I colloqui fra Usa e Iran, coi mediatori di Pakistan e Qatar, nell’albergo Burgenstock di Lucerna, in Svizzera, sono iniziati ieri in un clima pesante a causa delle minacce del presidente americano Donald Trump, nonché per il perdurante conflitto in Libano. Unico risultato è stata la «finalizzazione della bozza che esenta l’Iran dalle sanzioni sul petrolio», secondo fonti di Teheran.
Per apparire vincitore di un conflitto malgestito, il presidente statunitense ha alzato troppo la voce proprio all’avvio di negoziati già difficili, ottenendo solo di far irrigidire gli iraniani. Ha contribuito a ciò anche la prosecuzione del conflitto in Libano fra Israele ed Hezbollah. Il vicepresidente americano JD Vance, che aveva raggiunto in Svizzera gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, aveva parlato in mattinata di «incontro storico per voltare pagina». La prima sessione di colloqui, con tutti e quattro i Paesi, durata 80 minuti era incentrata su Libano, sanzioni e sblocco dei fondi iraniani all’estero. Non si è entrati nel vivo del programma nucleare iraniano e dello Stretto di Hormuz. Alla prima sessione doveva seguirne una seconda a quattro, ma dopo una «pausa per consultazioni interne» gli iraniani hanno proseguito con bilaterali con i mediatori del Qatar. Axios ha chiarito che, contrariamente a quanto era emerso nel pomeriggio, gli sciiti non hanno lasciato la sede. Erano previste foto e strette di mano di rito fra la delegazione iraniana, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf, e quella americana. Ma i rappresentanti di Teheran hanno rifiutato. Da ore Trump alzava la tensione con dichiarazioni a Fox News. Ha minacciato Teheran sullo stretto di Hormuz: «Potremmo prendere il controllo di Hormuz. Se lo chiudete, non avrete più un Paese. Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto Paese».
Frasi inutili e senza senso, considerando che agli americani non è servito sperperare per settimane migliaia di costosi missili e bombe per piegare un Paese della mole dell’Iran. Senza contare che «per non aver più un Paese», l’unica via sarebbe l’improponibile arma nucleare. Il presidente Usa sarebbe inoltre pronto ad attaccare di nuovo l’Iran «se non fermerà Hezbollah». Al presidente iraniano Masoud Pezehskian, che ribadiva «il diritto all’arricchimento dell’uranio» per scopi civili, il leader Usa ha risposto: «Stia attento a ciò che dice o prenderemo il controllo del resto del Paese», intendendo oltre a Hormuz. Anche questa minaccia è fuffa, dato che per gli americani invadere l’Iran via terra richiederebbe perdite, spese e tempi inconcepibili. Sul nucleare, gli Stati Uniti avrebbero voluto che da Lucerna uscisse «un invito iraniano a ispettori Onu che visitassero i siti nucleari bombardati dagli Stati Uniti e Israele». Uno dei mediatori pachistani, il ministro degli Esteri Muhammad Ishaq Dar, aveva anche sostenuto che l’Iran fosse disposto a «ridurre le scorte d’uranio arricchito». Ma tutto è in alto mare e Ghalibaf ha così risposto su X a Trump: «Non diamo peso alle minacce degli americani. Farebbero meglio a stare attenti alle loro dichiarazioni, le nostre forze armate sono pronte a rispondere».
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ieri commemorava il fratello Yoni, morto nel luglio 1976 durante il famoso raid di forze speciali ebraiche a Entebbe, in Uganda, per liberare degli ostaggi, ha detto: «Non permetterò mai all’Iran di avere armi nucleari. E rimarremo nella zona di sicurezza nel Libano meridionale per tutto il tempo necessario a proteggere i residenti del Nord e tutti i cittadini. A questo sacro obiettivo ho dedicato la mia vita sin dal giorno della tua caduta, Yoni». Anche il ministro della Difesa Israel Katz esclude il ritiro dal Sud del Libano, che è però quanto chiede Hezbollah per cessare il fuoco e la delegazione iraniana per continuare i negoziati. Ieri altri sette libanesi sono morti per gli attacchi aerei israeliani, mentre l’Idf conta sei militari morti da giovedì a ieri. Il governo di Beirut ha diramato ieri che, dal 2 marzo, il Libano ha sofferto 4.106 morti e 12.153 feriti. Martedì sono previsti a Washington colloqui fra delegati israeliani e libanesi su un cessate il fuoco e zone cuscinetto, ma Hezbollah, che è un partito armato indipendente dal governo, si dice scettica. L’esercito ebraico ha ieri espugnato a Majdal Zoun, vicino a Tiro, una base sotterranea di Hezbollah, con postazioni di lancio di missili, uccidendo 20 terroristi del movimento sciita. Ha proseguito inoltre la lotta nella zona di Beaufort, dove è in corso una battaglia per conquistare una rete di tunnel in cui «sono assediati almeno 30 terroristi». L’operato israeliano è però criticato da Trump, ancora lui, che non solo accusa Israele di «non saper fare nulla senza abbattere edifici», ma ipotizza perfino di istigare il presidente della Siria, Ahmed Al Sharaa, a inviare il suo esercito in Libano «per combattere Hezbollah». Il che sarebbe una grottesca ripetizione della «pax siriana» con cui nel 1990 il vecchio Hafiz Al Assad, la «volpe di Damasco», pose fine alla guerra civile libanese che durava dal 1975.



