Anche se la milanese si fa fritta, anche alla griglia non è male. Parola di Beppe Sala, che a Palazzo Marino ha i condizionatori al massimo, ma impone negli edifici pubblici fino a 26 gradi e come Ursula von der Leyen tiene gli impiegati di Palazzo Berlaymont in sobbollore per non disturbare l’ambiente, mentre lei ha i suoi uffici da circolo polare.
A Milano si sono sfiorati ieri i 37 gradi (chi crede alla temperatura percepita, che è una bufala dal punto di vista scientifico, parla di 39 gradi), ma il sindaco, novello Maria Antonietta, a chi gli faceva notare che di piscine aperte per un milione mezzo di abitanti ce ne sono solo tre, rispondeva: hanno caldo? Dategli i ventagli. E per imitare il suo compagno, Pedro Sánchez, aggiungeva: olè, che col ventaglio da flamenco ci cade a pennello! Oggi agibili ci sono solo le vasche Romano, Sant’Abbondio e Cardellino: via Zanoia in via Sant’Abbondio e in via del Cardellino, a Bisceglie. Altre due piscine disponibili sono la Lampugnano, della Federnuoto, dunque a orari ridotti, e la Caimi a pagamento (costo medio 25 euro). Della Milano socialista, che si era preoccupata della vasca in ogni quartiere, sotto la sinistra al caviale di Beppe Sala non è rimasto nulla. Negli anni della Belle Époque, molto prima delle offerte dell’Aga Khan con la Costa Smeralda e di Silvio Berlusconi con Villa Certosa (l’affare immobiliare del secolo: 350 milioni ha sborsato agli eredi del Cav lo sceicco del Qatar, Bin Jassim Al Thani) la ditta Maffei, in accordo col Comune di Cervia, edificò Milano Marittima, destinata alla villeggiatura delle sciure meneghine e contemporaneamente, sulla scorta del Bagno Diana - aperto nel 1842 a Porta Venezia - nascevano la piscina Argelati e la piscina Cozzi. Tutte pubbliche.
Oggi, in epoca Sala, devi per forza pagare fior di euri o essere iscritto a un club molto esclusivo. I ricchi la piscina ce l’hanno come il bosco, tutta verticale (oltre alla seconda casa in Versilia). Anche questo andrebbe detto: non c’è climatologo che non predichi di piantare alberi. Perché il gradiente tra una zona con asfalto e una con verde di alto fusto sfiora i 15 gradi. Ma nella Milano dove, d’accordo i giudici, per trasformare una casa da tre piani in un grattacielo basta dire al Comune: guarda che faccio un lavoretto, il bosco si fa all’insù ed esclusivo come le piscine dei grattacieli di San Siro, Corso Garibaldi e City life. Giusto per avere un’idea, al Vertigo - tre piscine prenotabili solo tramite l’albergo - i costi variano da 150 a 250 euro a persona. E gli altri? Su Facebook, Instagram, Tik Tok il tormentone è «Sala facci sudare». Scoppia così la rovente polemica del Lido di Milano. Nato negli anni Venti, era pensato un secolo fa come area destinata al divertimento popolare, al fianco dell’ippodromo di San Siro. Il Lido, dove si faceva il bagno con 10 euro per tutto il giorno, è chiuso dalla fine del 2022. Di fatto Sala lo ha privatizzato in cambio di una ristrutturazione affidata alla Go.Fit, nuovo concessionario che ha pensato bene di privilegiare i muscoli alla frescura. Il progetto prevede tante palestre e una piscina molto più piccola della precedente. La ragione è semplice. Con le palestre incassi tutto l’anno, con la piscina, anche se il riscaldamento globale ti dà una mano, fai affari per massimo sei mesi. I lavori dovevano finire il 20 dicembre del 2025, proroga successiva al 20 marzo 2026 e ora ulteriore determina per spostare la fine di un cantiere che prevede una piscina di 20 metri per 35 (la metà della vecchia), a fine anno.
Su Facebook, al sindaco che vuole stare al caldo, sarà per lo scampato pericolo che qualcuno del Comune finisse al fresco con le inchieste sull’urbanistica, a proposito del Lido ne dicono di ogni. In un post si legge: «La privatizzazione del Lido è una vergogna per noi residenti. Avete svenduto una storica piscina pubblica e popolare a una multinazionale privata». Verrebbe da dire, anche quando il termometro sale, nulla di nuovo sotto il sole cocente di Milano. Se tocchi gli immobili, nella città del compagno Sala, va così.



