La giunta Salis in confusione. Guerriglia sul ddl Valditara, marcia indietro sui cronisti
La giunta di Silvia Salis è sull’orlo di una crisi di nervi, travolta com’è dalle critiche per la gestione della sicurezza cittadina e della comunicazione (blindata) con i media. Ma nelle ultime ore è esploso anche il caso della «resistenza» contro il ddl Valditara che, di fatto, boccia il progetto pilota sull’educazione sessuo-affettiva introdotto in quattro asili cittadini.
«Ammettere pubblicamente di voler aggirare una legge dello Stato semplicemente cambiando il nome a un corso pur di mantenerne il contenuto ideologico è un atto di arroganza inaudita», ha protestato ieri Paola Bordilli, capogruppo della Lega in Consiglio comunale. Il punto che ha fatto esplodere la polemica è una frase pronunciata dall’assessore dem Rita Bruzzone, con delega alla Scuola. Parlando della nuova normativa introdotta dal ministro dell’Istruzione, ha spiegato come è pronta ad aggirarla: «Le cambieremo nome (all’educazione alla sessuo-affettività, ndr)», ha detto, aggiungendo che potrebbe diventare «educazione ai diritti». Parole che per il centrodestra equivalgono alla teorizzazione pubblica della violazione delle leggi. «Se le istituzioni sono le prime a voler eludere le leggi, con quale faccia chiedono il rispetto delle regole ai genovesi?», ha chiesto la Bordilli, definendo la trovata della collega «un esempio pessimo e pericoloso». La sperimentazione è partita in quattro scuole comunali dell’infanzia a gennaio, ubicate due in centro e due nell’immediato Ponente. Coinvolge circa 300 bambini e bambine tra i tre e i cinque anni. I percorsi sono dedicati al rispetto del corpo, riconoscimento delle emozioni, consenso, relazioni sane e valorizzazione delle differenze. Il progetto viene realizzato con la collaborazione dei centri antiviolenza Mascherona e Per non subire violenza, che affiancano il personale scolastico. Nel presentare l’iniziativa, il sindaco Salis aveva rivendicato apertamente la scelta politica dell’amministrazione: «Noi pensiamo che lo Stato abbia la responsabilità di educare». Bruzzone aveva, invece, precisato che «educazione sessuo-affettiva nelle scuole dell’infanzia non significa insegnare ai bambini cosa sia il sesso», ma costruire «un percorso di consapevolezza di sé e del proprio corpo». Nel frattempo, il clima cittadino si è ulteriormente avvelenato. Sui muri di alcune scuole comunali tra Sampierdarena e Lagaccio sono apparse scritte contro il progetto: «Oms fa insegnar sesso ai bimbi e voi approvate?». Un blitz attribuito ad ambienti no vax e antigender. La stessa Bruzzone ha denunciato di avere ricevuto attacchi sui social dopo il lancio della sperimentazione: «Sono stata minacciata per aver promosso con il Comune il percorso di educazione sessuale e affettiva nelle scuole». Ha, però, anche precisato di non voler fare passi indietro: «La prevenzione è e resta la nostra priorità». L’assessore, con il suo annuncio di «obiezione civile», ha rotto il clima di concordia che aveva circondato la nascita del progetto. Infatti il 12 marzo 2024 il Consiglio comunale di Genova, all’epoca a maggioranza conservatrice, aveva approvato all’unanimità una mozione della Bruzzone e del Pd intitolata «L’educazione emozionale e la cultura del rispetto come strumento strutturale di percorsi formativi dei bambini». L’atto impegnava sindaco e giunta a promuovere percorsi di educazione emozionale, coinvolgere centri antiviolenza e formatori qualificati, formare docenti e personale educativo e costruire percorsi contro la violenza di genere nelle scuole del territorio genovese.
Ma se la giunta genovese fa discutere per la gestione dell’educazione all’affettività dei bimbi, ha suscitato numerose polemiche anche l’idiosincrasia del sindaco per i giornalisti che fanno domande.
La prima cittadina è fortunata, perché a Genova i giornali locali la sostengono senza se e senza ma. Al punto da tacere del tutto pure l’ultima performance. Il Comune ha indetto per giovedì una conferenza stampa con stringenti regole di ingaggio: massimo due domande a testa su argomenti che lo staff del sindaco ha chiesto di conoscere in anticipo. La scusa è quella della completezza delle risposte, il legittimo sospetto è che dietro ci sia la volontà di evitare domande a sorpresa o indigeste. Evidentemente nel primo anniversario del suo mandato l’ex campionessa di lancio del martello vuole regalarsi uno show da prima della classe, senza inciampi o balbettii. Di fronte all’irricevibile richiesta, i quotidiani genovesi si sono limitati a far finta che non esistesse, anche perché il Comune ha gestito la conferenza stampa in stile Corea del Nord, di concerto con l’Ordine dei giornalisti. Che ha provato, di fronte alle prime polemiche, a recitare la parte del pompiere.
Ma l’incendio è divampato lo stesso.
La notizia del goffo tentativo operato da Salis & C. di controllare le domande dei giornalisti è stata data domenica da Verità, Libero e Giornale. A questo punto, ieri, anche il Corriere della sera ha dato conto dell’autogol della Salis.
Ecco allora che al Secolo XIX si è svegliato il direttore, Michele Brambilla, che ha provato, con un breve video editoriale, a criticare in modo non troppo convinto l’iniziativa della Salis: «Sono state mandate, a quanto pare, delle istruzioni ai giornalisti […] io devo dire che se tutto questo è confermato, il sindaco ha commesso un grave errore…». Peccato che tutto questo sia stato concordato, come detto, con l’Ordine dei giornalisti presieduto da un cronista del Secolo XIX. Ma evidentemente qualcuno deve avere tenuto all’oscuro il direttore, che ha scoperto il pasticcio leggendo gli altri quotidiani.
In serata è arrivato un imbarazzatissimo comunicato del Comune che in pratica si è rimangiato tutte le richieste fatte ai cronisti la scorsa settimana. Nel documento si citano «le polemiche suscitate dalle modalità organizzative della conferenza stampa» e si puntualizza che «non è stato in alcun modo chiesto ai giornalisti di fornire preventivamente le domande che intenderanno porre».
La richiesta di anticipare i temi, di fare riferimento solo a questioni che riguardano l’amministrazione della città e di porre al massimo due domande vengono giustificate con la necessità di «garantire la massima trasparenza e fornire risposte complete su tutti i temi di interesse cittadino». Anche perché l’obiettivo è quello di assicurare «al maggior numero possibile di giornalisti la facoltà di intervenire».
Dal Comune fanno sapere che «tuttavia, questo non esclude a priori la consueta disponibilità del sindaco e degli assessori a rispondere a margine anche su altri temi».
Ma se errore c’è stato, i giornalisti liguri sarebbero «complici», fanno sapere dallo staff: «Non si ritiene che le modalità organizzative adottate possano ledere in alcun modo la libertà di stampa, essendo state condivise preventivamente con l’Ordine dei giornalisti della Liguria, organo elettivo rappresentante di tutti i giornalisti della Liguria».
E pensare che la Salis, nei mesi scorsi, si era erta a paladina della libertà dei cronisti. Salvo, poi, dimostrare di essere allergica alle domande. A partire da quelle sul suo corso di studi universitario. Ma ci sarà tempo per avere le risposte anche su quello.



