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«Ma che, siamo in un film di Nanni Moretti, eh? Siamo in un film di Nanni Moretti?!?». Che delizia, nel film Nessuno mi può giudicare (2011), la parodia che Rocco Papaleo fa del migliore Nanni della nostra vita, citando la celebre sequenza di Ecce bombo (1978) in cui il regista romano si avventava sull’avventore di un bar urlandogli: «Ma che, siamo in un film di Alberto Sordi?».
Mi è tornata in mente - la pochade nella pochade - davanti al (preteso) scandalo che si è consumato su quel pulmino diretto a Bisceglie, in cui viaggiavano i finalisti dell’edizione 2026 del premio Strega, vicenda su cui si è già intrattenuto ieri su queste pagine Francesco Borgonovo.
E che vede una dialettica molto accesa tutta interna all’universo progressista, tra uomini - patriarchi? - che invitano a non dare rilievo al pissipissi privato, e donne - neo o post-femministe? - che replicano: manco per niente, è una violenza inaudita, altro che «Mari un martire della libertà di espressione», come ha tuonato ieri un’appassionata Simonetta Sciandivasci su La Stampa, con incipit fulminante: «Stregacidio, giorno 3» (ussignur).
Con annessa preghiera di Maria Grazia Calandrone, finalista allo Strega 2023: «Non è il momento di litigare», appello rivolto a «chiunque faccia parte del mondo intellettuale, specie se di sinistra» (per poi aggiungere, testualmente: «Ignoro in effetti se ce ne sia uno di destra». E poi a sinistra si sorprendono se li si accusa di essere animati da pregiudizi, presunzione e arroganza).
«L’affaire Mari» è scandito da tre momenti.
Il primo, la messa al rogo di Michele Mari, «trasfigurato in un perfetto interprete del “meschino” maschilismo, va da sé, senile», come lo ha fotografato - con una lettera a Dagospia - lo scrittore Fulvio Abbate, demiurgo del concetto di «amichettismo» de sinistra, e questo nonostante il medesimo Mari abbia assicurato di non aver mai detto quanto attribuitogli, e cioè di ritenere Michela Murgia «una donna intransigente e violenta, perché era brutta e per questo motivo sfogava così la sua rabbia».
Parole che avrebbero provocato l’intervento di un’altra finalista, Teresa Ciabatti.
Il secondo, l’entrata in campo dell’«intera rubrica telefonica amichettistica della Confraternita della Beata Michela».
Che si è «mobilitata, tra “figli d’anima”, femministe devote alla schwa, narratrici pronte a citare frasi degne dei Baci Perugina di Fleur Jaeggy (scrittrice vedova dell’adelphiano editore Roberto Calasso, nda) e ancora, non ultimo, l’editore Feltrinelli, interessato ad abbattere il “cavallo” dato per sicuro vincente, a favore del suo concorrente, Matteo Nucci, autore presente con il romanzo Platone», ha continuato Abbate, che ha fatto pure coming out: «Si sappia che il sottoscritto ha votato I convitati di pietra, il romanzo di Mari, pubblicato da Einaudi, ritenendo il suo autore tra i maggiori narratori viventi» (per par condicio, ricordo che nel 2017 lo stesso Abbate aveva dichiarato di aver votato per Ciabatti e il suo La più amata, editore Mondadori).
Il terzo, con uno stuolo di interventi - a opera di giornalisti, scrittori, opinionisti maschi - il cui senso era riassumibile nel grido di dolore di Michele Serra: «Ma così, scusate, non si può più andare avanti».
Perché di questo passo «non si può più dire niente»?
No.
Il «basta» è alla pretesa che non ci siano «sporcature» nell’aulico Pantheon dei letterati, «laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso»: «Perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Non fa una grinza.
Se non fosse per un marginale, quanto fastidioso sospetto.
Se le presunte opinioni offensive espresse da Mari le avesse «sparate» uno scrittore estraneo al circoletto degli «Amici della domenica», quelli della fondatrice del premio Strega Maria Bellonci ma pure di Walter Veltroni, nume tutelare degli artisti engagé, «allineati e coperti», cosa sarebbe accaduto?
Per andare giù piatti: se quella sentenza «sessista» l’avesse pronunciata un irregolare fuori dagli schemi, dalle confraternite e dalle conventicole, anarchico o, Dio non voglia, dichiaratamente «di destra», cultore di, che so, Ezra Pound, Louis-Ferdinand Céline e Charles Bukowski con il suo famoso «realismo sporco», il «soccorso rosso» sarebbe ugualmente scattato?
Il dubbio mi è sorto leggendo l’esortazione formulata ieri dalle colonne di Repubblica da Corrado Augias: «Saper distinguere l’opera e l’autore» (anche lui quindi facente inconsapevolmente parte della categoria dei «compagni della mozione: vale il romanzo, non il romanziere», irrisi da Sciandivasci).
Argomento non inedito, trattato ad esempio da Claire Dederer nel suo Mostri - Distinguere o non distinguere le vite dallo opere: il tormento dei fan (il Post - Iperborea, 2023).
Augias, per dare forza alla sua tesi, evoca invece Umberto Eco e Marcel Proust.
Dimenticando - ma qui è il Franti che è in me a parlare - le polemiche in cui è finito lui medesimo, per il sospetto che in almeno un suo scritto non si riuscisse a distinguere non tanto l’autore dall’opera, bensì dell’opera (nel 2009 ci fu la querelle sul volume Disputa su Dio e dintorni, scritto con il teologo Vito Mancuso, in cui le conclusioni di Augias ricalcavano quasi alla lettera quelle di Edward Osborne Wilson nel suo saggio La Creazione. Augias non fece un plissé: «Mi sono avvalso di numerose testimonianze, dalla Confessioni di Sant'Agostino a Internet, citando la fonte ogni volta che è stato possibile». Mancuso fu invece più tranchant: «Sono amareggiato, completamente sbalordito, non capisco come sia potuta accadere una cosa del genere»).
Conclusione odierna di Augias: niente caccia alle streghe, basata per di più sull’«eventuale chiacchiericcio rubato in un pulmino».
Niente affatto, lo aveva anticipato Donatella Di Pietrantonio, vincitrice dello Strega 2024, sul quotidiano Il Centro: «Se vere, sono frasi gravissime. Non sono garantista al punto da pensare che quello del van, che portava insieme tutte quelle persone, fosse da considerare come un luogo “privato”».
Di più: «Chi parla di conversazione privata mi sembra che finisca per sfruttare la stessa argomentazione usata a difesa dei partecipanti alle chat sessiste degli autisti Atm» (a difesa della cui privacy è peraltro intervenuto il Garante).
Giusto.
Ma perché, a questo punto, non far concorrere anche loro?
Anzi: in nome dell’interclassismo, se la loro è la stessa prosa di Mari, perché non premiare - con una clamorosa iniziativa situazionista - direttamente i tranvieri meneghini?
È durata poco la seduta dell’udienza preliminare nell’inchiesta su presunte irregolarità fiscali maturate sulla residenza di Marella Caracciolo, vedova di Gianni Agnelli che si è svolta ieri a Torino.
A sparigliare i giochi nel procedimento che vede a rischio di processo John Elkann, il commercialista di famiglia Gianluca Ferrero e, per un episodio diverso, il notaio Remo Morone, è stata la richiesta della figlia dell’Avvocato (e madre di Elkann), Margherita Agnelli, di costituirsi parte civile, con una richiesta di danni morali per 1,3 milioni di euro.
L’udienza è stata aggiornata a settembre per dare modo alle difese di esprimere un parere. Il processo vede imputati il presidente di Stellantis e Ferrero con le pesanti accuse di dichiarazione fraudolenta mediante artifici (in relazione alle dichiarazioni fiscali di Marella Caracciolo) e truffa aggravata ai danni dello Stato per la residenza della vedova dell’Avvocato, che secondo l’accusa sarebbe stata fittiziamente stabilita in Svizzera anziché in Italia.
In origine le due ipotesi di reato erano oggetto di due procedimenti separati e in uno dei due Elkann, anche in virtù del versamento di 183 milioni di euro all’Erario, aveva chiesto di accedere alla messa alla prova, mentre Ferrero aveva chiesto di patteggiare una pena pecuniaria, ma il gup aveva dato parere negativo e ordinato l’imputazione coatta.
«Margherita Agnelli ha depositato il proprio atto di costituzione di parte civile anche nei confronti di John Elkann per il danno morale e di immagine in quanto è stata vittima di un articolato piano fraudolento ai suoi danni, oltreché degli interessi pubblici volti a escluderla dalla successione dei suoi genitori nonché dalla titolarità di partecipazioni rilevanti e/o di controllo della società Dicembre, la cassaforte di famiglia» che controlla le varie società della galassia Agnelli-Elkann, ha dichiarato il team legale della figlia dell’Avvocato.
La risposta di uno dei difensori del presidente di Stellantis, Paolo Siniscalchi, lascia però presagire che sulla richiesta della donna ci sarà battaglia: «Ritengo che ci sia poco di morale» nella richiesta di costituzione di parte civile di Margherita Agnelli contro il figlio John. Siniscalchi ha anche ricordato che «Margherita è diventata miliardaria ed è scappata dal gruppo che aveva guidato suo padre».
«Per quanto riguarda poi il tema della Dicembre», hanno poi aggiunto i legali dell’imputato, «visto che è stato accennato nella richiesta di Costituzione di Parte civile, ricordiamo che Margherita Agnelli in sede civile è stata dichiarata priva di legittimazione, cioè non può fare delle domande perché ha perso la qualità di socia della nel 2004». «Margherita Agnelli ha sottoscritto delle transazioni che prescindevano completamente dalla composizione del patrimonio dei genitori», concludono i legali di Elkann, «ha ricevuto dalla successione dei suoi genitori degli importi enormi e rilevantissimi molto superiori a quelli ricevuti in eredità e dai suoi figli in primo letto. Questo è un dato di fatto è un dato matematico e come pure è un dato di fatto che il ruolo di John Elkann come successore del nonno è stato fortemente voluto da tutta la famiglia accettato da tutti e accettato soprattutto anche da Margherita Agnelli e quindi non sono di che cosa si possa oggi lamentare».
A quanto pare, però, i legali della donna avrebbro fatto presente al gup che la discussione intorno a Dicembre è ancora aperta in quanto è in corso un procedimento civile davanti al tribunale di Torino.
Ancora guai, ancora accuse di doping. E questa volta sarebbe la terza, nonostante le stranezze che hanno contraddistinto soprattutto la seconda, nel 2016. Alex Schwazer non ha pace e, dice lui, a 41 anni sta considerando l’ipotesi di tirare i remi in barca. O meglio di appendere al chiodo le scarpe da maratoneta. Già da lunedì i corvi volavano sopra la sua testa: un comunicato della Nada, l’Agenzia nazionale antidoping della Germania, aveva fatto intendere di voler aprire un procedimento contro l’atleta altoatesino. Schwazer sarebbe risultato positivo ai controlli sull’utilizzo di eritroproietina (l’Epo, sostanza proibita che favorisce l’ossigenazione del sangue migliorando le prestazioni aerobiche) a margine dei campionati tedeschi di maratona, da lui vinti con un tempo record, poco più di tre ore, lo scorso 27 aprile.
La Nada ha comunicato di aver trasmesso la documentazione anche alla magistratura ordinaria perché in Germania, come in Italia, il doping in una gara sportiva sotto l’egida del Cio costituisce reato. Già nel 2012 il corridore azzurro era incappato in una vicenda analoga, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra. Poi arrivò un altro episodio nel 2016, un fattaccio assai nebuloso: positività all’utilizzo di testosterone in un controllo a sorpresa che gli costò una squalifica di otto anni. Salvo poi, nel 2021, vedere archiviate le accuse a suo carico dal Gip di Bolzano per «non aver commesso il fatto». Fatto archiviato, ma squalifica confermata dalla Wada, l’agenzia mondiale antidoping, al punto che Schwazer ha considerato l’ipotesi di una manomissione ad arte delle provette di urina per farlo finire nei guai.
Nel 2025, l’azzurro è tornato a gareggiare quasi per diletto, allenandosi nei ritagli di tempo scovati tra il lavoro e i momenti con la famiglia, senza rinunciare alle velleità competitive. La sua prestazione in Germania aveva addirittura rilanciato la sua candidatura all’Europeo di Birmingham, poi sfumata. Schwazer ha spiegato la sua versione dei fatti in una conferenza stampa convocata su Zoom dalla sua manager Giulia Mancini. L’atmosfera sembrava intrisa di palese rassegnazione. «Venerdì mattina ho ricevuto una mail in cui incredibilmente si parla di una mia positività all’Epo», ha spiegato con occhi esausti. «Sono innocente, non ho assunto Epo e non ho assunto altre sostanze vietate. Allo stesso tempo dico che questa volta non mi difenderò più. Non ho più la forza e l’energia di farlo».
Poi la memoria corre indietro nel tempo: «Se ripenso a tutte le battaglie che abbiamo intrapreso con udienze, perizie, memorie, ricorsi, controricorsi, al pensiero di dover affrontare un percorso di questo tipo, io non ce la faccio più. Possono fare quello che vogliono, tanto lo farebbero comunque. Ho 41 anni, una bella famiglia e una mia vita, un lavoro che nulla ha a che fare con lo sport. Non voglio rovinare tutto». Insomma, sia fatta la volontà del Cielo, pare dire lui. Non rinunciando a un’ultima mossa: «Non mi difenderò più, l’unica cosa che chiederemo sarà una controanalisi, a patto che venga analizzato pure un campione di urina che Sandro (Donati, il suo allenatore, ndr) ha portato a casa. Non stateci male, probabilmente io nello sport non posso più starci, ma ho la coscienza a posto».
C’è tempo per qualche riflessione ulteriore: «Non so come l’Epo sia finita nella provetta, non lo voglio sapere, non siamo a dieci anni fa quando i miei giorni giravano intorno a queste domande. Altrimenti mi rovino. Sono un innocente e le altre cose non mi interessano».
Unicredit archivia il capitolo del contenzioso con il governo. Ritira il ricorso contro il Golden power che l’anno scorso ha bloccato l’offerta su Banco Bpm. La scelta segna un passo indietro evidente nella disputa legale e politica con Roma.
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.

