«All’ospedale prima le islamiche che non si integrano in sala d’attesa»
«Indossavano il burqa, non avevo mai visto abbigliamenti simili da queste parti. Sono passate davanti a tutti, con la complicità del personale sanitario». È ancora infuriato Claudio Saggioro, 75 anni, titolare del centro equestre La Rosa a Legnago, nella Bassa Veronese. Venerdì si era recato al centro prelievi dell’ospedale locale, il Mater Salutis, per «dei controlli di routine», e al pari degli altri cittadini dopo aver ritirato il ticket aspettava pazientemente che arrivasse il suo turno.
«Mi ero seduto vicino all’ingresso della sala prelievi, controllavo il display per vedere se usciva il mio numero, quando ho visto arrivare cinque o sei donne coperte di velo dalla testa ai piedi. Scortate da altrettanti musulmani, non saprei dire di quale nazionalità, erano abbastanza di colore», inizia a raccontare il signor Claudio.
Gli uomini vestivano all’occidentale, qualcuno portava i sandali, altri avevano le scarpe antinfortunistiche da lavoro, «probabilmente avranno chiesto un permesso per portare le loro mogli a fare degli esami. L’età? Tra i 35 e i 50 anni, mentre per le donne non saprei dire, avevano il volto coperto. Erano tutte vestite di scuro, inquietanti».
Forse, più che burqa indossavano il niqab che lascia scoperti soltanto gli occhi, di fatto erano pesantemente coperte. Il contingente maschile si avvicina al punto prelievi e quando la porta si apre, all’infermiera dicono che devono entrare «perché le loro donne non possono sedersi con gli altri in sala d’attesa e “avevano diritto di passare subito”. Ero lì accanto, ho sentito tutto», assicura Saggioro. Aggiunge: «Mica c’erano solo uomini, in quella sala, la scusa era ancora più assurda».
L’addetta all’accettazione risponde che devono aspettare il loro turno, che c’erano altre persone prima di loro e rientra in sala prelievi. «Ma non sarà passato nemmeno un minuto e la vediamo riapparire, facendo cenno al gruppetto islamico di entrare, una coppia alla volta. Prima hanno varcato la soglia gli uomini “a controllare”, chissà che cosa dovevano verificare, poi le donne. Ci hanno scavalcati senza ritegno, calpestando i nostri diritti», esclama il settantacinquenne.
Dice di essere indignato soprattutto per la mancanza di reazione degli altri pazienti. «L’ho detto, bisognava protestare, farsi sentire. Molti mi conoscono perché alla scuola di equitazione portano i figli, i nipoti. Non c’era nessuna urgenza, hanno deliberatamente lasciato passare stranieri per timore che potesse nascere qualche diverbio. Ma di questo passo dovremo subire e basta?».
Il signor Claudio è molto duro verso «la rassegnazione generale. Dicono “tanto che ci possiamo fare?”. Si sono arresi, i nostri giovani non reagiscono e vedono la sinistra che difende questa gente in tutte le maniere». Sui social, però, le proteste divampano. Il post di Saggioro è stato accolto condividendone lo sdegno, la rabbia. Da «Ma quale integrazione... Invasione preordinata, così si chiama», a «Mi dispiace, ma tra poco dovremo andarcene noi dall’Italia»; da «Le loro donne non si possono sedere con gli altri. E poi siamo noi i razzisti» a «Se non si possono sedere con noi che tornino al loro Paese»; da «Ormai passa prima lo straniero» a «Quello che ci meritiamo... e da domani saranno anche nei nostri Comuni a governare». I commenti si mescolavano alle condivisioni di esperienze analoghe vissute o raccontate da qualche parente «scavalcato» in ambulatori pubblici.
La direzione dell’ospedale di Legnago ha fatto sapere che non esiste alcun protocollo per le donne islamiche che le favorisca quanto a precedenza sugli altri utenti dei servizi sanitari. Né è previsto che abbiano sale d’attesa dedicate. Le uniche priorità sono per le donne in gravidanza e per i disabili. Non risultano segnalazioni di «prevaricazioni» avvenute, ma dicono che saranno fatti accertamenti.
Amarissimo, il lungo commento di un utente anziano, da tempo in cura a Legnago. Scrive: «Non sono certo a favore di questi africani che da decenni riempiono non solo l’Italia ma il resto d’Europa. Sarà il nostro futuro, anzi il vostro, perché loro sfornano figli, sanno le leggi e le usano. Rispettano la loro religione al contrario di tutti noi e questo li rende forti, uniti […] Non sono contro l’integrazione ma è tutto studiato in modo che noi diverremo la minoranza. Saranno le loro leggi a sostituire le nostre e questo è palese. Sono sereno perché non vedrò tutto questo, ma i vostri figli e nipoti saranno i loro servi e tutto questo perché nessuno ha il coraggio di parlare se non tramite tastiera».





