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2023-12-19
Riecco il tamponificio negli ospedali: test coatto anche per un raffreddore
Orazio Schillaci (Ansa)
- Il ministero reintroduce l’obbligo di screening per l’ingresso nelle strutture sanitarie, per chiunque abbia sintomi respiratori, malgrado la crescita dei ricoveri stia rallentando. Così le corsie si intaseranno di nuovo.
- Secondo stime al ribasso, i Paesi europei hanno sprecato 215 milioni di dosi, quasi una per cittadino. Ma i contratti firmati da Bruxelles prevedono acquisti fino al 2027.
Lo speciale contiene due articoli.
Riaprono i tamponifici. «Si ritiene indispensabile che le strutture sanitarie attivino e potenzino percorsi sempre più ampi di sorveglianza epidemiologica con la ricerca di tutti i microorganismi», stabilisce la nuova circolare del ministero della Salute. Vanno fatti test diagnostici ai pazienti con sintomi respiratori, che devono entrare nelle strutture sanitarie per una visita o un ricovero. Tradotto in operatività, significa mandare gli ospedali in tilt.
Il Covid non sta creando problemi nei reparti che sono «senza particolari criticità», come ha dichiarato ieri Giovanni Migliore, presidente della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), però si tornano ad imporre tamponi. Presentarsi al pronto soccorso con il naso chiuso, o farsi sorprendere da un colpo di tosse perché dopo aver parcheggiato a chilometri di distanza si passa da freddo gelido al caldo fastidioso degli ambulatori, renderà tutti potenziali positivi? Scatteranno i blocchi? Ritorneranno anche i percorsi Covid-19?
Meno male che le Regioni dovevano essere libere di decidere in autonomia sull’intensificare o meno i controlli. A fine novembre, Francesco Vaia, direttore della prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute, prometteva: «Con gli indicatori nuovi non faremo tamponi inutili», il monitoraggio del Covid sarebbe stato affidato alle segnalazioni dei medici di famiglia.
Venti giorni dopo, ha firmato la circolare che impone il test per Sars-CoV-2, virus influenzali, virus respiratorio sinciziale (Vrs), Rhinovirus, virus parainfluenzali, Adenovirus, Metapneumovirus, Bocavirus e altri coronavirus umani. Medici e infermieri non sapranno più dove sbattere la testa, con l’aggravio enorme di lavoro che richiede l’osservanza delle nuove disposizioni.
Quanto alle mascherine, ha detto che «è facoltà dei direttori delle aziende sanitarie reintrodurre l’obbligo di indossarle in base alla situazione di rischio che dovessero intravvedere, legata a una più intensa circolazione virale». È scontato che gli ospedali torneranno a imporle per «non correre rischi» nei reparti ma anche negli ambulatori, come già molti stanno facendo da mesi.
Il predecessore di Vaia, l’epidemiologo Gianni Rezza, fa sapere che il tampone se lo deve fare «chi non sta bene, magari ha il raffreddore», e capirai cosa sarà mai. Però sul Messaggero spiega che i test «in particolare i fai da te possono sbagliare». Quindi, quelli acquistati in farmacia o al supermercato sarebbero soldi buttati via, in ogni caso Rezza raccomanda di «sottoporsi al test all’ultimo momento, il più a ridotto possibile del raduno familiare».
Da qui all’Epifania, le autorità sanitarie vogliono che torniamo a pensare più a mascherine, tamponi e richiamo vaccinale, che a santificare il Natale. Invece di dare serenità ai nostri vecchi, dovremmo lasciarli soli se avvertiamo qualche malanno di stagione, con il quale generazioni sono sempre convissute e non solo durante le festività.
C’è bisogno di ricreare un simile allarme? Secondo la Fiaso, il 77% dei pazienti è ricoverato con Covid, quindi sono in ospedale per altre cause e senza sintomi rilevanti da riferire all’infezione da Sars-CoV2. L’età media è 76 anni, la crescita di pazienti Covid nell’ultima settimana è rallentata (+15,4%), nelle terapie intensive è ferma al 4% delle ospedalizzazioni.
Eppure, i toni sono esagerati. I casi «stanno dilagando, io ho invitato 100 volte il ministro della Salute, che ritiene di non dover partecipare a questo programma, ed è un peccato perché avremmo bisogno di avere delle indicazioni», piagnucola Fabio Fazio, affidando timori neopandemici e frustrazioni a un messaggio su X.
Non gli basta avere Roberto Burioni ospite fisso a Che tempo che fa per parlare sempre di Covid, vuole che sia Orazio Schillaci ad alzare l’asticella delle preoccupazioni sotto le feste. «È sbagliato banalizzare il contagio, che può essere rischioso in particolare per gli anziani e i fragili», mette in guardia il professore di Igiene Fabrizio Pregliasco. Non è solo l’appello a mettersi mascherine ovunque e il tampone nel naso, l’obiettivo rimane sempre quello: spingere a porgere il braccio per l’anti Covid e l’anti influenzale. Poco interessa, a chi alimenta la campagna, informare i cittadini che Pfizer ammette di non avere compiuti studi sulla somministrazione concomitante di vaccini.
Agli open day bisognerebbe andare fiduciosi che serva il richiamo e non faccia male, fingendo di ignorare quanto documentano sempre più studi scientifici. «Se uno non si vaccina, poi il terminale finale di questi problemi diventa il pronto soccorso, dove tutti si recano e, nella maggior parte dei casi, non si sono vaccinati», ha dichiarato ieri l’assessore regionale al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso. Sembra che lo stato di emergenza non sia mai finito.
In Ue buttati vaccini per 4 miliardi
Almeno 215 milioni di dosi di vaccini contro il Covid-19 sono finiti in discarica, per un valore pari a circa 4 miliardi di euro dei contribuenti dell’Unione europea, ma la cifra è quasi certamente sottostimata, secondo l’analisi di Politico.eu.
Per arrivare a questi numeri, la testata online ha considerato la quantità complessiva di dosi acquistate dalla fine del 2020 dall’Ue: complessivamente 1,5 miliardi (più di tre per ogni persona in Europa). Il numero dello spreco tende a corrispondere alle dimensioni dei Paesi, con la Germania che conta 83 milioni di dosi scartate e, il Lussemburgo, poco meno di mezzo milione. Al secondo posto c’è l’Italia, con 49,1 milioni di vaccini in discarica; seguono Olanda (16,28 milioni), Spagna (13,87 milioni), Romania (9,77 milioni). I dati sono stati raccolti tra giugno e dicembre.
Il quadro cambia quando si misurano le dosi gettate per persona che, mediamente, in Ue vale 0,7. Se in questo caso a guidare la classifica è l’Estonia, con più di una dose per abitante sprecata, la Germania, con 0,98 dosi, segue a ruota. L’Italia (0,83) si posiziona al quinto posto. Non è facile scoprire quanti vaccini sono stati buttati. I governi, tra cui la Francia, il secondo Paese più popoloso dell’Ue, sono riluttanti a rivelare l’entità degli sprechi. In ogni caso, anche solo proiettando nel resto dell’Ue il dato medio di 0,7 dosi sprecate si arriverebbe a 312 milioni di vaccini distrutti. I calcoli del report si basano sui numeri provenienti da 19 Paesi europei: 15, tra cui l’Italia, hanno fornito i dati diretti, gli altri quattro non l’hanno fatto.
Alcuni dati risalgono a questo mese; i più vecchi al dicembre 2022. Data la complessità del quadro, la testata ha eseguito un calcolo prudenziale sulla base dei prezzi dei vaccini riportati dalle testate giornalistiche, visto che, nonostante le numerose richieste e inchieste in corso, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non ha mai reso noto l’importo pagato per il loro acquisto.
Così, anche in questo i caso, Politico.eu ha utilizzato un prezzo medio ponderato di 19,39 euro a dose. Si arriva così ai 4 miliardi di euro, che è la spesa sanitaria annuale della Croazia. Molti dei vaccini in questione sono stati acquistati al culmine della pandemia, nel 2021. Durante quel periodo frenetico l’Ue ha stipulato il suo più grande contratto per l’acquisto di 1,1 miliardi di dosi da Pfizer e BioNTech. Ma sia la portata che la tempistica dell’accordo si sono rivelate problematiche, non solo dal punto di vista economico-giudiziario. I Paesi sono stati costretti ad acquistare dosi anche quando la pandemia si è attenuata. Inoltre, i vaccini continueranno ad arrivare: il contratto rivisto con Pfizer obbliga all’acquisto fino ad almeno al 2027. Per capire quanto i dati riportati da Politico.eu siano sottostimati basta guardare all’Italia.
Nel 2021 sono tate gettate 60 milioni di dosi, 42 milioni nel 2022, tra scadute e non somministrate. In tutto fanno 102 milioni. L’Europa, grazie alla trattativa portata avanti dalla Von der Leyen, si è impegnata ad acquistare altri 450 milioni di fiale quest’anno, di cui 61 milioni per il nostro Paese. Dei 20 milioni di italiani in cui la vaccinazione anti Covid è raccomandata, si è attualmente immunizzato circa il 4%. In tre anni, lo spreco potrebbe valere ben più di 3 miliardi.
Il ministero reintroduce l’obbligo di screening per l’ingresso nelle strutture sanitarie, per chiunque abbia sintomi respiratori, malgrado la crescita dei ricoveri stia rallentando. Così le corsie si intaseranno di nuovo.Secondo stime al ribasso, i Paesi europei hanno sprecato 215 milioni di dosi, quasi una per cittadino. Ma i contratti firmati da Bruxelles prevedono acquisti fino al 2027.Lo speciale contiene due articoli.Riaprono i tamponifici. «Si ritiene indispensabile che le strutture sanitarie attivino e potenzino percorsi sempre più ampi di sorveglianza epidemiologica con la ricerca di tutti i microorganismi», stabilisce la nuova circolare del ministero della Salute. Vanno fatti test diagnostici ai pazienti con sintomi respiratori, che devono entrare nelle strutture sanitarie per una visita o un ricovero. Tradotto in operatività, significa mandare gli ospedali in tilt. Il Covid non sta creando problemi nei reparti che sono «senza particolari criticità», come ha dichiarato ieri Giovanni Migliore, presidente della Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere (Fiaso), però si tornano ad imporre tamponi. Presentarsi al pronto soccorso con il naso chiuso, o farsi sorprendere da un colpo di tosse perché dopo aver parcheggiato a chilometri di distanza si passa da freddo gelido al caldo fastidioso degli ambulatori, renderà tutti potenziali positivi? Scatteranno i blocchi? Ritorneranno anche i percorsi Covid-19? Meno male che le Regioni dovevano essere libere di decidere in autonomia sull’intensificare o meno i controlli. A fine novembre, Francesco Vaia, direttore della prevenzione sanitaria presso il ministero della Salute, prometteva: «Con gli indicatori nuovi non faremo tamponi inutili», il monitoraggio del Covid sarebbe stato affidato alle segnalazioni dei medici di famiglia. Venti giorni dopo, ha firmato la circolare che impone il test per Sars-CoV-2, virus influenzali, virus respiratorio sinciziale (Vrs), Rhinovirus, virus parainfluenzali, Adenovirus, Metapneumovirus, Bocavirus e altri coronavirus umani. Medici e infermieri non sapranno più dove sbattere la testa, con l’aggravio enorme di lavoro che richiede l’osservanza delle nuove disposizioni. Quanto alle mascherine, ha detto che «è facoltà dei direttori delle aziende sanitarie reintrodurre l’obbligo di indossarle in base alla situazione di rischio che dovessero intravvedere, legata a una più intensa circolazione virale». È scontato che gli ospedali torneranno a imporle per «non correre rischi» nei reparti ma anche negli ambulatori, come già molti stanno facendo da mesi.Il predecessore di Vaia, l’epidemiologo Gianni Rezza, fa sapere che il tampone se lo deve fare «chi non sta bene, magari ha il raffreddore», e capirai cosa sarà mai. Però sul Messaggero spiega che i test «in particolare i fai da te possono sbagliare». Quindi, quelli acquistati in farmacia o al supermercato sarebbero soldi buttati via, in ogni caso Rezza raccomanda di «sottoporsi al test all’ultimo momento, il più a ridotto possibile del raduno familiare». Da qui all’Epifania, le autorità sanitarie vogliono che torniamo a pensare più a mascherine, tamponi e richiamo vaccinale, che a santificare il Natale. Invece di dare serenità ai nostri vecchi, dovremmo lasciarli soli se avvertiamo qualche malanno di stagione, con il quale generazioni sono sempre convissute e non solo durante le festività.C’è bisogno di ricreare un simile allarme? Secondo la Fiaso, il 77% dei pazienti è ricoverato con Covid, quindi sono in ospedale per altre cause e senza sintomi rilevanti da riferire all’infezione da Sars-CoV2. L’età media è 76 anni, la crescita di pazienti Covid nell’ultima settimana è rallentata (+15,4%), nelle terapie intensive è ferma al 4% delle ospedalizzazioni. Eppure, i toni sono esagerati. I casi «stanno dilagando, io ho invitato 100 volte il ministro della Salute, che ritiene di non dover partecipare a questo programma, ed è un peccato perché avremmo bisogno di avere delle indicazioni», piagnucola Fabio Fazio, affidando timori neopandemici e frustrazioni a un messaggio su X. Non gli basta avere Roberto Burioni ospite fisso a Che tempo che fa per parlare sempre di Covid, vuole che sia Orazio Schillaci ad alzare l’asticella delle preoccupazioni sotto le feste. «È sbagliato banalizzare il contagio, che può essere rischioso in particolare per gli anziani e i fragili», mette in guardia il professore di Igiene Fabrizio Pregliasco. Non è solo l’appello a mettersi mascherine ovunque e il tampone nel naso, l’obiettivo rimane sempre quello: spingere a porgere il braccio per l’anti Covid e l’anti influenzale. Poco interessa, a chi alimenta la campagna, informare i cittadini che Pfizer ammette di non avere compiuti studi sulla somministrazione concomitante di vaccini.Agli open day bisognerebbe andare fiduciosi che serva il richiamo e non faccia male, fingendo di ignorare quanto documentano sempre più studi scientifici. «Se uno non si vaccina, poi il terminale finale di questi problemi diventa il pronto soccorso, dove tutti si recano e, nella maggior parte dei casi, non si sono vaccinati», ha dichiarato ieri l’assessore regionale al Welfare della Lombardia, Guido Bertolaso. 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Il numero dello spreco tende a corrispondere alle dimensioni dei Paesi, con la Germania che conta 83 milioni di dosi scartate e, il Lussemburgo, poco meno di mezzo milione. Al secondo posto c’è l’Italia, con 49,1 milioni di vaccini in discarica; seguono Olanda (16,28 milioni), Spagna (13,87 milioni), Romania (9,77 milioni). I dati sono stati raccolti tra giugno e dicembre. Il quadro cambia quando si misurano le dosi gettate per persona che, mediamente, in Ue vale 0,7. Se in questo caso a guidare la classifica è l’Estonia, con più di una dose per abitante sprecata, la Germania, con 0,98 dosi, segue a ruota. L’Italia (0,83) si posiziona al quinto posto. Non è facile scoprire quanti vaccini sono stati buttati. I governi, tra cui la Francia, il secondo Paese più popoloso dell’Ue, sono riluttanti a rivelare l’entità degli sprechi. In ogni caso, anche solo proiettando nel resto dell’Ue il dato medio di 0,7 dosi sprecate si arriverebbe a 312 milioni di vaccini distrutti. I calcoli del report si basano sui numeri provenienti da 19 Paesi europei: 15, tra cui l’Italia, hanno fornito i dati diretti, gli altri quattro non l’hanno fatto. Alcuni dati risalgono a questo mese; i più vecchi al dicembre 2022. Data la complessità del quadro, la testata ha eseguito un calcolo prudenziale sulla base dei prezzi dei vaccini riportati dalle testate giornalistiche, visto che, nonostante le numerose richieste e inchieste in corso, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, non ha mai reso noto l’importo pagato per il loro acquisto. Così, anche in questo i caso, Politico.eu ha utilizzato un prezzo medio ponderato di 19,39 euro a dose. Si arriva così ai 4 miliardi di euro, che è la spesa sanitaria annuale della Croazia. Molti dei vaccini in questione sono stati acquistati al culmine della pandemia, nel 2021. Durante quel periodo frenetico l’Ue ha stipulato il suo più grande contratto per l’acquisto di 1,1 miliardi di dosi da Pfizer e BioNTech. Ma sia la portata che la tempistica dell’accordo si sono rivelate problematiche, non solo dal punto di vista economico-giudiziario. I Paesi sono stati costretti ad acquistare dosi anche quando la pandemia si è attenuata. Inoltre, i vaccini continueranno ad arrivare: il contratto rivisto con Pfizer obbliga all’acquisto fino ad almeno al 2027. Per capire quanto i dati riportati da Politico.eu siano sottostimati basta guardare all’Italia. Nel 2021 sono tate gettate 60 milioni di dosi, 42 milioni nel 2022, tra scadute e non somministrate. In tutto fanno 102 milioni. L’Europa, grazie alla trattativa portata avanti dalla Von der Leyen, si è impegnata ad acquistare altri 450 milioni di fiale quest’anno, di cui 61 milioni per il nostro Paese. Dei 20 milioni di italiani in cui la vaccinazione anti Covid è raccomandata, si è attualmente immunizzato circa il 4%. In tre anni, lo spreco potrebbe valere ben più di 3 miliardi.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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