Morto a 13 mesi dopo essere stato sottoposto, negli ultimi 120 giorni, ad abusi fisici, sessuali ed emotivi. Mancano aggettivi umani per definire l’orrore riservato al piccolo Preston Davey, ucciso nel luglio del 2023 da Jamie Varley, un insegnante di 37 anni, condannato ieri all’ergastolo dopo un processo durato otto settimane.
Varley e il suo compagno, John McGowan-Fazakerley, responsabile vendite di 32 anni, sono la coppia gay di Blackpool, nella contea inglese del Lancashire, che avevano adottato il piccino. Un provvedimento d’urgenza, emesso dal Consiglio comunale di Oldham, l’aveva tolto a cinque giorni dalla nascita alla sua mamma Sarah, che scontava una pena detentiva per aver torturato e ucciso a 14 anni una pensionata, e affidato a una famiglia. In seguito, il Comune aveva accolto la richiesta di adozione presentata dalla coppia omosessuale che viveva a Blackpool, città dove per anni andavano in vacanza i borghesi inglesi e che adesso registra il più alto numero di decessi per suicidio, alcolismo e tossicodipendenza.
Genitori che si rivelano orchi delle peggiori fiabe. L’autopsia ha evidenziato più di 40 lesioni nel corpo del piccolo, tra cui 30 lividi visibili e gravi lesioni interne alla gola e all’ano. Non è facile raccontare certi fatti di cronaca, soprattutto se tra le ipotesi dell’indifferenza mostrata da ospedali e assistenti sociali per i segni visibili delle sofferenze subite dal piccolo, più volte controllato, c’era la paura di essere accusati di pregiudizi nei confronti di persone omosessuali.
Il sospetto atroce l’ha formulato la nonna del bimbo, Debbie Davey: «I servizi sociali potrebbero aver esitato ad agire quando hanno visto Preston perché avrebbero potuto essere accusati di omofobia», ha detto la signora. Di fatto, il Comune di Oldham non ha licenziato né sospeso alcun assistente sociale che si era occupato del bambino.
Anche il compagno di Varley, John McGowan-Fazakerley, complice della morte di Preston, è stato condannato a 25 anni. Nessuno dei due imputati ha mostrato alcuna emozione al momento della lettura delle sentenze. Dopo che il bimbo iniziò a vivere a casa della coppia gay, fu ricoverato in ospedale tre volte: per un’emorragia nasale e una crisi epilettica, per un’eruzione cutanea e dei lividi, per una frattura al gomito sinistro. Sul suo corpicino vennero riscontrati numerosi traumi di piccole dimensioni, non accidentali e accusava insufficienza respiratoria.
Quando Varley lo trasportò d’urgenza all’ospedale Blackpool Victoria per l’ultima volta, raccontò di aver lasciato il bambino nella vasca da bagno per due o tre minuti e di averlo trovato, al suo ritorno, completamente immerso nell’acqua. Invece era asciutto, non c’era alcuna prova che avesse ingerito acqua. I medici non riuscirono a rianimarlo. Novanta minuti prima di portarlo al Pronto soccorso, tra un utilizzo di Snapchat (applicazione di messaggistica istantanea e social media) e il controllo delle email, l’uomo aveva registrato un video del bambino in condizioni critiche, che respirava a fatica e faceva «respiri agonici». L’autopsia ha escluso l’annegamento come causa di morte, rivelando le atrocità subite dal quel piccino. Un giurato non aveva retto alla visione delle prove e il processo era stato interrotto, riprendendo con un’altra giuria. Nel pronunciare la sentenza, il giudice Mark Turner ha affermato che Preston aveva subito «abusi e negligenze incessanti» prima di essere ucciso da Varley durante un’aggressione sessuale.
Si è rivolto all’uomo definendolo «assassino» e gli ha ricordato che «l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale è una sentenza di ultima istanza, da ricorrere solo nei casi di estrema gravità. Questo è un caso di estrema gravità. Dovrai rimanere in prigione per il resto della tua vita. Non potrai mai beneficiare della libertà condizionale». In attesa di finire all’Inferno, aggiungiamo noi, dove i gironi non bastano mai. Dopo la sentenza, il detective che ha condotto le indagini, l’ispettore capo Andy Fallows della polizia del Lancashire, ha dichiarato: «Fatico a immaginare l’orrore che Preston ha dovuto sopportare nella sua breve vita. McGowan-Fazakerley non ha fatto nulla per aiutare il bambino e, anzi, ha commesso a sua volta una violenza sessuale nei suoi confronti».
La mamma, Sarah Davey, oggi quarantaduenne, seduta tra il pubblico durante l’udienza finale, ha affermato che l’accompagnerà per sempre «l’inimmaginabile dolore di chiedersi» che cosa abbia passato suo figlio negli ultimi mesi di vita. Preston aveva «il sorriso più bello, uno di quelli che potevano illuminare qualsiasi stanza», ha detto. Gary Nolan, il padre biologico del bambino, si dichiara distrutto dal dolore: «Era il figlio che non ho mai conosciuto e non conoscerò mai».
Il ministro britannico per l’Infanzia, la famiglia e il benessere, Josh MacAlister, ha annunciato di aver inviato esperti indipendenti a Oldham, presso l’ospedale e l’agenzia di adozione per far luce su un caso «davvero sconvolgente, la gente lo guarderà e si sentirà male».
Il popolo inglese sarà sconvolto anche per la notizia che i giudici dell’immigrazione hanno concesso a un condannato per abusi sessuali su minori il diritto di entrare nel Regno Unito, in quanto impedirgli l’ingresso avrebbe violato i suoi diritti umani. Il pedofilo giamaicano Oniel Spence, 43 anni, incarcerato negli Stati Uniti per un reato sessuale contro una ragazza di 15 anni compiuto nel 2008, vuole raggiungere moglie e figlia, cittadini britannici, e la sua richiesta era stata bloccata dall’allora ministro dell’Interno, Yvette Cooper. L’uomo ha fatto ricorso e il giudice dell’immigrazione Jonathan Greer gli ha dato ragione. L’attuale ministro, Shabana Mahmood, ha presentato un ulteriore ricorso, ma per l’atteggiamento mostrato dai giudici dell’Appello, che hanno ordinato che il caso venga riesaminato dal tribunale di primo grado, Spence potrebbe ancora vincere la causa.



