2025-02-13
Almasri, Vannacci: «Corte penale internazionale? Baraccone, in 20 anni condanne a 4 persone»
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Così l'eurodeputato della Lega, Roberto Vannacci, in un'intervista a margine dei lavori della plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.
Così l'eurodeputato della Lega, Roberto Vannacci, in un'intervista a margine dei lavori della plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo.
Nella notte tra giovedì e venerdì, Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo che impone sanzioni contro la Corte penale internazionale, tribunale nato con lo Statuto di Roma del 1998 e in funzione dal 2002. Il presidente degli Stati Uniti accusa la Corte di aver promosso «azioni illegittime e infondate contro l’America» e il suo «stretto alleato, Israele», con chiaro riferimento al mandato d’arresto internazionale emesso contro Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant.
Nello specifico, con il provvedimento si vieta l’ingresso negli Stati Uniti a dirigenti, dipendenti e agenti della Cpi, compresi i loro familiari più stretti e chiunque abbia partecipato al lavoro investigativo della Corte. Inoltre, il decreto congela tutti i beni detenuti negli Usa da queste persone, i cui nomi, però, non sono ancora stati comunicati. Soddisfatto il primo ministro israeliano, il quale ha ringraziato il tycoon che, con il suo ordine esecutivo, «difende America e Israele dalla Corte corrotta, antiamericana e antisemita che ha giurisdizione».
Al di là degli abusati riferimenti all’antisemitismo, la mossa di Trump si inserisce nel solco della contrapposizione tra multilateralismo e bilateralismo. A tal proposito non va dimenticato che, in realtà, né gli Stati Uniti né Israele hanno aderito allo Statuto di Roma e, pertanto, su di loro non grava l’obbligo di adempiere ai provvedimenti adottati dalla Corte. Obbligo che, nei fatti, si è dimostrato teorico perfino per i Paesi sottoscrittori: basti pensare alle parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo il mandato di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant, da lui descritto come «irrealizzabile». Il vicepremier è tornato sulla Corte penale internazionale nei giorni scorsi, durante la sua visita in Israele: «Ho molte riserve sul comportamento della Corte su questa vicenda (il caso Almasri, ndr). Forse bisognerebbe aprire un’inchiesta sulla Corte penale, bisogna avere chiarimenti su come si è comportata». Parole dure, insolite per il tono abitualmente diplomatico di Tajani, il quale, tra i vari schieramenti, tende peraltro a vedere con favore il multilateralismo e gli enti sovranazionali. In Europa, molti non hanno preso bene la decisione degli Stati Uniti. A partire dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen: «La Cpi garantisce l’accertamento delle responsabilità per i crimini internazionali e dà voce alle vittime in tutto il mondo», scrive sul suo profilo X. «Deve poter proseguire liberamente la lotta contro l’impunità globale. L’Europa sarà sempre a favore della giustizia e del rispetto del diritto internazionale».
Bizzarro, d’altra parte, sentir parlare Ursula di impunità, visto che a oggi nessuno conosce il contenuto dei messaggini da lei scambiati con l’ad di Pfizer, Albert Bourla, attraverso i quali ha negoziato l’acquisto dei vaccini anti Covid. Informazioni che la stessa si è rifiutata di fornire alla commissione di inchiesta dell’Europarlamento mentre ora, come spiegato su queste pagine da Francesco Borgonovo, l’Ue ha adottato un provvedimento per cui le app di messaggistica, qualora «strettamente necessario nell’interesse del servizio», possono essere utilizzate dai commissari per gli scambi di contenuti importanti, salvo aver impostato la cancellazione automatica di quanto scritto. Un fulgido esempio di democrazia e di lotta contro l’impunità. «Sanzionare la Cpi», si legge invece in un post di Andrea Costa, presidente del Consiglio Ue, «minaccia l’indipendenza della Corte e mina il sistema di giustizia penale internazionale nel suo complesso».
«Deploriamo profondamente le sanzioni individuali annunciate ieri contro il personale della Corte e chiediamo che questa misura venga revocata», tuona Ravina Shamdasani, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani. «Prendiamo atto con profondo rammarico dell’emissione da parte degli Stati Uniti di un ordine esecutivo che cerca di imporre sanzioni ai nostri funzionari, di danneggiare l’indipendenza e l’imparzialità della Corte», dichiara invece Tomoko Akane, presidente della Cpi: «L’ordine esecutivo è solo l’ultimo di una serie di attacchi senza precedenti che mirano a minare la capacità della Corte di amministrare la giustizia in tutte le situazioni. Tali minacce e misure coercitive costituiscono gravi attacchi contro gli Stati parte della Corte, l’ordine internazionale basato sullo Stato di diritto e milioni di vittime».
Anche in questo caso, però, nonostante le dichiarazioni dei suoi vertici, l’Unione europea è divisa al suo interno. Su iniziativa di cinque Paesi - Slovenia, Lussemburgo, Messico, Sierra Leone e Vanuatu -, ieri è stata approvata una dichiarazione congiunta di condanna alle sanzioni di Trump, firmata da 79 Stati membri dell’Onu, circa due terzi dei sottoscrittori dello Statuto di Roma. Tra questi, ci sono la maggior parte dei Paesi Ue, compresi i più importanti (Francia, Germania e Spagna, ma anche Polonia e Paesi Bassi). Non l’Italia, che oltre ad avere una questione aperta con la Cpi, in questo momento si tiene stretta il rapporto privilegiato con l’amministrazione Usa, anche in ottica dazi. All’appello, inoltre, manca pure Budapest. «È tempo che l’Ungheria riveda cosa stiamo facendo in un’organizzazione internazionale sottoposta a sanzioni statunitensi», scrive in proposito il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, sul suo profilo X.
Nella dichiarazione, i firmatari affermano che le sanzioni degli Stati Uniti «comprometterebbero gravemente tutte le situazioni attualmente sotto inchiesta, poiché la Corte potrebbe dover chiudere i suoi uffici sul campo», oltre ad «aumentare il rischio di impunità per i crimini più gravi e minacciare di erodere lo stato di diritto internazionale». Di tutt’altro avviso il vicepremier Matteo Salvini: «Sulla Corte penale internazionale condivido le parole del collega Tajani: invece di indagare dovrebbe essere indagata». A questo punto, superato il dogma sull’indiscutibilità degli enti sovranazionali, forse in Forza Italia si può iniziare a parlare anche di Oms.
Da quando è entrata a regime, nel 2002, la Corte penale internazionale dell’Aia è riuscita a condannare soltanto undici criminali. Una media di uno ogni due anni; pochino, anche se, forse, non troppo peggio del sistema giudiziario italiano.
Nel frattempo, le 18 toghe che la compongono si sono comunque assicurate una cospicua remunerazione di 180.000 euro netti l’anno, per tutti i nove anni del mandato. Il presidente si becca una maggiorazione di 18.000 euro e qualche benefit se lo godono pure i due vicepresidenti, i quali possono incassare 100 euro per ogni giorno in cui svolgono le funzioni del presidente, fino a un massimo di 10.000 euro annui. Poi ci sono le altre accortezze: la copertura delle spese di viaggio; una pensione che scatta al compimento dei 62 anni, cioè ben al di sotto della soglia d’età che tocca raggiungere a tanti lavoratori italiani; la reversibilità per il coniuge del magistrato e per i suoi figli minori, ai quali spetta anche una borsa di studio.
In effetti, sul suo sito, la Cpi vanta statistiche di produttività che non sembrano proprio giustificare quei generosi emolumenti: 60 mandati d’arresto, 21 dei quali eseguiti, mentre 31 sospettati restano latitanti; nove mandati di comparizione; sette imputati scagionati per cause di forza maggiore, ossia perché, mentre andava avanti il procedimento, sono passati a miglior vita; 15 sentenze definitive, tra cui quattro assoluzioni.
Certo, bisogna ammettere che la Corte opera in un contesto delicatissimo, con oggettive difficoltà nel raccogliere le prove dei delitti e nell’assicurare alla giustizia i responsabili delle malefatte sulle quali è competente: genocidi, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, aggressioni armate nei confronti di Stati sovrani, nonché ostacoli alle attività del collegio stesso, l’illecito che sarebbe divenuto oggetto di un fascicolo sull’Italia, smentito dal nostro governo.
Ma a parte il tentativo di portare alla sbarra imputati eccellenti, tipo Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, e l’improvvisa notorietà guadagnata per la vicenda Almasri, all’organizzazione manca un caso storico come quello che capitò alla Corte internazionale di giustizia. Si tratta di due tribunali diversi: il secondo ha sempre sede all’Aia ma, a differenza della Cpi, è una branca dell’Onu. Dopo le guerre nella ex Jugoslavia, ottenne la cattura dell’ex presidente serbo Slobodan Milosevic, morto in una cella della città olandese nel 2006.
Con ogni evidenza, un posto alla Cpi è un ottimo approdo di carriera. Persino il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, fu in corsa per un trasferimento nei Paesi Bassi. Era il febbraio del 2021; il Conte bis, messo in crisi da Matteo Renzi e dai ritardi nell’approvvigionamento dei vaccini anti Covid, era agli sgoccioli; tuttavia, la Rappresentanza permanente dell’Italia presso le Nazioni Unite aveva trovato modo di candidare a procuratore della Cpi il magistrato, definendolo una «persona di altissima moralità» ed esaltando la sua «vasta esperienza» con «indagini complesse», le quali avevano assicurato «l’arresto e la condanna di centinaia di criminali». Per la qualifica, però, l’Assemblea degli Stati parte, che si occupa delle nomine, gli preferì Karim Ahmad Khan. Per costui, tuttora in carica, il salto di qualità è stato anche un salto della quaglia: da avvocato, l’uomo che oggi dovrebbe andare a caccia di torturatori e autocrati sanguinari aveva difeso personaggi piuttosto chiacchierati, inclusi il secondogenito di Muammar Gheddafi, Saif Al Islam, e l’attuale presidente del Kenya, William Ruto, accusato di crimini contro l’umanità per le violenze post elezioni nel 2007 e nel 2008.
Ciò che fa la Corte, d’altronde, non va preso per oro colato. Negli anni, le è stato rinfacciato di essere uno strumento dell’imperialismo occidentale in Africa. E benché conti 125 Stati aderenti, la Cpi è stata snobbata dalla Russia, da Israele e dagli Usa. Nel 2003, il loro Dipartimento di Stato lamentò la carenza di adeguati pesi e contrappesi sull’autorità del procuratore e dei giudici, insieme a una «insufficiente protezione dalle accuse politiche o altri abusi». Letti alla luce degli eventi di questi giorni, si direbbe che i sospetti americani qualche fondamento lo avessero.
Ieri è arrivata la ciliegina sulla torta: il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per imporre sanzioni alla Cpi, la quale avrebbe «preso di mira in maniera impropria» Washington e Gerusalemme. Sono previste contromisure finanziarie e restrizioni sui visti dei funzionari della Corte che hanno partecipato a indagini nei confronti di «cittadini o alleati» degli Usa. Il carrozzone non va più avanti da sé.
Il procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aia, Karim Ahmad Khan, ha annunciato ieri mattina che presenterà «richieste di mandato d’arresto alla prima Camera preliminare per i leader di Hamas e Israele per la situazione nello Stato di Palestina». Nel comunicato della Cpi si legge che «sulla base delle prove raccolte ed esaminate» dall’ufficio di Khan, Yahya Sinwar capo militare di Hamas , Mohammed Diab Ibrahim al-Masri (comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas a Gaza) e il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, insieme al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, sono accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità per gli attacchi del 7 ottobre contro Israele e la successiva guerra nella Striscia di Gaza «almeno dall’8 ottobre 2023». Quindi il procuratore capo del tribunale penale internazionale, Karim Khan, mette sullo stesso piano i leader dell’organizzazione terroristica Hamas con quelli dell’unica democrazia del Medio Oriente attaccata lo scorso 7 ottobre.
Il premier Netanyahu, citato dai media, ha definito a una riunione del Likud la mossa del procuratore della Cpi contro di lui e il ministro della Difesa Gallant «uno scandalo»: «Questo non fermerà né me, né noi». La richiesta del procuratore della Corte penale internazionale dell’Aja non piace nemmeno ad Hamas perché «mette sullo stesso piano la vittima con il carnefice e questo incoraggerà la continuazione della guerra di sterminio». Un panel dei giudici della Corte penale internazionale deve esaminare la richiesta del procuratore Khan per il mandato d’arresto nei confronti di Netanyahu, Gallant e dei leader di Hamas. La decisione spetta alla Camera preliminare, composta da tre magistrati, che valuteranno le prove presentate dal procuratore insieme alla richiesta di arresto. Secondo lo statuto della Corte, i giudici possono accettare o respingere la richiesta, oppure chiedere al procuratore prove aggiuntive a supporto. Non c’è un limite di tempo entro il quale i giudici devono prendere una decisione. Per il ministro della Difesa israeliano, Gantz, la decisione del procuratore capo della Corte penale internazionale «è di per sé un reato di proporzioni storiche».
Secondo Axios esponenti repubblicani della Camera dei rappresentanti Usa stanno approntando sanzioni a carico della Corte penale internazionale (Cpi) come «precauzione» nel caso la Corte spicchi mandati d’arresto a carico del primo ministro Netanyahu, o di altri esponenti del governo israeliano. Israele sta prendendo in considerazione l’opportunità di inviare la prossima settimana una delegazione ai colloqui a Doha (Qatar) riguardanti una tregua a Gaza e il rilascio degli ostaggi, se questi colloqui si terranno. In ogni caso il ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed Al-Khulaifi, ha affermato che ad oggi «non c’è volontà politica per raggiungere un accordo di cessate il fuoco a Gaza mentre le operazioni militari continuano sul terreno». E in effetti anche ieri l’esercito israeliano ha continuato a colpire «obiettivi terroristici nell’area di Jabalya» nel Nord della Striscia di Gaza, così come nel centro della regione. È quanto è stato comunicato dal portavoce militare, il quale ha riferito che sono state individuate «armi in una struttura dell’Unrwa ed eliminati terroristi» Secondo la stessa fonte, in un raid è stato colpito un gruppo di operatori che avevano lanciato un razzo anticarro verso le truppe israeliane.
Le forze armate israeliane prevedono che i combattimenti a Gaza dureranno almeno altri sei mesi, con l’obiettivo di impedire completamente il ritorno al potere di Hamas nella Striscia. La notizia è stata riportata da Haaretz, citando fonti dell’Idf. Ieri, con una nota della Casa Bianca, si è saputo che il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Jake Sullivan, ha avuto incontri costruttivi con il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, e ha informato il primo ministro israeliano, Netanyahu, e la sua squadra sui dettagli dei suoi incontri in Arabia Saudita.
Sempre sul fronte diplomatico il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, al termine della riunione con Giorgia Meloni gli altri ministri e i vertici dei servizi sull’Iran ha reso noto che nei prossimi giorni sarà a Roma e il primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese, anche il ministro degli Esteri, e incontrerà il presidente del Consiglio. In serata, il presidente Usa, Joe Biden, in una nota ha parlato della richiesta di Karim Ahmad Khan: «È vergognosa. E vorrei essere chiaro: qualunque cosa questo procuratore possa implicare, non esiste alcuna equivalenza - nessuna - tra Israele e Hamas. Saremo sempre al fianco di Israele contro le minacce alla sua sicurezza». Anche Antony Blinken, Segretario di Stato degli Stati Uniti, ha definito «vergognosa» la richiesta di mandato di cattura. Anche Austria e Repubblica ceca hanno criticato la richiesta del procuratore.
Venti di guerra continuano a soffiare sul Medio Oriente. Giovedì, le forze militari statunitensi e britanniche hanno effettuato dei bombardamenti contro le postazioni degli Huthi nello Yemen. Si è trattato di una reazione agli attacchi che da settimane il gruppo filoiraniano sta conducendo nel Mar Rosso. Il Pentagono ha già detto di essere pronto a eventuali ritorsioni.
«Questi bombardamenti sono la risposta diretta agli attacchi degli Huthi senza precedenti contro navi internazionali nel Mar Rosso, tra cui l’uso di missili balistici antinave per la prima volta nella storia», ha dichiarato il presidente americano, Joe Biden. «Non esiterò a prendere ulteriori misure per proteggere il nostro popolo e il libero flusso del commercio internazionale, se necessario», ha aggiunto. «Il nostro obiettivo resta quello di allentare le tensioni e ripristinare la stabilità nel Mar Rosso», hanno inoltre dichiarato Washington e Londra in un comunicato congiunto assieme agli altri Paesi che hanno partecipato ai raid di giovedì, vale a dire: Australia, Bahrain, Canada, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Nuova Zelanda e Corea del Sud.
Sulla questione, è intervenuto anche il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani. «Siamo impegnati a garantire la libertà di navigazione nel Mar Rosso, partecipiamo alla missione europea Atalanta e chiederemo anche che questa missione possa avere competenze più larghe oppure dare via a una nuova missione europea per garantire la libera circolazione delle merci», ha detto il capo della Farnesina. Da Palazzo Chigi invece arriva la condanna dei «ripetuti attacchi degli Houthi a danno di navi mercantili nel Mar Rosso». «È essenziale garantire la sicurezza del Mar Rosso, prevenendo e contrastando azioni di destabilizzazione che non sono nell’interesse né degli attori locali, né della comunità internazionale», dicono fonti del governo. «È fondamentale evitare un ulteriore innalzamento del livello di tensione nella regione».
Furiosa la reazione del leader degli Huthi, Mohammed Ali al-Houthi, che ha bollato gli attacchi di giovedì come «barbarici» e «terroristici». «Continueremo a prendere di mira le navi israeliane», ha aggiunto il portavoce del gruppo, Muhammad Abdul Salam, secondo cui nei raid sarebbero morti cinque miliziani. Mentre Hamas ha minacciato «conseguenze», critiche sono arrivate anche dall’Iran, secondo cui i bombardamenti nello Yemen sarebbero «una chiara violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese arabo». Sulla stessa linea si è collocata Mosca, che ha tacciato gli Stati Uniti di aver violato il diritto internazionale.
«Tutte queste azioni rappresentano un uso sproporzionato della forza», ha inoltre tuonato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha accusato Washington e Londra di volere un «bagno di sangue» nel Mar Rosso. Pechino ha invece giocato la carta della mediazione, con il ministero degli Esteri cinese che ha esortato «tutte le parti interessate a mantenere la calma e a dar prova di moderazione, in modo da evitare che il conflitto si espanda». Va tuttavia ricordato che il Dragone non è un attore esattamente super partes. Nel 2021 la Repubblica popolare ha siglato un accordo di cooperazione venticinquennale con il regime khomeinista e si è sempre rifiutata di riconoscere Hamas come organizzazione terroristica. L’Italia Assai cauta si è infine mostrata l’Arabia Saudita, che sta portando avanti da qualche tempo dei colloqui di pace con gli Huthi sul conflitto yemenita: è in quest’ottica che Riad ha esortato a «evitare un’escalation». Negli scorsi giorni, erano emerse delle divisioni in seno all’amministrazione americana. Se il Pentagono premeva per attuare dei bombardamenti contro gli Huthi sul territorio yemenita, la Casa Bianca era apparsa restia nei confronti di una simile possibilità. Adesso però le cose sono cambiate. Non dimentichiamo d’altronde che, appena martedì scorso, gli Huthi avevano condotto il loro attacco più massiccio nel Mar Rosso dallo scoppio della crisi attualmente in corso. Non a caso, un funzionario americano ha rivelato alla Cnn che proprio quell’attacco avrebbe fatto cambiare idea al presidente degli Stati Uniti.
Nel frattempo il Congresso americano si è spaccato sulla questione: una divisione che travalica i confini dei due partiti. Alcuni parlamentari hanno ben accolto i bombardamenti nello Yemen, criticando l’Iran; altri hanno invece sostenuto che Biden avrebbe dovuto prima chiedere l’autorizzazione del Congresso stesso. Nel mentre, il Dipartimento del Tesoro americano ha sanzionato ieri due società coinvolte in attività finalizzate a finanziare gli Huthi.
Le conseguenze economiche della crisi non si sono fatte attendere. Ieri, il prezzo del petrolio è salito del 4%, mentre svariate petroliere hanno abbandonato la rotta del Mar Rosso a seguito dei raid di giovedì. Ma gli impatti negativi non riguardano soltanto il greggio. Volvo si avvia per esempio a sospendere temporaneamente la produzione nel suo stabilimento in Belgio a causa di problemi legati alla propria catena di approvvigionamento. Stando a Bloomberg News, «la fabbrica di Ghent fermerà la produzione per tre giorni dopo che le navi hanno dovuto essere deviate per evitare violenze in una delle rotte marittime più trafficate del mondo, ritardando la consegna dei riduttori».
Anche Tesla ha dovuto interrompere la produzione in Germania a causa dei ritardi che hanno colpito le spedizioni nel Mar Rosso: uno stop che, secondo il colosso di Elon Musk, potrebbe portare alla mancata realizzazione di oltre 5.000 veicoli. Come se non bastasse, a peggiorare ulteriormente la situazione del commercio internazionale stanno le restrizioni introdotte l’anno scorso dall’Autorità del Canale di Panama a causa della siccità. Una serie di dinamiche che sta chiaramente determinando conseguenze negative sui tempi delle spedizioni e sui costi delle merci. Ieri sera, il Regno Unito ha reso noto di aver ricevuto la segnalazione di un «incidente» nel Mar Rosso: un missile sarebbe stato lanciato in direzione di una nave nei pressi della costa yemenita. Non ci sarebbero danni o vittime.
Ieri, presso la Corte dell’Aia, è stata la volta di Israele, chiamato a difendersi dalle accuse di compiere atti di genocidio a Gaza, mossegli dal Sudafrica. Gli avvocati israeliani hanno iniziato richiamando il massacro e gli stupri compiuti da Hamas il 7 ottobre 2023. Secondo Israele, la causa per genocidio intentata dai sudafricani davanti alla Corte delle Nazioni Unite «è totalmente distorta e non riflette la realtà del conflitto nella Striscia di Gaza». Mentre per Tal Becker, uno degli avvocati israeliani presso la Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aia, «il Sudafrica ha sfortunatamente presentato alla Corte un quadro fattuale e legale totalmente distorto». Becker è un negoziatore di pace ed è membro del gruppo che ha curato la stesura degli «Accordi di Abramo», gli storici accordi di pace e normalizzazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan. All’epoca anche il Sudafrica si era detto interessato a fare lo stesso percorso poi le cose sono cambiate dopo che Pretoria ha sviluppato un fortissimo legame con la Russia di Vladimir Putin e con il Qatar, grande protettore della Fratellanza musulmana e di Hamas. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa si è recato più volte a Doha e lo scorso 15 novembre ospite dello sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, emiro dello Stato del Qatar, ha affermato che «gli eventi in Palestina e la crescente morte di civili, in particolare di bambini, addolorano tutti noi. Il Sudafrica sostiene tutti gli sforzi volti a garantire un cessate il fuoco immediato e totale, con colloqui su una soluzione politica per affrontare le legittime aspirazioni del popolo palestinese alla statualità». C’è un rapporto stretto tra i due Paesi, tanto che nel 2022 il Qatar è diventato il quinto partner commerciale del Sudafrica in Medio Oriente. Nel 2022 il Sudafrica ha esportato merci verso il Qatar per un valore di 206 milioni di dollari. La maggior parte delle esportazioni riguardava il settore manifatturiero, che rappresentava circa il 56% delle esportazioni totali. Il Sudafrica ha assistito a un aumento delle importazioni dal Qatar tra il 2017 e il 2022, principalmente a causa dell’importazione di prodotti petroliferi. Le importazioni sudafricane dal Qatar sono ammontate a 252 milioni di dollari nel 2022. Per tornare all’Aia, gli avvocati israeliani hanno sostenuto che fermare le operazioni a Gaza come chiede il Sudafrica, metterebbe a rischio la sicurezza di Israele e hanno detto che «è Hamas a volere il genocidio contro Israele». Prima dell’udienza Zane Dangor, direttore generale del ministero delle Relazioni internazionali del Sudafrica, ha commentato le affermazioni del ministero degli Esteri israeliano secondo cui «il Sudafrica agisce come il braccio legale di Hamas e ha lodato il gruppo dopo l’attacco del 7 ottobre». Dangor ha replicato attraverso al-Jazeera: «È qualcosa che rifiutiamo con disprezzo. La squadra legale del Sudafrica rappresenta il popolo sudafricano», aggiungendo che Pretoria sta portando avanti il caso di genocidio al tribunale dell’Aia «perché vogliamo fermare ulteriori danni ai palestinesi ed è nell’interesse della giustizia». Nella parte conclusiva della sua arringa, Becker ha affermato che «le richieste di misure provvisorie affinché Israele ponga fine ai combattimenti a Gaza non possono reggere», perché Gerusalemme ha il diritto di difendersi. L’avvocato ha aggiunto che la Corte dovrebbe applicare misure provvisorie contro il Sudafrica, accusandolo di mantenere stretti legami con Hamas. A difendere Israele c’è però a sorpresa il governo tedesco che ha annunciato che «esprimerà a processo la propria posizione di parte terza».

