- Abu Rawwa è accusato di finanziare da qui i guerriglieri: legami certificati da foto e filmati. Ma i giudici l’hanno rimesso in libertà.
- Il direttore del Servizio Antiterrorismo esterno Riccardo Perisi: «La Cassazione ha congelato l’arresto? Rimango ottimista. I soldi per le case del gruppo arrivati da Turchia e Giordania. Contatti con la cellula armata fermata a Berlino».
Lo speciale contiene due articoli.
Per la Corte di Cassazione, l’amico dei tagliagole di Hamas, Mohammad Hannoun, non è un terrorista o, per lo meno, non ci sarebbero elementi sufficienti per trattenerlo in prigione, dove è recluso dal 27 dicembre insieme ad altri tre sodali. Adesso un altro collegio del Tribunale del Riesame di Genova dovrà esprimersi nuovamente sul punto.
Intanto Hannoun resta in cella. È, invece, stato scarcerato già a gennaio il cinquantaduenne marocchino Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa che, al momento, è accusato di concorso esterno nell’associazione terroristica sospettata di finanziare Hamas dall’Italia. Noi ci siamo subito interessati alla sua storia, avendo scoperto che aveva intestati decine di immobili tra le province di Reggio Emilia e Modena, probabilmente acquistati con i soldi di Hamas.
Ma, sfogliando l’informativa firmata dagli investigatori della Polizia e della Guardia di finanza e depositata presso il Tribunale del Riesame di Genova, viene da chiedersi come sia possibile che un simile soggetto si trovi ancora sul territorio italiano. Infatti nel computer dell’indagato è stato rinvenuto un hard disk esterno con 140 foto e 35 video (in parte rinvenuti anche nei pc dell’associazione di Hannoun) relativi a un viaggio dell’uomo e di altri coindagati a Gaza, un vero e proprio pellegrinaggio nei luoghi del terrore avvenuto probabilmente nel 2013.
Per esempio, in due scatti, Abu Rawwa è immortalato nei tunnel scavati sotto la città di Gaza, quelli controllati da Hamas. Cunicoli segreti che possono essere percorsi solo da selezionati visitatori. In un filmato risalente al maggio di 13 anni fa il sospettato dice di trovarsi in prossimità di Rafah, ma che gli sarebbe stato impedito l’ingresso. Salvo poi correggersi e spiegare che l’accesso gli sarebbe stato presto garantito dai «fratelli».
E a confermare i rapporti di alto livello di Abu Rawwa ci pensano altre immagini, quelle, per esempio, con l’ex capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso dagli israeliani due anni fa. In questo video compare pure Hannoun. Una voce fuoricampo dice: «Sceicco […] la nostra gente in Europa e in Italia ti porta i suoi saluti». Haniyeh risponde: «Li ringrazio per il loro impegno e per i loro sacrifici (letteralmente dice jihad, ndr) e per il loro supporto costante alla Palestina e a Gaza! Che Allah vi benedica tutti». Nel gennaio 2013 Abu Rawwa era già stato a Gaza insieme con altri coindagati, come il famoso Ryad Albustanji, noto per una sua foto con un lanciarazzi appoggiato sulla spalla. In un’immagine del 7 gennaio Abu Rawwa posa accanto all’auto distrutta di Ahmad Al Jabari, vicecomandante delle Brigate Al Qassam, ucciso durante un raid aereo israeliano nel novembre del 2012. La foto della targa commemorativa è stata trovata nel server dell’associazione di Hannoun.
L’8 gennaio del 2013 il cittadino marocchino posa in mezzo a cumuli di macerie imbracciando un Ak47, lo storico fucile d’assalto di fabbricazione sovietica. Lo stesso giorno, Abu Rawwa si fa immortalare davanti all’abitazione dello sceicco Ahmed Yassin, fondatore di Hamas, e di fronte «a una sedia esposta a mo’ di reliquia». Infine, sempre davanti a un edificio bombardato, l’uomo appare al fianco di Salem Al Fallahat (con la ghutra rossa), «supervisore generale dei Fratelli musulmani in Giordania».
L’annotazione degli investigatori contiene anche uno scatto di gruppo, in cui Abu Rawwa e Hannoun sono ritratti insieme con il «vertice di Hamas Mousa Abu Marzook».
Ma queste frequentazioni e il ruolo di finanziatore di Hamas, per i giudici italiani, non sono elementi sufficienti a trattenere in carcere un indagato.
«Mattone, denaro e rete europea. Controlliamo Hannoun da 20 anni»

Riccardo Perisi
Classe 1964, è nato a Genova, dove ha casa nei caruggi. Riccardo Perisi ha iniziato la carriera in Polizia nel 1994 proprio nella sua città, con la qualifica di viceispettore, e per diversi anni ha fatto parte della locale Squadra mobile, sezione antidroga. Nel 2001, dopo avere attraversato indenne i giorni terribili del G8 (dove era responsabile della sala operativa), è entrato nella Divisione investigazioni generali e operazioni speciali, la Digos, l’ufficio «politico» della Questura. E da allora, sino al 2024, non si è più spostato. Nel 2022 ha ottenuto uno dei successi più significativi: la Digos da lui diretta ha sbaragliato il cosiddetto gruppo Gabar, una cellula di pachistani ossessionati dalla blasfemia (un’offesa da punire con la morte) e composta da gente che aveva preso parte anche a gravi attentati, per esempio in Francia.
Alla fine, 13 persone sono state condannate in via definitiva. Una vittoria che, nel 2024, ha portato alla promozione per «meriti straordinari» di Perisi (che scherzosamente parla di «premio alla carriera») e al suo nuovo incarico: direttore del Servizio per il contrasto all’estremismo e al terrorismo esterno.
In vista del 174° anniversario della Polizia (guidata dal prefetto Vittorio Pisani) e della festa che inizia oggi a Roma e durerà sino al 12 aprile, sono stati diffusi alcuni dati interessanti. Nel 2025 sono stati arrestati «25 estremisti contigui al terrorismo di matrice jihadista» e «12 persone riconducibili a formazioni terroristiche di matrice etno-separatista (per esempio curdi del Pkk, ndr) e islamo-nazionalisti». Altri 37 stranieri, ritenuti pericolosi per la sicurezza dello Stato, sono stati espulsi.
Perisi, a Genova, si è occupato più volte anche delle indagini su Mohammad Hannoun, l’architetto giordano raggiunto a dicembre insieme con altre otto persone da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con la pesante accusa di terrorismo. Ma mercoledì la Cassazione ha annullato la conferma del provvedimento da parte del Tribunale del Riesame e ha chiesto una nuova valutazione da parte di un altro collegio.
«Ho letto» commenta Perisi con La Verità. «Sono abituato a essere distaccato e oggettivo, in questi casi. Non si tratta di una frase di circostanza: dobbiamo necessariamente attendere le motivazioni assunte dalla Corte Suprema, per capire quale sia il vulnus rilevato nella costruzione indiziaria che, non dimentichiamolo, oltre a essere stata fatta propria dalla Procura di Genova, ha anche superato il vaglio di ben due giudici, il gip prima e il Riesame dopo. Una volta lette le motivazioni, vedremo come supportare i pm in vista del nuovo Riesame. Resto tuttora convinto della bontà, della scrupolosità dell’indagine svolta e dell’onestà intellettuale adoperata dagli investigatori. Voglio quindi mantenere un, pur cauto, ottimismo sulla prosecuzione della vicenda giudiziaria».
Lei Hannoun lo conosce bene…
«Questo signore è un “cliente” della Digos dai primi anni 2000. Le precedenti indagini sono state archiviate non per questioni di merito. Per esempio, quando era in valutazione una misura cautelare, i nostri sforzi furono vanificati da un’improvvida fuga di notizie. Hannoun organizzò una conferenza stampa in Tribunale in cui spiegò di essere disponibile a chiarire tutto e, per questo, il gip ritenne che non ci fosse più l’esigenza di arrestarlo. Nel frattempo, il Movimento di resistenza islamica, Hamas, era andato pure al governo nella Striscia di Gaza e quindi l’accusa di terrorismo era diventata più evanescente. Successivamente l’organizzazione è entrata nella lista nera di diversi Paesi e anche dell’Unione europea e l’inchiesta è potuta ripartire».
Proprio a ridosso del pogrom del 7 ottobre 2023…
«Tre anni fa la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo segnalò, con un cosiddetto atto di impulso, alla Procura di Genova un incremento di segnalazioni di operazioni sospette su Hannoun e la sua creatura, l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp, ndr). Il procuratore Nicola Piacente diede una delega a Polizia e Guardia di finanza per lo svolgimento di un’attività preventiva che è diventata una concreta indagine penale subito dopo il 7 ottobre. Abbiamo svolto attività tecniche invasive, anche sotto copertura, violando i server delle organizzazioni sotto inchiesta come veri e propri hacker, e abbiamo scaricato migliaia di file, 3-4 tera di materiale».
Nell’inchiesta è emerso come gli indagati avessero una grande disponibilità di immobili. In particolare il marocchino Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa aveva intestate 73 proprietà.
«In effetti quell’ingente tesoretto fatto di case, capannoni, fondi ci ha immediatamente insospettito e abbiamo cercato di capire quali risorse fossero state utilizzate per acquistare tali proprietà e abbiamo capito, grazie al lavoro del Nucleo di polizia valutaria e del Gico della Guardia di finanza, che il denaro utilizzato dall’indagato arrivava per il tramite di istituti bancari turchi o giordani».
Secondo voi si trattava di fondi di Hamas?
«La nostra ipotesi investigativa, che ovviamente dovrà essere recepita dalla Procura e vagliata successivamente da un giudice, è che si trattasse di investimenti che dovevano consentire di mettere in sicurezza riserve di cash in un Paese occidentale, in modo apparentemente legittimo, assicurando anche ricavi».
Dunque pure Hamas accantona i risparmi attraverso i beni rifugio?
«Evidentemente sì. Il mattone funziona a tutte le latitudini, in particolare in zone non di guerra».
Durante le indagini avete raccolto qualche conferma dei rapporti economici tra la presunta cellula italiana e la casa madre di Hamas? Hannoun sostiene che i soldi della sua associazione andassero alle famiglie palestinesi, non ai terroristi…
«Nei server di Genova e Milano abbiamo trovato i ringraziamenti delle Brigate Al Qassam ai loro finanziatori “italiani” e alcune di queste comunicazioni sono state rinvenute anche nei tunnel sotto Gaza, quelli controllati da Hamas».
Quindi l’inchiesta non si basa solo su materiale informativo anonimo di origine israeliana…
«In realtà in questa prima fase cautelare la documentazione proveniente da Gerusalemme non è stata utilizzata per consolidare il quadro probatorio, ma posso dirle che, al contrario di quanto affermato da alcuni media e attivisti, non è vero che la provenienza non sia certificata. La trasmissione ha rispettato tutte le procedure previste dalla convenzione europea sull’assistenza giudiziaria in materia penale. In ogni caso, nelle successive fasi processuali verrà ulteriormente valutata l’utilizzabilità di tale materiale…».
Tra ottobre e novembre sono stati arrestati a Berlino tre presunti terroristi di Hamas ed è stato scovato a Vienna un arsenale di armi collegato a questi estremisti. Pistole e caricatori sarebbero stati spostati in vista di un possibile attentato. A quanto risulta alla Verità nei telefoni degli aspiranti jihadisti sarebbero stati trovati i numeri telefonici di soggetti coinvolti nella vostra inchiesta, Hannoun compreso…
«Visto che non è più un segreto glielo confermo, ma dobbiamo approfondire la natura dei rapporti tra i “tedeschi” e gli “italiani”. Certo, ci ha colpito la circostanza che avessero sui loro device i riferimenti di più soggetti che sono finiti a diverso titolo nelle nostre investigazioni».
La scoperta di questa cellula berlinese lascia immaginare che le scosse medio-orientali si stiano propagando sino all’Europa…
«In effetti il tentativo di risoluzione del conflitto in atto nella Striscia può far sì che il baricentro di operazioni terroristiche si sposti nel mondo occidentale. Agli arresti avvenuti in Germania si può dare questa lettura e, in Europa, le azioni dirette contro simboli dell’ebraismo si stanno moltiplicando».
Ma le relazioni pericolose tra l’Italia e la Palestina coinvolgono solo Hannoun e i membri della sua Abspp?
«In Italia esiste l’Associazione dei palestinesi, un movimento che ha in Hannoun il suo fundraiser. Ma l’Api non è solo lui. Per esempio ha anche una struttura giovanile, forte a Milano, Roma e Napoli e che è presente nelle manifestazioni di piazza. L’attività di proselitismo è svolta soprattutto da loro…».
Vi preoccupano questi giovani militanti?
«Un po’ sì. Gli incidenti di piazza sono la spia della loro radicalità e non possiamo escludere derive violente anche al di fuori delle manifestazioni pubbliche…».
Avete evidenza di rischi terroristici?
«Stiamo monitorando alcuni soggetti che qualche preoccupazione la destano, anche per l’accortezza con cui organizzano i loro summit».
A Liegi, Amsterdam, Rotterdam, Stoccolma, Copenaghen, ma anche in Grecia, sono stati arrestati ragazzi che non hanno origini palestinesi…
«Vero. Negli ultimi anni abbiamo notato che molte di queste azioni vengono affidate a soggetti che non hanno legami con quell’area, ma che gravitano nel mondo della piccola criminalità e spesso fanno parte di bande giovanili e che vengono utilizzati come “service” da committenti “politici” per azioni violente».
È il caso dei cosiddetti proxy iraniani?
«Il sostegno fornito dall’Iran alla causa palestinese è sotto gli occhi di tutti».
Perché si chiamano proxy?
«Il termine è mutuato dal linguaggio informatico e fa riferimento all’interposizione tra il mandante e i suoi bersagli di soggetti che non abbiano nessuna riconducibilità agli ideatori degli attentati».
È un fenomeno che crea apprensione?
«Certamente sì, visto che è molto complicato intercettare la fase progettuale: gli operativi vengono selezionati in modo quasi casuale e spesso sono ingaggiati attraverso piattaforme come Snapchat difficilmente monitorabili…».
Come si incontrano domanda e offerta su questi social?
«Algoritmi e Intelligenza artificiale fanno miracoli. Consentono ai mandanti di selezionare teppisti affascinati dalla violenza e dal denaro. Queste persone, per lo più giovani e fuori dal circuito dell’estremismo islamico, vengono contattate e gli viene prospettato un facile guadagno. Quindi vengono forniti i dettagli operativi, come per esempio l’indicazione su dove reperire il materiale necessario per realizzare l’attentato…».
Quanto costa ingaggiare questi «terroristi» improvvisati e qual è il loro identikit?
«Per un attacco incendiario, poi sventato, a una filiale della Banca d’America di Parigi, un minorenne di origini senegalesi ha ricevuto 500 euro attraverso Snapchat. Spesso si tratta di adolescenti, di età compresa tra i 16 e i 17 anni, e, come detto, non hanno necessariamente origini medio-orientali, una precisa formazione ideologica o precedenti specifici. Fungono da serbatoio di manovalanza bande criminali giovanili come i Foxtrot svedesi o i danesi di Loyal to familia, specializzate nello spaccio. Uno dei leader, lo “svedese” Rawa Majid, detto “la volpe curda”, è stato sanzionato dagli Usa con l’accusa di avere organizzato attacchi per conto dell’Iran. Faceva parte degli stessi circuiti Ismail “Fragola” Abdo (lui e Majid erano soprannominati dai giornali “i gangster svedesi”, ndr), criminale comune e all’occorrenza braccio operativo di atti terroristici pensati da altri. Pare che sia morto poche settimane fa durante un bombardamento in Iran».
Questi «service» sono composti solo da ragazzini?
«Nient’affatto. Il 18 marzo 2024 due uomini più maturi, un colombiano e un franco-tunisino, con il supporto di una donna olandese, compagna del marocchino Sami Bekal Bounouare, la mente della banda, successivamente rifugiato in Iran, hanno ferito a Crotone un presunto mafioso turco, Baris Boyun, in un classico caso di regolamento di conti della criminalità organizzata. Ma gli stessi soggetti sono stati successivamente arrestati per il tentato omicidio del dissidente iraniano Siamak Tadayon Tahmasbi, avvenuto 6 giugno 2024 ad Haarlem, nei Paesi Bassi. Nel novembre del 2023 avevano colpito a Madrid il politico Alejo Vidal-Quadras Roca (ex vicepresidente del Parlamento europeo) per la sua vicinanza a movimenti della dissidenza iraniana».
Queste bande vengono usate solo dagli estremisti islamici?
«La matrice non è unica e anche altre entità statuali utilizzano questi canali, anche perché tale strategia consente di schermare il committente delle attività criminali. Abbiamo accertato che lo stesso veicolo viene abitualmente sfruttato per la cosiddetta transnational repression».
Di che cosa si tratta?
«È l’attività che alcuni Paesi svolgono fuori dai loro confini per reprimere il dissenso».
Sta parlando della Cina? Un anno fa hacker del Dragone hanno diffuso in Rete i dati personali di 2.500 poliziotti, quasi tutti appartenenti alle Digos…
«Evidentemente nel loro immaginario siamo i nemici. Recentemente abbiamo sviluppato un’attività investigativa con la Digos di Torino che ha accertato tutta una serie di condotte vessatorie nei confronti di un oppositore del regime, il professor Li Ying (molto seguito sui social è un vero incubo per Pechino, ndr), il quale ha subito intimidazioni e diffamazioni. I suoi persecutori hanno provato a localizzare la sua residenza sul territorio italiano per tentare di bloccare le sue campagne antigovernative e, nell’ipotesi peggiore, per cercare di costringerlo a rientrare in patria, dove il suo destino non sarebbe certamente fausto».
Le vostre indagini quali effetti hanno avuto?
«I risultati del nostro lavoro sono confluiti nel procedimento amministrativo che ha portato all’espulsione di otto cittadini cinesi protagonisti a diverso titolo di queste attività. Alcuni di loro avevano fatto parte delle cosiddette stazioni d’Oltremare, i commissariati clandestini che rispondono a Pechino e operano all’interno delle comunità cinesi sparse per il globo. Almeno un paio di loro erano stati sospettati di far parte di questa polizia parallela. Ma, come succede con i proxy, alcuni degli espulsi erano apparentemente scollegati da tali strutture. Nella caccia a Li erano stati coinvolti, come risulta dalle intercettazioni, anche investigatori privati italiani, a cui sono stati conferiti incarichi con motivazioni legittime come la ricerca di un debitore».
Non abbiamo parlato di Al Qaeda e Isis…
«Con loro non bisogna mai abbassare la guardia, ma, a quanto ci risulta, lo Stato islamico, per dirla con il linguaggio degli anni Settanta, ha avviato una sorta di ritirata strategica. È molto più operativo l’Iskp, una costola dell’Isis attiva tra Cecenia e Afghanistan. Quando uno dei suoi membri passa dall’Italia scattano, come è ovvio, tutti gli alert possibili e, a riprova di questo, nell’ultimo anno abbiamo eseguito alcuni mandati di arresto internazionale che riguardavano sospetti appartenenti a questa organizzazione».



