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Chiusa e sedata in comunità a 17 anni

Chiusa e sedata in comunità a 17 anni
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  • Giorgia è minorenne, sua madre ha chiesto un aiuto ai servizi sociali per migliorare il loro rapporto difficile. Ma l'hanno ricoverata in un centro terapeutico: «Le hanno dato psicofarmaci anche se non ne ha bisogno».
  • La famiglia riesce a riunire i leader del centrodestra. Prove generali di coalizione all'evento promosso in Umbria dalle associazioni pro vita. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sostengono l'impegno della candidata Donatella Tesei.

Lo speciale contiene due articoli.


Quando vengono a prenderla, in un giorno di maggio, Giorgia ha 17 anni. A casa si presentano in quattordici, tra assistenti sociali, medici e personale delle forze dell'ordine. Le mostrano anche una siringa - dice sua madre - per farle capire l'andazzo: se fai problemi, ti sediamo e ti portiamo via. Da allora Giorgia è chiusa in una comunità terapeutica per minori in provincia di Asti. Non può uscire, non va a scuola, dorme per la gran parte del tempo. Può parlare con la madre solo una volta alla settimana: dieci minuti di telefonata sotto la supervisione di un operatore che ha facoltà di interrompere la comunicazione se la conversazione diventa troppo problematica.

È come se questa ragazza fosse stata risucchiata via dalla vita. Se parliamo di lei, oggi, è perché la madre non si è data per vinta, ha bussato alle porte di politici e giornalisti, e ieri - opportunamente protetta dall'anonimato - è intervenuta a Unomattina, il programma di Rai 1 condotto da Roberto Poletti e Valentina Bisti. La storia che questa donna racconta è agghiacciante, e ricalca quelle - numerose - che abbiamo sentito in questi mesi. Tutte dicono la stessa cosa: entrare in una comunità terapeutica è come svanire.

A ricostruire la vicenda di Giorgia con La Verità è l'avvocato Bruna Puglisi, che segue la ragazza e la madre. I problemi sono cominciati tre anni fa, quando il rapporto tra mamma e figlia è diventato molto conflittuale. La donna, impegnata in una nuova relazione, era rimasta incinta di due gemelli, e Giorgia proprio non lo digeriva. Così la madre ha deciso di fare ciò che fanno tante famiglie in difficoltà: si è rivolta ai servizi sociali per avere un aiuto. Ha avuto fiducia nelle istituzioni, il cui compito dovrebbe essere quello di proteggere e sostenere le famiglie più fragili. Non è finita bene.

La donna sperava che la figlia potesse vedere un esperto che la aiutasse a superare il momento difficile, uno psicologo magari. E in effetti ha visto dei professionisti.

«Quando è stata presa in carico dai servizi», spiega l'avvocato Puglisi, «ha visto 2 o 3 volte la psicologa e una volta la psichiatra. Tanto è bastato perché le diagnosticassero un funzionamento psichico a tratti paranoide. I servizi sociali, nelle loro relazioni, hanno scritto che Giorgia era chiusa, isolata. Ma non è affatto vero. Andava a scuola regolarmente, frequentava un corso di nuoto parecchio impegnativo e stava per prendere l'abilitazione come istruttrice. Aveva delle amiche, usciva».

Giorgia e la madre hanno cominciato a seguire degli incontri, alla ragazza è stato detto di frequentare un centro diurno, ma lei lì non si trovava bene. Si spaventava quando vedeva gli altri ragazzini presenti, quasi tutti con problemi piuttosto gravi. «Veniva anche una educatrice una volta ogni dieci giorni», racconta l'avvocato. «Ma le faceva fare per lo più attività ludiche, uscivano a passeggiare...».

Con il passare del tempo, il conflitto con la madre è andato sciogliendosi. La donna ha perso i due figli che portava in grembo, e la tragedia l'ha riavvicinata alla figlia. Così la loro presenza agli incontri si è diradata, al centro diurno Giorgia non è voluta andare più. E questo cambio d'atteggiamento ha spinto i servizi sociali a intervenire. Hanno chiesto e ottenuto dal Tribunale dei minori il trasferimento in una comunità terapeutica. Trasferimento coattivo, se ce ne fosse stato bisogno. Infine è arrivato quel giorno di maggio: tante persone alla porta, Giorgia che viene circondata e poi portata lontano da casa, in provincia di Asti, nella comunità terapeutica per minori.

«Da maggio a luglio», dice l'avvocato Puglisi, «alla ragazza sono stati somministrati psicofarmaci, di quelli utilizzati per curare le schizofrenie. Visto che la ragazza stava male, la madre non ha dato il consenso. Ma hanno continuato a darglieli lo stesso». Benché limitata, la madre di Giorgia è ancora titolare della potestà. E, almeno in teoria, se i genitori non sono d'accordo ai minorenni non dovrebbero essere somministrati farmaci se non in casi di estrema necessità. A Giorgia li hanno dati, e anche per bel po' di tempo.

«Ci siamo rivolti alla Corte d'appello», continua l'avvocato, «per chiedere che fosse dimessa. Persino il pm, che in questi casi viene sentito per un parere, ha chiesto una ispezione in comunità. Da quel momento, i responsabili hanno deciso che avrebbero dato farmaci a Giorgia soltanto “al bisogno". La Corte d'appello ha chiesto relazioni ai servizi sociali, e abbiamo dovuto aspettare fino a settembre perché arrivassero». In tutto questo tempo, Giorgia è rimasta rinchiusa. Poi, dopo aver letto le relazioni e aver sentito la madre della ragazza, la Corte ha rigettato il ricorso dell'avvocato.

Tutto finito, dunque? Affatto. La comunità terapeutica voleva continuare a somministrare psicofarmaci a Giorgia, così si è rivolta al giudice tutelare di Asti per chiedere l'autorizzazione. Piccolo problema: il giudice ha chiesto una consulenza tecnica. Sono arrivate due perizie: una di parte e una dall'esperto chiamato dal giudice, ed entrambe hanno raccontato sulla ragazza una verità diversa.

Il perito scelto dal giudice, ovviamente più moderato, ha spiegato che Giorgia «non manifesta sintomi psicotici, ma ha manifestato gravi disturbi del comportamento reattivi a eventi particolarmente stressanti, che possono essere stati interpretati come sintomi psicotici». Motivo per cui può prendere farmaci solo in caso «di intensi stati di ansia o di gravi disturbi comportamentali». Ma «non appare necessario un impiego continuativo della terapia farmacologica», spiega l'esperto del giudice. Dunque a Giorgia non devono essere somministrati psicofarmaci con continuità, eppure glieli hanno dati per mesi senza il consenso della madre. Non solo. Il perito specifica che «appare necessaria una presa in carico della minore per consentirle di conseguire maggiori competenze cognitive e migliori abilità sociali». Insomma, per stare meglio Giorgia dovrebbe essere attiva, magari andare a scuola, magari uscire. Di certo non restare in un letto per ore e ore ogni giorno.

La sua storia è talmente allucinante che Chiara Caucino, assessore regionale del Piemonte alle politiche sociali, ha deciso di verificare personalmente la situazione. Qualche settimana fa si è presentata ai cancelli della comunità terapeutica. «Non mi hanno fatto entrare», spiega. «Non mi hanno neppure aperto il cancelletto. Siamo rimasti fuori per due ore sotto la pioggia». La sua non era una ispezione, ma una visita istituzionale. Va tenuto presente, infatti, che è la Regione a stabilire quali strutture possano essere accreditate come comunità terapeutiche e quali no. Soprattutto, è la Regione che paga le rette. E in questo caso si parla di una marea di soldi. Per Giorgia il Piemonte versa alla comunità 260 euro al giorno. Assieme a lei ci sono altre nove ragazze. In una comunità di quel tipo si dovrebbe restare per 4 mesi, massimo 8 se il tribunale proroga. Ma, a quanto pare, lì ci sono minorenni da 12, 14 mesi e oltre.

Ragazzine risucchiate, messe a letto alle 9 di sera dopo che hanno dormito pure il pomeriggio. Non possono uscire. Giorgia ha visto la madre due volte, da maggio a oggi: un'ora ad agosto e una a settembre. Le hanno dato psicofarmaci anche se, secondo i periti, non ne aveva bisogno. Tutto perché sua madre, in un momento difficile, ha chiesto aiuto.

La famiglia riesce a riunire i leader del centrodestra

Prove di centrodestra unito. Almeno in Umbria, e almeno su vita, famiglia e libertà educativa. Non bazzecole, comunque. Il primo evento unitario nella campagna elettorale per la Regione Umbria è la firma del manifesto valoriale messo a punto dalle associazioni pro-family. Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi si sono ritrovati sul palco del Centro Congressi Capitini di Perugia per l'evento (seguitissimo) «L'Umbria mette al centro la famiglia», in occasione del quale candidata della coalizione a Presidente della Regione, Donatella Tesei, ha sottoscritto le proposte per la famiglia, facendosi garante dell'esistenza di un accordo chiaro e condiviso, che dovrà essere integrato nel programma di governo. Tutti e tre i leader hanno tenuto una conferenza stampa assieme alla candidata Tesei, e poi sono intervenuti al convegno promosso da Family Day, Associazione Nazionale Famiglie Numerose, Movimento Per la Vita sedi di Terni - Città di Castello - Spoleto, ProVita & Famiglia, Steadfast onlus, CitizenGo e Alleanza Cattolica. Sigle che intendono in questo modo continuare anche sul piano regionale il lavoro di collaborazione con le amministrazioni locali umbre.

In particolare, il manifesto rilancia il ruolo della famiglia come motore dello sviluppo economico, umano e sociale del territorio umbro.

«Posso dire senza ombra di dubbio che insieme a Giorgia e Silvio condividiamo tutti i principi che state riaffermando oggi. In particolar modo la libertà educativa», ha detto Salvini, aggiungendo: «L'utero in affitto dovrebbe far rivoltare lo stomaco delle donne. In questa terra di santi ribadiamo che il crocefisso non si tocca». Sulle droghe, poi, ha continuato, «ci sono disegni di legge leggi in parlamento vogliono creare lo Stato spacciatore. Dovranno passare sul mio corpo». Salvini ha irriso infine chi ha definito come «divisivo» il Family day: «dovrebbero vedere le facce che ci sono qui questa sera».

Il riconoscimento del ruolo delle associazioni pro family e pro life arriva anche da Giorgia Meloni: «Nelle ultime campagne elettorali ci costringete a parlare di famiglia, della sacralità della vita e della nostra identità, è su questi temi la vera cifra dello scontro in atto». Il presidente di Fratelli d'Italia ha ricordato le invettive del pensiero unico contro il Congresso delle famiglie di Verona, perché «per parlare di papà e mamma si viene tacciati di ogni nefandezza», e se non si ha coscienza delle proprie radici non si può chiedere rispetto «per questo anche uno Stato laico deve difendere il crocefisso». «Io sono una donna, una madre e un'italiana», ha detto: «Nessuno potrà mai cancellare la nostra identità».

Corde simili sono state toccate con accenti diversi da Berlusconi, che ha parlato di famiglia «come istituzione più importante per una società che possa vivere nel massimo della civiltà». Il leader di Forza Italia ha quindi rimarcato quella che ritiene una differenza inconciliabile con la sinistra: «Noi crediamo che dal diritto alla vita e alla libertà discendano tutti gli altri diritti e che questi sono indipendenti da ogni forma di Stato».

Soddisfazione è stata espressa anche da Jacopo Coghe (Pro Vita & Famiglia): «È stato promesso. Con la firma del manifesto per la vita e la famiglia, i nostri valori saranno al centro dell'azione del centrodestra in Umbria. Come co-organizzatori con Salvini, Meloni e Berlusconi abbiamo ottenuto la promessa che il candidato presidente agirà per proteggere quello che è il nucleo fondamentale della società: mamme, papà e figli. Insieme al leader del Family Day, Massimo Gandolfini, ci coordineremo per un'azione efficace delineando priorità, azioni concrete e misure adeguate per realizzare una Regione a misura di famiglie. Abbiamo strappato una promessa: la Regione sosterrà la vita, dal concepimento fino alla morte naturale sia su un piano politico che culturale». Intervenendo sulle polemiche in vista della manifestazione unitaria del centrodestra a Roma, prevista domani, Berlusconi ha confermato la sua presenza a prescindere dalla partecipazione di Casapound: «È a rischio la libertà», ha detto il Cavaliere, «vado ovunque». Di diverso avviso Mara Carfagna.


Il bilancio di Tedros: 3 vittime, 5 casi confermati («Ma aumenteranno»). Rispuntano Bassetti, Burioni & C. Il capitano della MV Hondius dopo la morte del primo paziente: «Nave sicura». Hostess ricoverata in Olanda.

Mamma mia, here we go again. Ci risiamo davvero? L’epidemia di Hantavirus non è nemmeno un’epidemia, ma i giornali hanno subito ritrovato il gusto dell’apocalisse sanitaria. E sono ricomparse le virostar. Al solito, con tutto e il suo contrario: Matteo Bassetti è preoccupato per la letalità della malattia e per la dispersione dei potenziali untori; Fabrizio Pregliasco esorta a evitare «inutili allarmismi»; Roberto Burioni rispolvera l’arte della spocchia e deride i «milioni di esperti» passati da Hormuz a Garlasco al virus. Come nel 2020, solo lui capisce tutto. Il Corriere della Sera dissotterra una formula capace di evocare vivide memorie: la «paura del contagio». Anche se Tedros Adhanom Ghebreyesus, capo dell’Oms, rassicura: questo non è il nuovo Covid, conosciamo il patogeno e per infettarsi occorrono contatti prolungati. Ma se è vero che, su otto casi sospetti e cinque confermati, ci sono tre morti, Sars-Cov-2 al confronto era un raffreddore. In assenza di terapie specifiche e di vaccini da vendere a miliardi di fiale, l’agenzia Onu ci rifila una dose di moralismo: occorre «solidarietà», ha detto ieri il funzionario etiope, perché «i virus non si curano dei nostri confini». Calma, però: «Non è l’inizio di una pandemia». Almeno, stavolta non ci tocca prendere per oro colato i bollettini cinesi.

Nel dubbio, a differenza di sei anni fa, le autorità si stanno muovendo in anticipo. Ieri, l’Ue ha organizzato una «riunione di follow-up del Comitato per la sicurezza sanitaria». Vi hanno partecipato gli Stati membri dell’Unione e dello Spazio economico europeo, i cui cittadini si trovavano a bordo della nave dalla quale sarebbe partito il focolaio. «La valutazione preliminare», ha comunque garantito la portavoce di Bruxelles, «indica un basso rischio per la popolazione generale».

Il mantra è questo: la trasmissione da uomo a uomo è rara. Eppure, il ceppo andino, sceso dalla crociera sudamericana, è riuscito a prendere l’aereo. Ieri, ad Amsterdam, dov’è ricoverata, è stata sottoposta ai test un’assistente di volo della Klm, che si era incrociata con la moglie del passeggero olandese di 70 anni, morto l’11 aprile sull’imbarcazione. Costei, colta da disturbi intestinali, era approdata insieme alla salma del marito sull’isola di Sant’Elena; poi si era spostata a Johannesburg, dove, lo scorso 25 aprile, aveva provato a prendere un volo per i Paesi Bassi; a causa delle sue condizioni, però, le era stato impedito di salire sul jet. Il giorno dopo, è morta. L’Olanda, intanto, ha confermato la positività di uno dei pazienti evacuati dalla crociera e atterrati nella capitale. In Italia, si è messo in allerta lo Spallanzani. E le opposizioni hanno fatto ripartire il disco: «Il governo riferisca in Aula».

Non è il nuovo Covid. Lo dimostra la cautela dei politici, disciplinati dal prezzo che hanno dovuto pagare per le restrizioni pandemiche. Ieri, ad esempio, il ministro della Sanità di Madrid, Mónica García Gómez, si è appellata «al buon senso dei passeggeri e dei loro familiari», affinché chi arriva alle Canarie rispetti la quarantena. García ha ricordato che i 14 connazionali sul natante dovrebbero firmare un «consenso informato» per essere messi in isolamento, benché abbia poi velatamente minacciato di imporglielo. La nave MV Hondius, infatti, ha ricevuto l’autorizzazione a dirigersi a Tenerife. Tra le polemiche. Il morale a bordo è migliorato, ha assicurato Tedros, fornendo il bilancio dei contagiati: dei tre evacuati l’altro ieri, due sono nei Paesi Bassi in ospedale e uno in isolamento in Germania. Migliora l’uomo che era stato ricoverato in terapia intensiva in Sudafrica, mentre uno finito in corsia a Zurigo è stabile. In Gran Bretagna, gli asintomatici confinati in casa sono due; ed è stazionario un cinquantaseienne ammalato. Resta grave il medico di bordo, colui che avrebbe giudicato «non contagioso» il paziente zero: ieri è spuntato un video in cui si vede il capitano della crociera, il 12 aprile, informare i passeggeri che la nave, visto ii parere del dottore, poteva considerarsi «sicura».

Non è il nuovo Covid. Ma la disavventura ricorda l’odissea della Diamond Princess, la nave inglese che, dal 4 febbraio 2020, finì in quarantena per oltre un mese a Yokohama. L’Oms e l’operatore dello scafo olandese hanno comunicato che i passeggeri con sintomi sono stati tutti trasferiti; mentre il ministero degli Esteri dei Paesi Bassi ha ribadito che, dopo la morte del primo paziente a bordo, circa in 40 erano scesi a Sant’Elena, nell’Atlantico meridionale. Compresa, appunto, la moglie della vittima.

È incerta l’origine di quello che Ghebreyesus ha definito «incidente grave». Si ipotizza che la coppia olandese deceduta abbia contratto il patogeno durante un’escursione per osservare uccelli in una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Solo che, in quella provincia, non erano stati mai registrati casi. Perciò, si sta ricostruendo il percorso dei coniugi prima dell’imbarco, dal Cile (che esclude coinvolgimenti) alla Patagonia. È acclarato che la variante delle Ande è quella che si diffonde più facilmente tra esseri umani e che, in Argentina, le infezioni stanno aumentando: l’innalzamento delle temperature consente ai topi vettori di prosperare. Fatale, difatti, è l’esposizione a escrementi, urina o saliva dei roditori. Il virus ha un’incubazione che varia tra una e otto settimane e può evolvere in varie forme, dalla febbre emorragica con sindrome renale, alla nefropatia, alla sindrome polmonare, la più frequente nel continente americano. Proprio l’intervallo tra infezione e manifestazione dei sintomi ha indotto l’Oms a precisare che potrebbero emergere nuovi casi.

La MV Hondius era salpata da Ushuaia il primo aprile, con circa 150 persone. Il 6, lo sfortunato settantenne olandese ha iniziato a sentirsi male. Ma nessuno, nemmeno il dottore, aveva pensato al morbo respiratorio. Così, fino agli esiti delle analisi sulla donna morta il 26 aprile, la crociera ha proseguito il suo tragitto, lasciando scendere decine di persone. A segnalare il cluster all’Oms è stato il Regno Unito; era il 2 maggio, giorno in cui è spirata la terza vittima tedesca. A quel punto, la MV Hondius è stata bloccata a Capo Verde. Da lì, è ripartita alla volta delle Canarie, in un clima tipo Demeter, il mercantile del romanzo di Bram Stoker infestato da Dracula e trasformato in veicolo di pestilenza. E allora? Ci risiamo? Non è il nuovo Covid, no. Ma chi era in astinenza da salotti tv se lo farà bastare.

Gli Usa in manovra su Schlein e Gentiloni. Elly vede Bank of America e va da Obama
Ansa
La segretaria del Pd sondata dal colosso finanziario a Roma. E oggi vola in Canada.

Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.

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Merz l’antieuropeista ostacola Unicredit
Friedrich Merz (Ansa)
Quando i gioielli sono «suoi», il cancelliere si scopre sovranista: «Non è questo il modo di trattare Commerzbank». E schiera in difesa la «Cassa depositi e prestiti» tedesca. Intanto l’istituto italiano cede al pressing dell’Ue e vende le attività russe.

Gli italiani in Germania possono fare gli operai, i manovali, i cuochi e negli ultimi anni perfino i ristoratori e i medici. Ma non possono fare i banchieri. Sulle banche non si passa. Unicredit ha lanciato un’offerta pubblica su Commerzbank, ma governo e sindacati non ne vogliono sentire parlare e per fermare gli italiani sta per entrare in campo anche la Cdp tedesca. Alla faccia delle regole Ue e del semaforo verde della Bce, oltre che della famosa reciprocità europea. Che evidentemente vale solo per l’Italia, dove Crédit Agricole e Bnp Paribas hanno fatto shopping e si muovono liberamente e i tedeschi, per dire, hanno in mano l’ex Alitalia.

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«Prima gli italiani»? Per i giudici è reato
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Le toghe scavalcano la politica sulla gestione dei migranti. La Consulta boccia il Friuli-Venezia Giulia sulle case popolari: «Vivere qui non conta». Mentre per la Corte di giustizia Ue il criterio dei 10 anni di residenza per il reddito di cittadinanza è «discriminante».

Altro che remigrazione! Con il vento che tira dalle parti dei tribunali dall’Italia non solo non se ne andrà nessuno, ma avere la cittadinanza italiana conterà come il due di coppe quando è briscola bastoni.

E a proposito di «bastoni» ecco due sentenze fresche fresche, una della Corte costituzionale, l’altra della Corte di giustizia Ue: entrambe sembrano appunto svuotare di priorità l’essere cittadini italiani ma anche essere stranieri da diverso tempo in Italia.

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