Ecco #DimmiLaVerità del 2 maggio 2025, Ospite il segretario della Commissione Lavoro della Camera Lorenzo Malagola di Fdi. L'argomento del giorno é: "Salari sicurezza, rapporto coi sindacati: tutte le novità sul tema del lavoro".
Maurizio Landini, segretario Cgil e il segretario della Cisl Luigi Sbarra (Ansa)
A giorni la legge sulla partecipazione dei dipendenti alla gestione delle imprese, promossa dalla Cisl e appoggiata dal governo, sarà alla Camera. Secondo il relatore Malagola (Fdi), i dem sono divisi e voteranno contro perché vincolati ai diktat della Cgil.
Poche ore fa i metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil hanno manifestato compatti, accompagnati dalle presenze in bella mostra dei massimi esponenti del Pd (da Zingaretti, fino a Bonaccini, Nardella e Gori), per le strade di Bruxelles. Chiedevano una revisione (paradossale per la sinistra che l’ha teorizzato) del Green deal che sta portando alla deindustrializzazione dei Paesi Ue e insistevano, tra le altre cose, sulla possibilità di avere sistemi più democratici di gestione delle imprese che prevedessero la partecipazione dei lavoratori.
Si può essere più o meno d’accordo, ma dare la possibilità a un dipendente di far parte del consiglio di amministrazione della società per la quale lavora, di partecipare agli utili dell’azienda e alle decisioni strategiche e organizzative della stessa dovrebbe essere un mantra della sinistra.
E quindi è normale che per le strade della capitale dell’Unione Europea la Cgil e il Pd intonassero slogan inneggianti alla partecipazione. Che però vengono poi contraddetti nei fatti.
Nel Parlamento italiano, infatti, tra pochi giorni verrà votata una norma di iniziativa popolare che prevede tutte le cose dette prima. Una legge fortemente voluta dalla Cisl, che stabilisce diverse modalità di partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale, da quella organizzativa fino a quella economico-finanziaria (che vuol dire avere una parte degli utili e delle quote azionarie con 70 milioni di finanziamenti per la defiscalizzazione). Peccato che il Pd si appresti a votare contro, perché nei fatti è già spaccato al suo interno.
Come al solito c’è una parte massimalista, cioè la maggioranza che fa capo al segretario Elly Schlein che teme di perdere spazio a sinistra e segue pedissequamente le scelte della Cgil. E Maurizio Landini è profondamente contrario alla norma. E un’altra minoritaria, più riformista e silenziosa, che è costretta a subire scelte che non condivide. Per dire, tra i senatori democratici c’è Annamaria Furlan, che è stata segretaria della Cisl dal 2014 al 2021, ma ci sono anche Lorenzo Guerini e Pier Ferdinando Casini che non saranno contentissimi di seguire la linea dettata dalla responsabile Lavoro nella segreteria dem, Maria Cecilia Guerra, che fa intendere di non apprezzare questa legge perché sarebbe stata depotenziata.
Ma cerchiamo di capire. «La partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale è un principio stabilito dall’articolo 46 della Costituzione e che grazie a una legge di iniziativa popolare presentata dalla Cisl, sono state raccolta di 400.000 firme, dopo 77 anni arriva in Parlamento». Lo evidenzia alla Verità il relatore del provvedimento Lorenzo Malagola, deputato di Fratelli d’Italia.
«Sono stati inseriti dei correttivi», continua, «ma l’impianto della norma è rimasto intatto. Resta l’assoluta discrezionalità delle aziende, quindi non c’è un principio coercitivo, e sono state escluse solo le partecipate pubbliche. Parliamo di un principio rivoluzionario che per la prima volta coinvolge e quindi responsabilizza lavoratori e sindacati nelle strategie aziendali. Non vorrei che fosse questo il motivo che porta la Cgil e di conseguenza una parte del Pd a votare contro».
Chiaro che responsabilizzare sindacati e lavoratori rispetto alle scelte aziendali per forza di cose riduce lo spazio conflittuale sul quale Maurizio Landini basa la sua azione. E se gli togli gli scioperi e le manifestazioni di piazza, a questa Cgil cosa resta? Insomma, se i motivi di contrarietà del sindacato più massimalista sono evidenti, non altrettanto chiara è la posizione del Partito Democratico.
«Questa legge», evidenzia ancora Malagola, «vuole mettere le basi per superare l’antagonismo tra capitale e lavoro che ha segnato decenni di questo Paese, la vera scommessa è che grazie alla partecipazione possano crescere produttività e salari, i veri grandi gap dell’economia e dell’industria italiana».
E il Pd che vota contro? «Per spirito e ruolo che svolgo», sottolinea il relatore, «spero che anche il Partito democratico possa cambiare idea. Loro vivono un dramma e una frattura interna che parte dai temi geopolitici, si pensi alla guerra in Ucraina, e arriva fino al Jobs Act. Dire però che con l’esclusione delle partecipate la norma sia stata annacquata dal governo, non mi sembra corretto. Mi sembra un modo per nascondere le loro difficoltà». Le difficoltà di chi ha tra le sue senatrici un ex segretario della Cisl (Annamaria Furlan) e un ex leader della Cgil (Susanna Camusso) che hanno sul provvedimento posizioni diametralmente opposte. E Il problema è che il Pd segue la Camusso. «Si è scelto, evidentemente, di stare dalla parte di Landini che con il sindacato si sta ergendo a leader della sinistra e che osteggia governo e Cisl (accusata di collateralismo con la Meloni) a prescindere. Vien da pensare che la Schlein tema di lasciare troppo spazio “movimentista” al segretario della Cgil».
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(Ansa)
L’emendamento che autorizza le Regioni ad affiancare alle donne che vogliono fermare la gravidanza esperti pro life scatena Pd e M5s. Che evocano la piazza, fingendo di non sapere che è un supporto previsto fin dal ’78.
Una giornata di ordinaria follia, quella di ieri alla Camera, dove le opposizioni hanno messo in scena una delle più stupefacenti sceneggiate della legislatura. Al grido di «La destra vuole colpire la libertà delle donne!» Pd, M5s e sinistre varie si sono scagliati contro un emendamento al decreto legge sul Pnrr presentato dal deputato di Fdi, Lorenzo Malagola, stravolgendone completamente il senso e sacrificando la verità sull’altare del più sfrenato propagandismo.
L’emendamento in questione recita testualmente: «Le Regioni organizzano i servizi consultoriali nell’ambito della Missione 6, Componente 1, del Pnrr e possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». In sostanza, le donne che intraprendono un percorso per abortire, potranno trovare nei consultori che le accompagnano anche rappresentanti di associazioni pro life che, per fare un esempio, se alla base della decisione c’è una difficoltà economica, potranno suggerire il modo per ottenere un sostegno. Tutto ciò, c’è scritto nel testo, «senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica»: ovvero a costo zero.
Poche righe di facile e immediata comprensione, che la sinistra mistifica a proprio uso e consumo: «La destra», si scandalizza il capogruppo al Senato, Francesco Boccia, «prova ad assestare un altro colpo alla libertà delle donne in materia di procreazione e aborto. L’emendamento presentato dispone che le Regioni possano coinvolgerle all’interno dei consultori le associazioni antiabortiste. Sembra che questa destra», aggiunge Boccia, «guidata da una donna, abbia in odio la libertà femminile. Anche su questo faremo una battaglia in Parlamento e nel Paese convinti che la libertà e la responsabilità delle donne siano un valore da tutelare». Le parole di Boccia vengono ripetute più o meno alla lettera da decine di esponenti delle opposizioni, che intasano le e mail dei giornalisti con una raffica di comunicati stampa fotocopia.
Eppure l’emendamento Malagola non aggiunge assolutamente nulla alla legge già in vigore, la 194, come spiega, con dovizia di riferimenti legislativi, il capogruppo di Fdi alla Camera, Tommaso Foti: «Stupisce e allarma», sottolinea Foti, «che, quando si tratta di applicare pienamente una legge, nel caso la 194, le opposizioni si scatenino, alimentando e diffondendo vere e proprie fake news. Infatti, l’emendamento Malagola, approvato in commissione Bilancio senza alcuna resistenza, non prevede alcuna riforma né tantomeno inficia o modifica i contenuti della legge 194. La proposta, per contro, ribadisce quanto già previsto dalla legge (art. 2, comma 2) ovvero che i consultori, senza oneri per lo Stato», aggiunge Foti, «possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita».
Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, ma le opposizioni ripetono a memoria il ritornello propagandistico: «Invece di risolvere i problemi esistenti», ripete infatti la deputata del M5s, Gilda Sportiello, «con una violenza inaudita il governo si scaglia ancora una volta contro noi donne e contro il diritto all’aborto. Con un emendamento all’articolo 44 nel decreto sul Pnrr e permettendo alle associazioni antiabortiste di entrare nei consultori, abortire sarà ancora più difficile». Come farebbero queste associazioni a impedire a una donna di abortire non si sa e nemmeno nessuno lo spiega, l’unica cosa che conta è la strumentalizzazione politica di un emendamento che, a dirla tutta, potrebbe finire addirittura per penalizzare le stesse associazioni. In Piemonte, tanto per fare un esempio, è in vigore una convenzione tra l’Azienda ospedaliero-universitaria Città della salute e della scienza di Torino e l’associazione Centro di aiuto alla vita e Movimento per la vita «G. Foradini» di Rivoli, che prevede di istituire una «stanza di ascolto» per le donne che richiedono l’interruzione di gravidanza, con l’obiettivo di «fornire supporto e ascolto a donne gestanti che ne abbiano necessità, che potrebbero quindi prendere in considerazione la scelta dell’interruzione di gravidanza o che addirittura si sentono costrette a ricorrervi per mancanza di aiuti». Le donne che hanno deciso di intraprendere il percorso dell’interruzione volontaria di gravidanza trovano volontari formati in grado di ascoltare le loro paure, i loro problemi, senza coercizioni o pressioni psicologiche, esattamente come prevede la legge 194. L’iniziativa di Regione Piemonte, che risale all’estate 2023, ha provocato polemiche, proteste e pure una istanza cautelare al Tar (bocciata lo scorso gennaio) presentata da Cgil e «Se non ora quando».
Una parola di verità arriva dalla deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra, che in aula, dichiarando il voto contrario del Pd, sottolinea che «questa norma potrebbe portare a una eterogenesi dei fini, perché c’è scritto che queste associazioni (le pro life, ndr) potranno essere coinvolte ma senza oneri per la finanza pubblica. Voglio vedere», aggiunge la Guerra, «come faranno le Regioni, come per esempio il Piemonte, a contribuire, come fanno adesso, a far andare queste associazioni nei consultori e negli ospedali». Finché c’è Guerra, c’è speranza.
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Ospiti della nuova puntata del talk condotto da Daniele Capezzone negli studi Utopia, Lorenzo Malagola di Fratelli d'Italia e Antonio D’Alessio di Azione-Italia Viva.






