Nella basilica di Santa Giustina a Padova le esequie del pilota e atleta paralimpico bolognese scomparso il 1°maggio, grande esempio per tutti di forza e resilienza. Le toccanti parole del figlio Niccolò, l'omaggio al feretro all'esterno della chiesa.
Alex Zanardi (Getty Images)
Alex Zanardi, sempre ironico, nel 2004 spiegò: «La disabilità mi ha fatto scoprire il carattere. Il prete fece l’estrema unzione con l’olio motore, mi piace pensare di esser già pronto».
Riportiamo di seguito un ampio estratto dell’intervista ad Alex Zanardi, morto il primo maggio scorso, condotta dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro, durante la trasmissione L’antipatico, il 21 ottobre 2004.
Lei, in tutte le interviste, si dichiara un uomo fortunato. Solo perché non è morto?
«No, perché credo che sia una questione di genetica: ho un carattere estremamente ottimista e positivo per cui mi è stato fatto questo dono e con questo riesco a fare un uso eccezionale di quanto mi è rimasto e a essere assolutamente soddisfatto della vita che continuo a vivere».
Ma lei ha anche una dose di autoironia. Il libro che ha scritto, mi pare volesse intitolarlo «Un uomo tagliato per le corse», «Ho ancora il piede sul gas», e così via. Poi ha scelto un titolo più serio. Come mai? Da cosa le viene questa ironia?
«Mah, anzitutto dal fatto che mi aiuta a vivere. Secondo, credo che sia abbastanza innata. Però la mia vita, ripeto, continua a essere caratterizzata dall’ironia un po’ perché lo voglio, un po’ perché mi aiuta».
Ma come fa a scherzare su una tragedia come la sua? Cioè su incidente così, dove lei ha perso le gambe?
«Sarebbe giusto non scherzare nel momento in cui la si considerasse una tragedia. Io non la considero assolutamente tale, anzi. Ritengo di essere la persona fortunata di un tempo, la vita non mi ha assolutamente sottratto nulla, anzi mi ha dato un’occasione per dimostrare a me stesso che ho carattere che, insomma, tutto sommato alla sera quando torno a casa e guardo la mia brutta faccia allo specchio, comunque riesco a vedere qualcosa che mi piace, credo sia il senso della vita».
L’incidente avvenne quattro giorni dopo la strage delle Twin Towers. La corsa sembrava non dover partire poi, invece, si decise di partire. Come mai?
«Beh, non è che sia stata una mia scelta. Io, anzi, credo da un punto di vista psicologico mi sono abbastanza fatto in disparte, nel senso che nella categoria nella quale correvo erano predominanti diciamo le persone di passaporto americano. Quindi credo che fosse loro diritto decidere in modo riservato».
Decisero loro, dunque?
«Esattamente, se la corsa doveva andare avanti o meno».
Ma è vero che il prete che portò l’estrema unzione utilizzò l’olio del motore dell’auto dell’incidente?
«Quello c’era disponibile... Ce n’era anche tanto fra parentesi, assieme a un altro liquido che non sta bene ricordare cosa fosse. Però sì, mi ha dato l’estrema unzione. Mi piace pensare che da quel punto di vista sono già pronto, anche se io non mi sento assolutamente pronto per lasciare questo mondo».
Quando si è risvegliato in ospedale… Ha capito?
«Beh, io sono stato tenuto in coma farmacologico, quindi forzato, per una buona settimana. Poi hanno ridotto i sedativi proprio per permettere a mia moglie di darmi questa notizia».
È stata lei a darle la notizia?
«Sì».
Come gliel’ha data? Come gliel’ha spiegato?
«In modo abbastanza diretto. Vede, è quasi impossibile, da un punto di vista medico, che io oggi sia qui a parlare con lei. Ebbene, mia moglie in quella circostanza ha pensato bene mentre io dormivo di utilizzare il tempo per ordinarmi una macchina con i comandi manuali, perché sapeva che, agendo in quel modo, mi avrebbe dato i mezzi per ricostruire la mia vita, fare quadrato attorno alle mie passioni, ai miei desideri».
Quando è tornato a camminare la gente come ha reagito, come la vedeva?
«La gente mi aiuta tantissimo perché, vede, una persona, un portatore di handicap, normalmente è una persona che ha due problemi: uno quello che si porta addosso, il secondo quello di dover costantemente rimettere a proprio agio l’interlocutore che ha davanti. Perché una persona, alla scoperta di un handicap, si allontana».
Ma si allontanano anche da lei? O si avvicinano?
«No, con me è diverso… ho avuto un’esposizione mediatica tale per cui la gente sa già che io sorrido a quello mi è successo, che sono una persona felice, che affronta le cose in un determinato modo. Per cui mi raggiunge, mi danno grosse pacche sulle spalle “Ciao Alex”. L’altro giorno ho trovato da dire con qualcuno al semaforo, questo m’ha detto “Vieni giù, se hai coraggio”. Gli ho detto “Se hai pazienza arrivo”. Mi ha riconosciuto e ci siamo messi a ridere. Quindi insomma la mia vita è più semplice grazie alla mia notorietà».
Ma qualche giorno dopo essere uscito dall’ospedale, se non sbaglio, anche sua moglie fu ricoverata. Fu una situazione un po’ difficile in quel momento.
«Sì, a Bologna diciamo che le sfighe non vengono mai da sole. Mia moglie ha subito tre operazioni di ernia al disco; dovesse fare la quarta praticamente la mettono sui libri di medicina. Comunque nel periodo dell’inizio della riabilitazione io stavo andando a casa, trovai anche l’ascensore rotto (oltre al danno, la beffa) e ricordo che, scendendo le scale, arrivò una signora simpaticissima, bolognese, che mi disse “Ma lei è Zanardi?”. Dico “Sì, sono io”. Dice: “Guardi, le devo proprio delle scuse perché quando con mio marito l’ho vista alla televisione ho detto: beh, speriamo che quel ragazzo lì muoia perché, dopo che ci han tolto le gambe, che vita è”. Ho detto “Aspetti signora guardi che tolgo un attimo la mano dal corrimano per appoggiarla in una zona tipicamente maschile...”. Poi, in realtà, si è scusata “No, ma la mia voleva essere una frase per sottolineare la sua forza”».
E quando è tornato a casa come ha reagito, come è stata la situazione?
«A casa è stato inizialmente molto difficile, devo dire, perché quando uno è all’ospedale è molto coccolato, deve pensare soltanto a se stesso, è una struttura preposta a soddisfare le tue esigenze. A casa diventa difficile».
Ha avuto momenti di sconforto?
«All’inizio un pochettino, anche perché l’unica cosa che riuscivo a fare da solo era cambiare canale con il telecomando della televisione. Però anche Daniela, mia moglie, mi ha aiutato tantissimo a non fermarmi in quel momento».
Quando è scattata la voglia di rivincita?
«Nel momento in cui vedi i pazienti che nella tua situazione hanno fatto delle cose che tu speri di poter fare un giorno. Dentro di te…».
Quali pazienti? Quale è stato il suo modello?
«Anche con problemi di natura diversa. Le faccio un esempio. Un giorno io ero a casa sul letto, sa uno di quei momenti in cui veramente ero pronto non dico a gettare la spugna, ma quasi; avevo bisogno di stare un po’ da solo per piangermi addosso. Stavo per spegnere la televisione e arrivò mio figlio che si inseguiva coi cugini, mi strappò il telecomando di mano, cambiò canale e poi si portò via il telecomando. Ebbene, di lì a poco, c’era una trasmissione sportiva, fecero un servizio su Wayne Rainey, un pilota che è rimasto paralizzato, correva nel moto mondiale e faceva questo servizio dalla California, dove ha aperto una scuola per piloti portatori di handicap su go-kart. Avevano mostrato delle immagini in cui lui correva, si sportellavano, ridevano coi suoi occhiali da sole, sotto il sole californiano. E io lì veramente mi sono sentito un verme e ho detto: ma io che diritto ho di lamentarmi? Io posso fare molto di più di quella persona volendo. Per cui queste cose, unitamente a quello che ho visto al centro di Vigorso a Bologna, dove io ho fatto la mia riabilitazione, mi hanno messo tanta benzina nel serbatoio».
Com’è il rapporto con suo figlio? È vero che quando lei tornò a casa le disse «Papà, non hai più i piedi»?
«Il mio rapporto con i bambini è bellissimo e credo che sia arrivato da loro il complimento più bello. Mio nipote mi ha fatto veramente riflettere. Un giorno avevamo trascorso una giornata bellissima, io poi quando mi “smonto”, come dico fra virgolette, e gioco a nascondino, riesco a trovare dei posti in cui difficilmente un altro essere umano riesce a infilarsi... Insomma avevamo fatto una giornata in cui veramente io ero stato il catalizzatore di tutti questi bambini. E mio nipote, andando a letto, disse al papà: “Papà, quando divento grande voglio fare due cose: voglio guidare una Ferrari e voglio essere senza gambe come lo zio Sandro”. Come se il segreto della mia simpatia fosse l’essere senza gambe. Questo è stato per me una cosa che mi commuove ancora adesso, ed è stato il complimento più bello che io abbia mai ricevuto».
Lei ha cominciato a correre sui go-kart, ma fu una decisione quasi dei suoi genitori, per metterla al riparo da qualche cosa.
«Sì, sembra assurdo ma avevo una sorella che morì in un incidente stradale e i miei genitori mi comprarono il go-kart come alternativa al motorino, o almeno tale doveva essere l’accordo. Poi in realtà mio padre era troppo buono per farmi rinunciare…».
Pensavano di toglierla dalla strada per metterla sulla pista?
«Io credo a ragione, perché noi non ci rendiamo conto di quanti rischi corriamo quotidianamente nella vita di tutti i giorni. Quindi il fatto di sapermi a sfogare determinate necessità, in pista, con il casco, con la tuta, in un ambiente molto più prevedibile.... Era un modo di base per tenermi con loro, anche il fine settimana: si andava via, in campeggio, una cosa, quell’altra...».
Come reagisce di fronte alla parola «handicappato», «invalido»?
«Ma lo sono, di fatto, che mi piaccia o no. Ci sono anche dei vantaggi, insomma: trovo sempre il parcheggio».
Lei forse, con un po’ di presunzione, una volta disse, prima che succedesse l’incidente, «Io ho tutto sotto controllo». Oggi pensa di avere tutto sotto controllo?
«La realtà è che un pilota fa il proprio lavoro consapevole del fatto che ci sono certi rischi. Però, da un punto di vista di probabilità, è molto difficile che accada proprio a lui...».
Ma la Formula Uno è più rischiosa oggi?
«No, no, era molto più rischiosa in passato. Oggi doti come il coraggio sono marginali, non sono più così importanti. Un tempo salire in macchina con i serbatoi di alluminio montati sul fianco, su cui venivano attaccate i marchi degli sponsor… quello era pericoloso, era un esercizio da uomini veri, cioè, il pilota, la classica immagine che abbiamo noi del pilota, l’uomo vero, che fuma la sigaretta, la butta, spegne il mozzicone con il piede, dice: adesso vado…».
Lei, dei i suoi colleghi di Formula Uno, non parla molto bene.
«Mah, no, non è vero. Cerco di essere realista».
Ralf Schumacher?
«Ralf è un ragazzo che io ho incontrato in un periodo della sua vita in cui probabilmente non era ancora a uno stadio completo di maturazione. Del pilota non si discute: è un gran pilota, così come il fratello. Da un punto di vista umano, non abbiamo avuto un gran rapporto, anzi. È deprimente pensare che qualcuno faccia quadrato attorno alle tue debolezze per costruire i propri punti di forza: un esercizio inutile, a mio avviso».
Ha mai pensato di lasciare del tutto il mondo delle corse?
«Sì, ma non perché ho perso le gambe. Semplicemente quando le cose non andavano come speravo, all’inizio della mia carriera, quando vedevo i miei genitori fare dei sacrifici enormi».
Quale sarà la sua prossima sfida?
«Non lo so. Ce ne sono tante. Però penso che la vita è bella sempre e bellissima quando riesci a trovare la giusta combinazione tra avvenimenti belli e brutti e anche tra quel pizzico di sorpresa di tanto in tanto che ti permette di ricevere iniezioni rapide di adrenalina».
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Alex Zanardi (Ansa)
Sopravvissuto per miracolo all’incidente in Germania, si diede all’handbike ottenendo 16 ori, tra Giochi e Mondiali. Nel 2020 lo schianto contro un camion e l’ennesima lotta.
La notizia del decesso di Alex Zanardi risuona il sabato mattina del ponte del primo maggio come affronto estremo della morte verso ogni istinto coriaceo di sopravvivenza. Quasi a dire: la signora con la falce lavora sempre, delle feste se ne frega. Ma in barba al suo lugubre stakanovismo, Zanardi può sfoderare un termine che associato a lui e solo a lui si affranca dall’abuso smielato: quella «resilienza» che fa del campione bolognese, 59 anni, una moglie, Daniela Manni, un figlio, Niccolò, nato nel 1998, un emblema di vitalismo gioioso, quasi felino, se si considera che i gatti di vite ne hanno sette.
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Lausitzring, Germania, 15 settembre 2001. La Reynard Honda di Alex Zanardi poco dopo l'incidente (Ansa)
Dall'11 al 24 settembre: L'incidente di Alex Zanardi, l'attentato anarchico a Wall Street. La morte di Giancarlo Siani, la nascita del Pentagono e la prima Maratona di New York. L'esilio di Charlie Chaplin dagli Usa, l'inizio della guerra Iran-Iraq.
11 settembre 1941 – Iniziano gli scavi per la costruzione del Pentagono, sede e quartiere generale del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d'America.
12 settembre 2006 – Papa Benedetto XVI tiene la Lezione di Ratisbona. Il discorso papale causò violente reazioni nel mondo islamico, soprattutto a causa di una citazione dell'imperatore bizantino Manuele II Paleologo critica nei confronti del profeta Maometto.
13 settembre 1970 - Prima edizione della Maratona di New York.
14 settembre 1951 – Esce nelle sale cinematografiche statunitensi il film Alice nel Paese delle Meraviglie, 13º Classico Disney tratto dal romanzo di Lewis Carroll.
15 settembre 2001 – Il pilota automobilistico Alessandro Zanardi è vittima di un terribile incidente sul circuito tedesco del Lausitzring. Zanardi perde il controllo della vettura che, dopo un testacoda, finisce in mezzo alla pista, mentre sulla stessa linea sopraggiungono ad alta velocità Patrick Carpentier e Alex Tagliani. Il primo riesce a evitare lo scontro, il secondo no. La vettura di Tagliani colpisce perpendicolarmente la vettura del pilota bolognese all'altezza del muso, dove sono alloggiate le gambe, spezzando in due la Reynard Honda. Lo schianto provoca, di fatto, l'istantanea amputazione di entrambi gli arti inferiori.
16 settembre 1920 – Un carretto carico di esplosivo viene fatto esplodere a Wall Street, tra la sede della banca Morgan & Stanley e la Borsa valori. Unico responsabile della strage è l'anarchico italiano Mario Buda. Nell'attentato troveranno la morte 33 persone, duecento il numero dei feriti.
17 settembre 1787 – A Filadelfia viene firmata la Costituzione degli Stati Uniti.
18 settembre 53 – Nasce l’imperatore Traiano, forse nella città di Italica.
19 settembre 1952 – Gli Usa vietano il rientro a Charlie Chaplin, cittadino britannico residente negli Usa, dopo un viaggio in Inghilterra.
20 settembre 1958 – In Italia entra in vigore la legge Merlin con cui vengono chiuse le case di tolleranza, con l’intento di porre fine allo sfruttamento della prostituzione.
21 settembre 1995 – Avviene il presunto miracolo indù del latte, nel quale delle statue raffiguranti la divinità induista Ganesh sembrano bere latte quando vengono avvicinati alla loro bocca dei cucchiai contenenti tale bevanda.
22 settembre 1980 – L'Iraq invade l'Iran. Inizia una sanguinosa guerra tra i due Paesi che durerà per ben 8 anni.
23 settembre 1985 – Giancarlo Siani, giornalista italiano, viene assassinato dalla Camorra a soli 26 anni.
24 settembre 1991 – Escono due degli album più influenti degli anni Novanta: Nevermind dei Nirvana e Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers.
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Pietro De Maria, fresco campione d'Europa, si racconta. Dalla disgrazia che lo rese paraplegico 23 anni fa ai tanti trionfi: «Non toglierei una sola delle lacrime che ho versato».
Gemma dorme con la guancia appoggiata al suo petto abbronzato da guerriero. Ha meno di un mese ed è già un sole che non tramonta mai per Pietro De Maria, 46 anni, due volte campione del mondo, tre volte campione d'Europa, tre record mondiali nello sci nautico, «slalom, accelerazione fino a 70 km/h perché la velocità è la mia dolce maledizione». C'è un dettaglio, la sua potenza è tutta di testa e di braccia perché le gambe non funzionano, sono un'appendice quasi inerte, simbolo di un destino problematico, di una vita a ostacoli, di una lunga traversata del deserto per arrivare fin qui a sorridere pacificato, qualche centimetro dagli occhi chiusi di sua figlia.
Davanti a noi, in una casa di Tremezzina inondata dai riverberi del lago di Como, c'è un campione felice di avere lottato e vinto, di avere trasformato il dramma in opportunità, di avere spostato le montagne col pensiero. Perché De Maria ne ha dovuti sgretolare di massi, simili a quello che lo aspettava dietro un guardrail della statale fra Albenga e Alassio una sera di agosto del 1995 per provare a rovinargli la vita. Alex Zanardi è un eroe celebrato, un testimonial della disabilità che vince sul pregiudizio; ma i tanti piccoli Zanardi nascosti nelle pieghe del dolore e della riscossa valgono ancora di più. «Gemma è nata il 28/8/2018, all'ottavo tentativo di fecondazione assistita e lì sulla sedia c'è il pettorale che avevo a Roquebrune 20 giorni fa quando ho vinto l'Europeo. Numero otto. Poi dicono che le coincidenze numeriche non hanno senso. I miei incubi cominciarono una notte di marzo di tanti anni fa. L'otto marzo».
Cosa accade in quel giorno lontano?
«Piove, siamo in quattro in auto, una Fiat Ritmo Abarth, con un programma da ragazzi spensierati: andare in pizzeria e poi al bowling di Porlezza. Si buca una gomma, sollevo la macchina senza il cric; facevo canottaggio agonistico. Ripartiamo, non stiamo andando forte, ma l'auto sbanda sul bagnato, finisce nel fossato sul ciglio della strada, si ribalta tre volte. Con noi c'è anche la mia amica del cuore, seduta dietro, avevo insistito perché venisse. Mi giro e non la vedo più, sbalzata fuori. Morì, si chiamava Sara come la mia futura moglie. Non guidavo io, ma non me lo sono mai perdonato».
Quando la vita presenta il conto a 19 anni è un terremoto.
«Leggo la compassione negli occhi di tutti, non riesco a superare lo shock, lo metto solo da parte. Mi diplomo in ragioneria, suono il corno nella banda del paese, aiuto i miei genitori nel panificio di famiglia. Poi lo Stato chiama: un anno di militare in Marina, altri due nella Guardia di finanza, motorista navale di stanza a Savona. Un periodo appagante in cui tutto ruotava attorno allo sport».
In che senso?
«Nei momenti liberi prendo il brevetto di bagnino, di salvamento a nuoto, di sub. E poi rampichino, moto da cross, una Yamaha che è un missile. Ho sempre avuto confidenza con la velocità. Cinque giorni prima dell'incidente che mi toglierà l'uso delle gambe, davanti all'orizzonte al tramonto, faccio l'inventario. Penso a Sara e dico a me stesso: tutto questo non me lo merito».
Arriva il giorno del giudizio.
«Ero di servizio alla cerimonia del Cristo del Mare a Bergeggi. Alla fine prendo la moto e su quel tratto maledetto fra Albenga e Alassio, vicino a una cava di ghiaia dove c'erano stati altri incidenti, un'auto mi taglia la strada. Per evitarla vado dritto, oltre il guardrail ho un incontro ravvicinato con un masso. Rottura delle costole, della scapola, dello sterno, cassa toracica schiacciata, trauma cranico, due giorni in coma. Paraplegia da politraumatismo. Quando avvisano i miei, i carabinieri dicono: non affrettatevi, potrebbe essere già morto».
E invece no, c'è qualcuno lassù che la prende per i boccoli.
«Quando mi sveglio dal coma non ricordo niente. Vedo il viso di mia mamma Agostina e le faccio una sola domanda: ero da solo? Lei risponde sì e io sussurro: meno male. Avevo ancora il senso di colpa».
Quando le annunciano che non potrà camminare?
«Te ne accorgi da solo. Non sento nulla, non avverto più la presenza del braccio sinistro e delle gambe. Capisco subito di essere nella cacca. Chi veniva a trovarmi piangeva o sveniva ed ero io a dover raccontare le barzellette agli altri per tenerli su di morale».
Il momento più difficile?
«Qualche tempo prima, partendo per Sabaudia in moto, avevo detto a mia madre che mi faceva le raccomandazioni sulla velocità: non preoccuparti, se faccio un incidente mi sparo. I miei vanno a cercare la pistola d'ordinanza e la trovano al suo posto. Mai pensato neanche per un attimo di cavarmela così. Dovevo ricominciare da sottozero, l'avrei fatto».
Da dove arrivava la forza interiore?
«Dall'abitudine alla fatica. Mio fratello e io ci alzavamo alle due di notte per dare una mano nel forno e alle otto andavamo a scuola. Mai avuto paura di rimboccarmi le maniche. Ho fatto in quattro mesi d'ospedale la rieducazione che si solito si completa in un anno, ero l'orgoglio della fisioterapista. Per favore continuiamo a parlare in giardino, voglio fare dieci minuti di parallele».
Perché proprio adesso?
«Perché chi è condannato a guardare il mondo da un metro e venti centimetri su una carrozzina, ogni tanto sente il bisogno di guardarlo da uno e settanta. Questione di autostima».
Cosa significa ripartire da sottozero?
«Significa fare i conti con una nuova condizione. Il disagio che la paraplegia crea negli altri mi dava fastidio. Avvertivo tenerezza nelle parole, ma ipocrisia negli occhi; forse avrei fatto meno fatica a ripartire dall'estero. È inevitabile, per gli amici c'è un prima e un dopo. Gli stessi che il giorno prima piangevano, il giorno dopo mettevano l'auto nel parcheggio disabili destinato a me. E io chiamavo i carabinieri. Una guerra».
La svolta è nello sport e in un'altra Sara, biologa.
«Sono ripartito dallo sci alpino, un guscio in fibra di vetro con le stampelle che finiscono con piccoli sci. Anche qui per il fascino della velocità. E un giorno sul bordo di una piscina ho incontrato la donna della mia vita. Ci siamo lasciati e ritrovati più volte, con lei tutto è magia. Ma nel 1998 ci fu un altro colpo di scena».
Quale?
«L'università, un'interfacoltà di agraria e farmacia alla Statale di Milano: tecniche erboristiche. Coda cavallina, salvia, rosmarino: era come fare gli esami su me stesso, mi curavo come un secolo fa. Una vita senza farmaci, non ho più visto un ospedale. Mi cambiò l'esistenza, tranne che per le barriere architettoniche. Arrivai in Statale e mi caddero le braccia».
Cosa vide?
«I corsi si tenevano in una sede staccata, in un'aula in cima a una scala senza ascensore. Protestai, i docenti mi risposero candidi: ma lo va a dire lei agli altri che le lezioni non partono per colpa sua? Per colpa mia. Alla fine del braccio di ferro trovarono un'aula al pianterreno».
Comincia la risalita. Dove ha trovato la forza di volontà?
«Sta dentro di te, talvolta ben nascosta. Ma da solo non ce l'avrei fatta. Sono stato in Brasile da João de Deus, un guaritore che ha creato un ospedale spirituale di meditazione e preghiera. In un periodo di crisi sono andato in India da Sai Baba e ho visto persone vivere in povertà assoluta, magari senza gambe, che si muovevano su una tavola di legno con le rotelle sotto. Lamentarmi per la mia condizione sarebbe stato folle. Infatti quando sono tornato ho fatto 18 esami in 12 mesi e mi sono laureato».
Poi lo sci nautico, la lunga stagione da campione.
«Cominciai per mantenere in forma i muscoli, è meno costoso dello sci. Un ragazzo paraplegico, durante un evento benefico a Cattolica con il comico Paolo Cevoli, dal palco mi presentò come un “amico sfigato". Mi ha fatto male. E io, che volevo solo essere un turista dello sci nautico, da quell'istante sono diventato l'assassino dello sci nautico».
Cosa rappresenta Gemma per voi?
«Dire l'arrivo in porto, la vittoria più bella, è ancora troppo poco. Dopo i due incidenti per me la razionalità era tutto, esisteva solo l'oggi, emotività zero. Lei mi ha restituito la dolcezza, mi ha fatto capire che la traversata del deserto è finita. Voglio guarire, tornare a camminare. Ma il mio vivere quotidiano è già in armonia col mondo».
Gli incidenti, i drammi. Poi le vittorie nello sport e nella vita. Tutto questo ha un senso?
«Ventitré anni dopo non toglierei neppure una delle lacrime che ho versato. È la mia, è la nostra vita, e sono orgoglioso di viverla ogni giorno. Oggi sento il cambio di temperatura nelle gambe in piscina, ho di nuovo un obiettivo. E so che Gemma può darmi la forza per raggiungerlo».
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