L’amministrazione Trump non arretra sulla Groenlandia, mentre cresce la tensione tra Washington e il Vecchio Continente. «Questa è stata la posizione formale del governo degli Stati Uniti fin dall’inizio di questa amministrazione - francamente potremmo risalire alla precedente amministrazione Trump - ovvero che la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti», ha dichiarato, lunedì sera, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller. «Non si tratterebbe di un’azione militare contro la Groenlandia: la Groenlandia ha una popolazione di 30.000 persone. La vera domanda è: con quale diritto la Danimarca rivendica il controllo sulla Groenlandia?», ha proseguito, per poi aggiungere: «Qual è la base della sua rivendicazione territoriale? Qual è la base per cui si considera la Groenlandia una colonia della Danimarca? Gli Stati Uniti sono la potenza della Nato. Affinché gli Stati Uniti possano proteggere la regione artica e difendere la Nato e i suoi interessi, ovviamente la Groenlandia dovrebbe far parte degli Stati Uniti». «Nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia», ha anche detto Miller.
Insomma, mentre ribadisce di voler prendere il controllo della Groenlandia, la Casa Bianca sembra escludere la volontà di un’azione militare nei confronti dell’isola. A questo proposito, secondo l’Economist, Washington avrebbe intenzione di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una formula che gli Stati Uniti hanno già in essere con Micronesia, Isole Marshall e Repubblica di Palau. Questo genere di intesa fa sì che Washington garantisca autonomia interna e assistenza finanziaria alla controparte, assumendone al contempo la responsabilità in materia di difesa. Domenica, Donald Trump ha chiarito di volere la Groenlandia per una questione di sicurezza nazionale: il suo obiettivo è, in particolare, quello di arginare l’influenza di Cina e Russia nell’Artico. L’isola ospita già una base militare statunitense. Tuttavia, è probabile che Washington voglia incrementare la propria presenza sul territorio, bypassando eventuali trattative con Copenaghen.
In questo quadro, è interessante il fatto che Miller abbia esplicitamente messo in discussione la legittimità delle rivendicazioni territoriali danesi sulla Groenlandia: rivendicazioni che affondano le loro radici nel 1721, quando l’unione reale di Danimarca-Norvegia avviò la colonizzazione dell’isola. Una posizione, quella espressa da Miller, che va collegata al discorso d’insediamento, pronunciato da Trump il 20 gennaio dell’anno scorso. In quell’occasione, l’attuale inquilino della Casa Bianca elogiò William McKinley, che fu presidente degli Stati Uniti dal 1897 al 1901, quando venne assassinato. Ebbene, fu durante la sua presidenza che gli Usa annessero le Hawaii e che, dopo aver vinto una breve guerra con la Spagna, inaugurarono un protettorato su Cuba. Sotto questo aspetto è da sottolineare che, in occasione del conflitto armato con Madrid, una parte consistente dell’opinione pubblica statunitense ne fece una questione di lotta al colonialismo europeo.
Nel frattempo, ieri, i leader di Italia, Germania, Francia, Danimarca, Spagna, Regno Unito e Polonia hanno emesso una dichiarazione congiunta sulla questione groenlandese. «Il Regno di Danimarca, inclusa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere raggiunta collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti, rispettando i principi della Carta delle Nazioni Unite, tra cui la sovranità, l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini. Si tratta di principi universali e non smetteremo di difenderli», si legge nel documento, che prosegue: «Gli Stati Uniti sono un partner essenziale in questa impresa, in quanto alleati della Nato e attraverso l’accordo di difesa tra il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti del 1951». «La Groenlandia», conclude il comunicato dei leader europei, «appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che li riguardano». La dichiarazione è stata seguita, qualche ora dopo, da una nota similare, firmata da Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia.
Come che sia, il potere contrattuale dei leader europei resta fragile. Le cancellerie del Vecchio Continente sanno infatti bene di non poter fare a meno della forza militare statunitense sia per quanto riguarda la potenza della Nato sia in riferimento ai negoziati diplomatici in corso sull’Ucraina.
Inoltre, la determinazione mostrata dal presidente americano sul caso Maduro di certo non consente agli europei di fare eccessivamente la voce grossa sulla questione della Groenlandia. È anche in questo senso che, secondo Miller, «nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia».
L’Artico è del resto sempre più strategico per Washington, sia in termini di materie prime che di rotte di navigazione. Tra l’altro, la concorrenza di Cina e Russia nella regione è aumentata nel corso degli ultimi anni. Trump non sta quindi conducendo una crociata ideologica contro il Vecchio Continente. Lo si condivida o meno, sta semmai cercando di agire rapidamente in nome di una riedizione della Dottrina Monroe in chiave principalmente anticinese.
E attenzione: fu l’amministrazione Biden che, a dicembre 2024, lanciò l’allarme sul rafforzamento della cooperazione sino-russa nell’Artico. Questo significa che, negli ultimi anni, l’alleanza euroatlantica non ha fatto abbastanza per garantire la sicurezza in questa regione cruciale. Senza contare che Emmanuel Macron e l’allora cancelliere tedesco, Olaf Scholz, hanno ripetutamente flirtato con Pechino. Quindi, al netto dei suoi modi controversi, non è che Trump abbia proprio tutti i torti a porre urgentemente la questione artica.
C’era un tempo in cui tutto era più semplice: le guardie prendevano i ladri e i ladri presi dalle guardie finivano in galera. Era talmente semplice da prestarsi a un gioco, quello del «guardie e ladri». Poi è successo un qualcosa che lentamente ha complicato le regole e ci siamo ritrovati che nessuno ha più voglia di scherzarci su e, nella divisione, è la guardia che rischia di passare i guai (sempre che non gli sia passata la voglia di fare bene il suo lavoro di guardia). L’ultima è successa nella periferia Ovest di Milano, la sera del 5 gennaio, in un palazzo dove i residenti decidono di chiamare le forze dell’ordine per bloccare un uomo «particolarmente molesto».
E in effetti quando gli agenti arrivano ed entrano nell’appartamento trovano un ventiquattrenne egiziano con un coltello in mano che urla qualsiasi cosa e non accenna né a placarsi né ad arrendersi. Anzi, nonostante le condizioni di inferiorità numerica, punta uno dei poliziotti, lo atterra, lo blocca e gli infila ripetutamente il coltello nel petto. Per fortuna il giubbotto in dotazione «rallenta» l’azione della lama. Nel tentativo di fermare lo scalmanato delinquente, il capoequipaggio della Volante prima tenta di bloccargli il braccio mentre affonda i fendenti col coltello, poi estrae l'arma d'ordinanza e spara all’egiziano ferendolo alla gamba. Fady Helmy Abdelmalak Hanna, questo è il nome del nordafricano, era noto alle forze dell’ordine in quanto senza una fissa dimora in Italia con precedenti per resistenza, danneggiamento e occupazione abusiva. Era regolare, ma a questo punto uno domanda: abbiamo davvero bisogno di questa gente? E soprattutto perché era libero? E perché era libero anche Jelenic Marin, il croato che ha accoltellato il giovane capotreno a Bologna? Anch’egli era noto alle forze dell’ordine; anche lui era un osservato speciale nelle stazioni del Nord Italia a tal punto che quando le telecamere lo hanno immortalato, non è stato difficile mettere a fuoco il profilo delinquenziale. Dunque, perché questi vagabondi - armati di coltello per sopravvivere nel Far West dei disperati - possono mettere a rischio le persone perbene?
La questione è sempre la stessa. Ne aveva già parlato anche Belpietro l’altro giorno a proposito dell’omicidio di Aurora Livoli, la ragazza uccisa da un peruviano clandestino, senza fissa dimora e con pericolosi precedenti: Emilio Gabriel Valdez Velazco, 57 anni. Anche questo signore era assai noto alle nostre questure e ai comandi dei carabinieri perché ne aveva combinate di davvero grosse, sempre per reati a sfondo sessuale. Non solo, era già stato colpito da un ordine di espulsione ma si sa che le vie della burocrazia italiana sono davvero infinite. E varie, tant’è che persino al Cpr dove lo avevano collocato la permanenza è durata poco: una asserita patologia alle vie urinarie, accertata da un medico, gli aveva permesso di uscire. E delinquere, finanche uccidere Aurora. Ci sarebbe anche, almeno secondo le vittime, il nordafricano che ha accoltellato un quindicenne fuori dal cinema di Milano, «reo» di aver cercato di impedire il furto del giubbotto dell’amico. Ma sì, tanto mica c’è la correlazione tra clandestini e delinquenza: sono cose che ci inventiamo da queste parti per vendere i giornali oppure le urlano quei cattivoni del centrodestra per un pugno di voti in più. Purtroppo per i protagonisti del centrosinistra e per i loro gazzettieri, il nesso c’è eccome e non da oggi: già nel 2008 il professore Marzio Barbagli scrisse un libro assai documentato su immigrazione e sicurezza; e importanti report analoghi arrivano da un altro sociologo, Luca Ricolfi. Per non dire delle statistiche che arrivano dal Viminale. Insomma, i dati ci sono per poter affrontare seriamente la questione.
Invece che cosa accade? Accade che, come dicevamo all’inizio, quando le guardie acciuffano i ladri e i delinquenti, poi costoro non finiscono in galera o non vengono isolati affinché non delinquano ulteriormente. Dunque il problema non è nel campo degli agenti (il cui numero e le cui competenze vorremmo sempre che crescessero) ma è nel campo di chi li rimette in libertà approfittando di smagliature legislative o burocratiche. Così quando la gente dice che non ne può più o si lamenta che questi delinquenti «se ne fregano perché non hanno paura» afferma concetti più che comprensibili. Quando mi capita di stare nelle trasmissioni di Paolo Del Debbio o di Mario Giordano e di sentir parlare certi maranza, resto di stucco: è come se davvero non avessero paura di niente. E infatti poi ti ritrovi l’egiziano che assale il poliziotto, il peruviano che uccide la ragazza, il croato che accoltella il capostazione. Le forze dell’ordine li prendono e poi…
Trump detta l’agenda globale: dopo il Venezuela, l’Iran è nel mirino e la Groenlandia diventa un dossier di sicurezza strategica contro Cina e Russia. Gli Usa tornano potenza muscolare, l’Europa reagisce con appelli e retorica. La lezione, quindi, è: il mondo è cambiato e l’Ue, così com’è, non conta più.
Circola una frase apocrifa che dice: il prezzo è ciò che il compratore più sciocco è disposto a pagare. Se è così, ieri sul mercato vi erano moltissimi sciocchi. Sul mercato di Londra il rame ha fatto segnare un nuovo record, superando i 13.300 dollari per tonnellata (+1,7%). Lanciatissimi anche palladio e nichel, rispettivamente +5,7% e +10%. In effetti sono saliti tutti i metalli industriali (unica eccezione lo stagno, -3,75%) e anche i preziosi.
La mossa statunitense del 3 gennaio scorso, con la messa sotto tutela del grande serbatoio di petrolio venezuelano, non muta il quadro di una corsa alle materie prime che prosegue e proseguirà. All’apertura del mercato il prezzo del petrolio non ha avuto particolari scossoni, restando attorno ai 61-62 dollari al barile. Del resto, nel breve e anche medio termine nulla cambia. L’operazione americana è in chiave strategica e riguarda ciò che è stato chiarito nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale resa nota da Washington a novembre 2025: un allineamento completo di tutto l’emisfero occidentale alle necessità strategiche degli Stati Uniti. A molti non piacerà, ma è quanto Donald Trump ha dichiarato di voler fare, in un documento molto citato ma poco compreso. Dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia, l’intenzione di Washington è di avere il controllo delle relazioni diplomatiche, delle risorse e delle frontiere di tutto il continente americano. Non è una impresa di poco conto, ma Trump sta andando molto velocemente e l’azione in Venezuela rappresenta un’accelerazione.
Quanto alle risorse, per restare al Venezuela, il petrolio disponibile è tanto ma la produzione scarsa, meno dell’1% della domanda mondiale. Ebbene, questo rappresenta un vantaggio, perché nessuno oggi ha bisogno di più petrolio dal Venezuela, essendoci già un eccesso di offerta mondiale. Ulteriori quantitativi che arrivassero sul mercato oggi abbatterebbero i prezzi a livelli insostenibili per molte aziende dello shale statunitense, già vicine alla sofferenza ai prezzi attuali. Possiamo a questo punto introdurre una distinzione tra prezzo e valore, grazie alla celebre frase di Warren Buffet: il prezzo è ciò che paghi, il valore è ciò che ottieni. In effetti, il valore delle riserve venezuelane (per quanto probabilmente sovrastimate) è alto perché il loro sfruttamento potrà cominciare a dare i propri frutti dal 2029 in avanti, proprio quando la produzione interna statunitense subirà un prevedibile calo, dovuto all’esaurimento dei terreni disponibili al fracking nel bacino del Permiano.
Quello che Trump sta cercando è un difficile equilibrio tra il prezzo del petrolio, che vorrebbe basso in modo da non alimentare l’inflazione in patria, e le esigenze di profitto delle compagnie petrolifere, che sotto un certo prezzo del greggio non hanno motivo di produrre e creare abbondanza di risorsa. Ecco perché gli Usa hanno bisogno di trovare spazio per nuove perforazioni, in sostituzione di ciò che si va esaurendo nel sottosuolo nazionale, e di assumere il controllo di riserve strategiche per modularne lo sfruttamento.
Se si parla di Groenlandia e di Iran, poi, nel primo caso si parla di materie prime come terre rare leggere e pesanti (neodimio, praseodimio, disprosio, terbio), uranio, zinco, ferro, rame, nichel, cobalto, molibdeno, oro. Nel secondo caso, l’Iran, si parla invece ancora di petrolio. Ebbene, uno sfruttamento intensivo del territorio groenlandese prenderà comunque molto tempo, anche se si arrivasse rapidamente a un accordo amichevole tra le parti. Tuttavia, anche in questo caso sarà il prezzo, con tutto ciò che questo incorpora (aspettative, volumi, valore), a dare un’indicazione dell’efficacia dell’azione trumpiana, volta a consolidare il continente americano.
Nel caso dell’Iran, si tratterebbe soprattutto di avere il controllo della produzione in modo da modulare i prezzi ed evitare che le cospicue riserve iraniane finiscano troppo rapidamente sul mercato, abbattendo i prezzi sotto la soglia vitale di 50 dollari al barile. Questo dovrebbe essere infatti il livello obiettivo di prezzo per il petrolio nei piani della Casa Bianca. A quei livelli il danno sarebbe soprattutto alla Russia, che già vende il suo greggio con un forte sconto rispetto alla media di mercato. Se la manovra di Trump non dovesse riuscire, e i prezzi salissero per un blocco dell’offerta, a farne le spese sarebbe l’Europa, inerte price-taker. Sarà dunque il prezzo a stabilire vincenti e perdenti nella scommessa trumpiana.
L’attonita Europa, nel frattempo, balbetta incredula senza riuscire ad articolare un pensiero, avendo annacquato in una poltiglia inconsistente chiamata Ue le poche posizioni politiche e diplomatiche che poteva proporre quando a parlare erano i governi. Come si legge nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, l’Europa si è condannata al declino e gli Stati Uniti temono che molti Paesi europei non avranno più economia e capacità militare per essere alleati affidabili. È vero e la dimostrazione si ha in molti campi. Il ritardo europeo sul dossier delle materie prime, ad esempio, è enorme e difficilmente potrà essere colmato. A guidare le danze saranno i blocchi contrapposti che si stanno costituendo, da una parte gli Usa, dall’altra la Cina.
Mettere in fila i diversi elementi che compongono l’azione di Trump è operazione non facile, ma possiamo farci aiutare da una bussola che difficilmente sbaglia: il prezzo. Sempre tenendo presente ciò che esso rappresenta in concreto. Altrimenti, avrà avuto ragione Oscar Wilde nel dire che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.









