diretta tra il ministero dell’Interno e città difficili come Milano. Il governo, in quest’ultimo anno di legislatura, deve insistere per rispettare le promesse fatte sulla sicurezza».
E Beppe Sala?
«Uno dei tanti che ha voluto usare Milano come un trampolino per fare carriera. Ma i suoi colleghi a sinistra gliel’hanno impedito. Albertini ha lasciato in eredità i grattacieli, Moratti ha lasciato l’Expo, Pisapia la Darsena. Sala ha lasciato alla città solo le piste ciclabili».
Se fosse lei il sindaco?
«Servono grandi opere, uno slancio internazionale. Milano è capitale del design e non si vede. La città purtroppo è sempre più degradata. Serve un rapporto più stretto tra il pubblico e il privato per gli investimenti in città. Milano deve tornare a correre e a essere la locomotiva del nostro Paese».
E l’area C?
«Vanno riviste tutte le misure green, in particolare quelle più ideologiche: bisogna tornare a garantire la viabilità. Milano significa velocità e lavoro. Va bene il rispetto per l’ambiente, ma in accordo con la libertà dei cittadini. Inoltre va rivista la mobilità, modificate alcune ciclabili, servono parcheggi di interscambio e investimenti sulle linee di trasporto e sulle metropolitane. Il sindaco di Milano dice che ha soppresso linee e corse dei bus perché mancano soldi, allora reintroduciamo il bigliettaio e facciamo pagare chi non paga il biglietto».
Cosa intende?
«C’è un gigantesco problema sugli affitti a Milano. Non si capisce chi siano gli inquilini. Le case occupate restano occupate. Conosco ogni metro quadro dei quartieri più degradati di Milano: un’amministrazione seria andrebbe a controllare porta a porta, e scoprirebbe che ci sono subaffitti illegali ovunque. I vigili urbani devono tornare ad occuparsi di legalità, mentre oggi si occupano solo di multe stradali per rimpinguare le casse comunali. Inoltre l’amministrazione si è arresa alla illegalità dei centri sociali e delle moschee abusive».
Tornando alla Lega: bisogna trovare un accordo con la fronda nordista, quella che chiede un profilo più «federale» per il partito. Quale ruolo per Luca Zaia?
«Salvini è stato eletto a congresso l’anno scorso e sta lavorando egregiamente al governo. Zaia ha svolto brillantemente il ruolo di governatore del Veneto. È una persona capace, ha consenso, ed è per questo che Salvini gli ha proposto dei ruoli rilevanti nel partito. In vista delle politiche è importante che la Lega, compatta, continui ad occuparsi dei temi che più da vicino toccano i cittadini».
Il suo nome alla corsa per il comune di Milano potrebbe essere un modo per frenare la fuga verso il partito di Vannacci. Ci sono punti di contatto?
«Ci sono temi che ci accomunano come la remigrazione, concetto che sicuramente non ha inventato lui, la Lega ne ha parlato prima di lui. Per il resto, viaggiamo su binari diversi. Un esempio: Vannacci propone il reddito di maternità, badate bene non anche paternità o in generale genitorialità. Per me è anacronistico, perché mi batto da sempre per la libertà delle donne e tra l’altro andrebbe per la maggioranza agli stranieri».
Bisogna coalizzarsi con il generale?
«È Vannacci che si è chiamato fuori, dopo essersi fatto eleggere con i voti della Lega. Ha votato la sfiducia al governo. Vuole accaparrarsi voti, anche a costo di far vincere gli avversari. Al momento, sta facendo il gioco della sinistra».



