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Tutto qui ruota intorno a una delle più belle e grandi piazze d’Italia. Tra memorie storiche, arte, curiosità, musica e gusto.
Narra la leggenda che il merito sia da attribuire al re longobardo Astolfo che era solito andare a caccia nei boschi da queste parti. In un giorno imprecisato dell’anno 752, smarrì il suo fedele falcone e fece un voto: se lo avesse ritrovato, avrebbe fondato un nuovo villaggio e una chiesa dedicata alla Madonna. Quando, dopo lunghe ricerche, vide il volatile appollaiato sul ramo di un carpine decise di fondare Carpi, dal nome dell’albero, e di costruire la pieve di Santa Maria in Castello, detta «La Sagra».
L’antica leggenda viene perpetuata nello stemma cittadino e la chiesetta romanica si può ancora ammirare, anche se «dimezzata» qualche secolo dopo per colpa di Alberto III Pio, ultimo signore carpigiano. Vissuto tra il 1475 e il 1531, il principe decise di trasformare il piccolo borgo di famiglia in una delle più interessanti corti rinascimentali della Pianura padana cambiando per sempre l’aspetto urbanistico della città. Per attuare i suoi propositi, sacrificò parte dell’antica chiesa tagliandola a metà, trasformò l’imponente castello fortificato in un elegante palazzo capovolgendo l’esposizione della facciata e creando l’attuale piazza dei Martiri, la terza d’Italia con i suoi 16.000 metri quadrati.
Tutto a Carpi ruota ancora intorno a questa enorme piazza e girando per le bancarelle del mercato bisettimanale, vagando sotto il Portico lungo o tra i vicoli dai nomi strani (come quello detto «della polmonite», così chiamato perché ventoso), si ha l’impressione di vivere in un luogo armonioso e felice, che conserva intatta la sua forte identità.
L’imponente Palazzo dei Pio, trasformato e ampliato dai successori duchi d’Este, oggi ospita in una inusuale concentrazione di sovrapposizioni architettoniche le tre collezioni del Museo del palazzo, del Museo della città e del Museo al deportato. A destra e a sinistra si succedono la cattedrale dell’Assunta, il Portico del mercato del grano, l’ex sinagoga, il Portico lungo, il Teatro comunale e la sede civica di Palazzo Scacchetti. E proprio Palazzo dei Pio ospita, fino al 10 gennaio 2027, la curiosa mostra «Non di solo pane. Cucina, tavola e cibo nel Rinascimento». Un viaggio nella «più antica delle arti» tra ceramiche, utensili e postazioni interattive. A condurre i visitatori alla scoperta del mondo rinascimentale del cibo sono tre guide d’eccezione, personaggi ricreati con l’intelligenza artificiale: i cuochi Bartolomeo Scappi, Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Sacchi detto Platina che, insieme al maestro Martino da Como, furono i cuochi più importanti dell’epoca, così celebri da essere ricordati nei secoli per i loro trattati gastronomici e l’influenza che ebbero sull’evoluzione della cucina europea.
Merita di sicuro una visita anche il Museo della città per capire la storia di Carpi e del suo territorio attraverso il patrimonio artistico e artigianale raccolto per mostrare l’attività e l’ingegno locali a partire dalla fine dell’Ottocento. Come l’invenzione della scagliola (tecnica inventata nel XVII secolo da Guido Fassi per imitare i marmi preziosi) o l’antica arte del truciolo basata sull’intreccio di sottili strisce di pioppo o salice per la creazione di cappelli, fino alla produzione legata al tessile negli anni Sessanta e Settanta. L’adiacente Museo al deportato razziale, inaugurato nel 1973, rappresenta un unicum. Il percorso si snoda lungo 13 sale caratterizzate da un’architettura essenziale dove luci ed elementi grafici creano un’atmosfera di forte impatto emotivo, mentre nel Cortile delle steli, su 16 monoliti in cemento armato alti sei metri sono stati incisi i nomi di alcuni lager nazisti. Pochi passi e si arriva all’ingresso del magnifico Teatro comunale, inaugurato nel 1861 grazie alla Società dei palchettisti, che ospita importanti appuntamenti musicali, come il concerto di Goran Bregović in cartellone il prossimo 30 giugno.
L’ultima bella sorpresa aspetta i turisti nel sottotetto di Palazzo Scacchetti, sede del municipio, che ospita l’Acetaia comunale curata dai volontari della Consorteria dell’aceto balsamico tradizionale di Spilamberto, un vero tesoro simbolo di un sapere tramandato da generazioni. E prima di tornare a casa, da non dimenticare una sosta golosa a caseifici storici come l’Oratorio di San Giorgio o cantine sociali come quella di Santa Croce per fare incetta di altre due specialità locali: il Parmigiano reggiano Dop e il Lambrusco Doc. Info: www.visitcarpi.it.
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Riduci
Ansa
Il potere fine a sé stesso è il rifugio di chi è incapace di creare. Ma la storia smonta il mito comunista del profitto come furto.
La soluzione ai problemi del mondo non è la lotta di classe, ma l’imprenditore, un imprenditore decente la cui attività sia regolata da leggi giuste e sindacati non politicizzati che fanno l’interesse dei lavoratori. «Comandare è meglio che avere rapporti sessuali» è una frase di Leonardo Sciascia (citata nel libro Il sasso in bocca) che riassume la mentalità mafiosa, e che è diventata una maniera di dire.
La frase si adatta ai parassiti, i mafiosi e i funzionari delle dittature, in particolare di quelle comuniste. Non ha senso usarla invece per l’imprenditore, quello che Marx chiama il capitalista. Molti citano la teoria marxiana del plusvalore come se fosse un’ovvietà inconfutabile: il valore lo crea il lavoro, dunque il profitto del capitalista è sempre lavoro rubato all’operaio. Esiste un capitalismo di rapina, però è un’eccezione, perché non è vitale, e come è successo nella Gran Bretagna dei secoli XIX e XX, si corregge da solo, nel giro di poche generazioni.
L’aggettivo «poche» non è ironico. L’arbitrio dei faraoni sui loro schiavi era durato molto di più. Lo schiavismo islamico dura dalla fondazione dell’islam e ha inchiodato l’islam al sottosviluppo. Il comunismo sovietico e cambogiano ha inchiodato i rispettivi Paesi al sottosviluppo. La Cina ne è uscita a costo di sofferenze inenarrabili per il suo popolo.
Il capitalista che regna su un popolo di schiavi è un capitalismo incapace di autoalimentarsi. Il capitalista che ha operai ben pagati che a loro volta diventano consumatori e sostengono il sistema ha creato un sistema che invece progredisce. E andrebbe chiamato imprenditore, non capitalista. Marx, in tutta la sua sterminata produzione, ha sistematicamente ignorato tre elementi fondamentali che rendono quella teoria una ricostruzione parziale e distorta della realtà economica.
Il primo è il rischio d’impresa. Chi eredita una fabbrica di automobili, e la fa andare in malora, non merita il nome di imprenditore. Chi mette su una fabbrica di automobili per esempio a Torino, nel 1899 chiedendo soldi alle banche non sta semplicemente «comandando»: sta scommettendo tutto, patrimonio, reputazione, anni di vita, su un’idea. Se va male, i debiti restano suoi fino all’ultimo centesimo, mentre l’operaio ha già incassato il suo stipendio. In Italia, se l’azienda è insolvente persino sul Tfr, interviene l’Inps con il proprio fondo dedicato a tutelare il lavoratore. L’imprenditore fallito, invece, diventa schiavo di Equitalia per il resto dei suoi giorni.
Il secondo elemento ignorato da Marx è l’idea imprenditoriale. A nessun impiegato statale sarebbe venuto in mente di inventare la Nutella o l’ovetto Kinder. Quella fu la visione geniale di Ferrero, un uomo che, tra l’altro, con quella ricchezza costruì uno dei migliori istituti per ragazzi disabili d’Italia. Il funzionario sovietico, privo di incentivi e di rischio personale, produceva invece lo «spaccamele da due quintali» (è una storiella di umorismo nero sovietico: «Cosa è quell’oggetto che pesa due quintali e spacca una mela in tre pezzi?», «Uno spaccamele sovietico progettato per spaccare una mela in quattro»). Il Paese dei Soviet era celebre per povertà di brevetti e soprattutto per attrezzature di livello imbarazzante, se non inadeguate in maniera criminale, come racconta con straordinaria potenza Preghiera per Chernobyl di Svetlana Alexievich, libro che chiunque voglia capire cosa è stato il comunismo reale dovrebbe leggere. Bambini di piombo è la serie televisiva che racconta la vicenda autentica del saturnismo che colpì la salute di un paesino di minatori polacchi per una miniera di piombo gestita serenamente dei funzionari marxisti con regole che avrebbero portato qualsiasi proprietario del mondo capitalista dritto in galera.
Il terzo elemento è la sicurezza asimmetrica: il dipendente percepisce lo stipendio dodici mesi su dodici, con tredicesima, Tfr e protezioni contrattuali. L’imprenditore può anche non mangiare per pagare gli stipendi. Questo differenziale di rischio giustifica pienamente un differenziale di remunerazione, non è sfruttamento, è matematica elementare.
La neurobiologia smonta il detto mafioso. C’è un altro livello di analisi da tener presente: quello etologico e neuroscientifico. La frase «comandare è meglio che fottere» non descrive una verità universale dell’uomo - descrive la patologia compensatoria di chi non sa o non può guadagnare. Dal punto di vista della neurobiologia, la frase corretta sarebbe semmai: guadagnare è meglio che fottere, o almeno pari grado. Quando un uomo, cioè un essere umano di sesso maschile, guadagna denaro, alla tomografia a emissione di positroni (Pet) si illuminano le stesse aree cerebrali che si attivano durante la sessualità. E non è un caso: il denaro, dal punto di vista etologico, equivale al territorio. In natura, il maschio che controlla il territorio accede alla riproduzione; quello che non ne ha viene escluso, come suggerisce con brutalità efficace il termine «sfigato», che non è una parolaccia ma un preciso indicatore etologico di rango basso nel branco. Gli erbivori mangiano tutti l’erba, e tutti si riproducono. Invece negli animali carnivori, e noi fondamentalmente lo siamo, con buona pace dei vegani, solo i più alti di grado si riproducono, perché se si riproducessero tutti non ci sarebbero abbastanza lepri da mangiare e risorse per i cuccioli.
Il Don Giovanni di Mozart lo racconta benissimo: il servo porta da bere mentre il padrone si intrattiene con la fanciulla. Comandare, invece, è la scorciatoia di chi non ha saputo costruire né guadagnare: è il surrogato del territorio, non il territorio stesso. La mafia lo sa bene. E lo sanno bene anche rivoluzionari e funzionari di paesi del comunismo reale, incapaci di costruire e capaci di comandare. Marx non l’ha mai capito. «Comandare» non è costruire. La mafia non costruisce niente. Non inventa la Nutella, non fonda ospedali, non porta l’elettricità nelle case. I partiti comunisti del comunismo reale costruiscono pochissimo, male e sempre con lo schema del massimo sforzo per il minimo risultato. La mafia esercita il parassitismo organizzato su ciò che altri hanno costruito, esattamente come fa lo Stato quando divora con la tassazione eccessiva le energie di chi produce. Il comunismo costruisce pochissimo e male. Dove la pressione fiscale mostruosa, imposta da partiti di origine marxista, e il pizzo si sommano, il risultato è che l’imprenditore onesto smette di fare l’imprenditore, e a quel punto tanto vale diventare mafioso. Non è il capitalismo a generare la mafia: è la sua assenza, il soffocamento della libertà economica, a renderla conveniente.
Il vero motto non è «comandare è meglio che fottere»: è altresì «costruire è meglio che comandare». Ed è esattamente ciò che il libero mercato, con tutti i suoi difetti, ha dimostrato di saper fare meglio di qualunque alternativa collettivista. L’unico sistema economico che abbia strappato miliardi di esseri umani dalla povertà assoluta è l’economia di mercato.
Il comunismo reale, al contrario, ha prodotto carestie epocali (la più famosa è l’Ucraina del 1932-33), cannibalismo (Russia, 1921, Ucraina 1933, Mongolia 1945), gulag, Chernobyl, lao gai, alcuni milioni di morti di fame nel gran balzo in avanti cinese (forse venti) alcuni milioni di morti linciati nella rivoluzione culturale cinese (forse 10), lo sterminio sistematico delle neonate negli orfanotrofi di stato (cifra sconosciuta, qualche decina di milioni) e i campi di sterminio cambogiani. Costruire è una nobile arte. Il mafioso e il funzionario sovietico sono dominati dalla libido dominandi, il vizio dei tiranni, dei mafiosi e degli statalisti. L’imprenditore ha la libido aedificandi, la passione di costruire che è il motore del progresso umano. Sono concetti e approcci alla vita diametralmente opposti. Chi comanda senza costruire è semplicemente un frustrato con un esercito. Chi non lo capisce, comanda magari anche bene, se è un buon militare, ma non costruisce alcunché. Chi costruisce, anche senza comandare nessuno, cambia il mondo.
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Riduci
Angelo Binaghi (Ansa)
Giocatore mancato, guida la Fitp dal 2001. A Panatta non ha mai perdonato di aver sottolineato il suo poco talento. Da quando c’è Sinner si sente Napoleone. E grazie all’inconsapevole Mattarella si è vendicato, levando la premiazione all’Adriano nazionale.
Cognome e nome: Binaghi Angelo. Osama Bin Aghi, per via della fama: carattere fumantino, suscettibile al limite del livore. Presidente della Fitp, la federazione di tennis e padel. Dal 2001, un quarto di secolo.
Lui, che pure aveva giurato «mai più di due mandati federali», si è ricandidato a ripetizione (senza offesa: i sardi la definirebbero «una retromarcia da impiccababbu»). Venendo riconfermato anche in virtù di regole, più volte riscritte, che sono risultate ostiche solo per gli sfidanti.
Investito dall’esplosione del fenomeno Jannik Sinner: «Sono fortunato, io non ho mai pensato, né sognato, che un giorno un nostro ragazzo, un italiano, sarebbe diventato il più forte al mondo».
«Il reuccio ora pure editore, prepara avventure politiche», così Il Tempo del 16 maggio. La Fitp, attraverso la propria media company Sportcast, entra infatti nel capitale di Sae spa, holding dell’imprenditore Alberto Leonardis. Che ha appena rilevato La Stampa di Torino (città dove, toh, si giocano le Atp Finals). Avendo già in pancia altri giornali, tra cui La Nuova Sardegna (regione dove, toh, Binaghi è nato, il 5 luglio 1960 a Cagliari).
«E allora?», ha replicato a Claudio Plazzotta di Italia Oggi: «La nostra federazione è un soggetto privato che ha chiuso il 2025 con ricavi per oltre 243 milioni di euro». I 5 milioni allocati in Sae sono risorse «sue», che non intaccano i 16 milioni di fondi statali vincolati in un conto distinto. Un investimento in funzione di ambizioni extrasportive? «Dopo la Fitp farà il governatore della Sardegna?», gli ha domandato il 5 gennaio sul Corriere della sera, Elvira Serra. «Non credo». Che non è un «no».
Con Daniele Dallera del Corriere, il Primo maggio 2025 era stato come al solito roccioso come un nuraghe: «Non ho mai avuto una tessera di partito, la prima cosa che dissi appena eletto a Gianni Petrucci, allora presidente del Coni: non mettermi mai in mezzo ai politici. Non solo: li ho cacciati dalla tribune degli Internazionali di tennis», quindi la falange di ministri e parlamentari domenica scorsa al Foro italico è stato un abbaglio collettivo, chissà.
Ha accolto come vicepresidente nel Consiglio federale Fitp Chiara Appendino, ex sindaco di Torino, esponente M5s, «in rappresentanza degli affiliati» (ai 5 stelle?). La compagna di Alessandro Di Battista, Sahra Lahouasnia, si presenta su Linkedin come account manager «a tempo pieno dal gennaio 2023», proprio dell’ufficio marketing Fitp.
Senza dimenticare che la Sardegna è governata da Alessandra Todde, M5s pure lei, di cui l’editore Leonardis «è un fiancheggiatore, però a livello nazionale è amico di Matteo Salvini ma anche di Giorgia Meloni, e soprattutto narat babbu a chi li donat pane», chiama padre chi gli dona il pane, proverbio sardo riservato agli opportunisti, secondo Paolo Maninchedda, che sul sito Sardegna e Libertà ha vergato un’arringa pro Binaghi.
Alla finale degli Internazionali c’era anche Matteo Renzi, esibitosi l’anno scorso in una sguaiata difesa d’ufficio della Fitp: «Il ministro Andrea Abodi e i suoi sgherri mettano giù le mani dalle Atp Finals di Torino».
In realtà il governo chiedeva che, a fronte di un finanziamento di 100 milioni in cinque anni, fosse costituito un Comitato composto da rappresentanti di città e Regione, Fitp e Sport e Salute, per garantire che - grazie al «motore» rappresentato dall’evento - qualcosa rimanesse sul territorio piemontese, in termini di servizi e impianti per la collettività.
Alessandro Catapano per Il Foglio, il 9 luglio 2025: intorno all’appuntamento torinese scorre «il fiume di denaro che da quattro anni finisce nelle tasche di albergatori e ristoratori torinesi (alcuni buoni amici della Federazione)». E ancora: «Per uno abituato da 25 anni a gestire la Federazione come una monarchia assoluta, deve risultare intollerabile che a un soggetto estraneo, per di più emanazione dello Stato, sia consentito ficcare il naso nei suoi affari. È questo il suo vero problema. Non il finanziamento, di cui può serenamente fare a meno, almeno finché Sinner viaggerà a queste dimensioni».
Che tennista era Binaghi? «Un grande campione mi definì il re delle pippe». «Chi? Adriano Panatta?», ha inzigato ancora Elvira Serra. «Il nome non è importante. Diceva che quelli come me non diventavano professionisti per incapacità. Non contemplava che potesse essere una scelta di vita anteporre la laurea in ingegneria alla carriera sportiva». Riflessione che ha alimentato il sospetto su una certa qual frustrazione sua, tipica di chi, consapevole di non poter eccellere in campo, alla fine opta obtorto collo per la carriera dirigenziale.
Negli ultimi tempi, sia detto simpaticamente, appare affetto da una preoccupante sindrome napoleonica. Manca solo l’annuncio dell’invasione della Polonia, con l’insalatiera (della Coppa Davis) in testa, e poi il pacchetto è completo.
Ipse dixit: «Il ministro Giancarlo Giorgetti mi ha raccontato che ai meeting finanziari mondiali, prima ancora di salutarlo, gli fanno i complimenti per Sinner e il tennis», e strano che non si siano ancora espressi in tal senso Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping.
«I presidenti delle altre federazioni, anche di quelle di tennis estere, mi chiedono quale sia il segreto del nostro successo». «Atp, Wta e Itf ci cercano perché siamo diventati i migliori organizzatori di tornei». «Le basi del successo le abbiamo poste quando Sinner non era neanche nato» (strano, visto che il Rosso è venuto al mondo nel 2001, lo stesso anno in cui è diventato presidente della Federtennis lui). «Il calcio ha oltre 21 milioni di appassionati, il tennis è in continua crescita e ne ha ora qualcosa in più di 19 milioni. Significa che, per quanto il calcio sia lo sport più seguito in Italia, le due grandezze iniziano a essere paragonabili ed è chiaro che puntiamo al sorpasso». Bum. I tesserati alla Federcalcio sono stabili dall’inizio degli anni Duemila: tra 1,4 e 1,5 milioni. Quelli del tennis erano 130.000 nel 2001, 348.000 nel 2019, poi - con l’avvento di Sinner - nel 2025 sono arrivati a circa 1,3 milioni. Inglobando però dal 2023 i tesserati al padel. E anche i bambini partecipanti a «Racchette in classe», progetto di promozione sportiva nelle scuole. Plazzotta: «Solo 148.000 sono in realtà veri tennisti agonisti».
«Il calcio domenica 17 ha portato in piazza solo a Milano 400.000 tifosi interisti», ha annotato sul Foglio Maurizio Crippa. «Ma non scenderanno mai in strada in 200.000 per festeggiare Sinner».
Binaghi: «Con mezzo miliardo di investimento portiamo in Italia uno Slam. Il che sarà possibile quando il governo investirà nelle potenzialità del tennis» (statalista alla bisogna, quindi, altrimenti giù le mani dal tennis, che è «roba sua»).
A guastare la festa, la sgangherata baracconata andata in scena a fine Internazionali. Un palco affollato come un binario della stazione Termini il 24 dicembre: il ministro dello Sport Abodi (che ha premiato l’arbitro, con un piattino, perché il «piattone» al perdente Casper Ruud l’ha dato Elena Goitini, amministratore delegato Bnl), Binaghi, Marco Mezzaroma, presidente di Sport e Salute, e, su tutti, Panatta e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Una «pecionata» improvvisata, con Sinner a parlare al microfono dando le spalle a Mattarella, che «impallato», scompariva dietro di lui.
«Sono stato io, senza che nulla fosse programmato, a convincere il capo dello Stato a venire in campo a fare la premiazione, nel minuto successivo alla vittoria di Sinner», ha rivendicato Binaghi.
In molti però avevano inteso che «il passaggio dello scettro», copyright by Paolo Bertolucci, sarebbe avvenuto a opera di Panatta. Perché così gli era stato comunicato nell’invito.
Elisabetta Esposito sul sito della Gazzetta dello Sport, il 14 maggio: «Mattarella, grande appassionato di sport e di tennis, sarà in tribuna d’onore. A premiare il vincitore sarà Panatta, 50 anni dopo l’ultimo trionfo italiano nel torneo di Roma».
Domenica, l’affronto: lui e la moglie sono stati fatti accomodare il più lontano possibile da Mattarella, che aveva intorno chiunque, compreso il comico Max Giusti. E poi, sulla terra rossa, ecco quello che agli occhi di molti è parso il delitto perfetto, «complice» l’inconsapevole Mattarella: negare a Panatta - con un alibi inattaccabile - la soddisfazione di essere lui a incoronare Sinner re di Roma, l’ultimo sfregio da parte della Fitp. Risultato? Il giorno dopo sulle prime pagine di tutti i giornali le foto erano ovviamente per Sinner: da solo o con Mattarella o con Panatta o con entrambi. Lo scatto migliore è quello pubblicato da Repubblica (il cui direttore Mario Orfeo era in tribuna d’onore): l’abbraccio tra i due campioni e, dietro di loro, il capo dello Stato che li «benedice», applaudendo.
Binaghi? Non pervenuto. Se poi aggiungete l’apologia di Panatta firmata da Giuliano Ferrara, «venerato predecessore di Sinner, invecchiato divinamente: stile, competenza, eleganza», c’è da supporre che ad Ang-ego sia andato di traverso il filu ferru.
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Riduci
Vincent Bolloré (Ansa)
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci.
Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante.
Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.
Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.
Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.
Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.
Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.
Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.
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Riduci





